Londra, Brighton, Berlino

Cercherò di farla breve, se no poi nessuno mi legge. Dico intanto che la vacanza è andata come meglio non avrebbe potuto. Avete presente quando in viaggio le cose vanno tutte in modo perfetto, dirette come un fuso? Mai un ritardo, mai una complicazione, mai un problema di niente, andare d’amore e d’accordo con tutti quelli che incontri? Ecco, mi è successo questo. Ho passato il mio tempo nelle diverse località con un sacco di amici diversi e con tutti, nessuno escluso, sono stato sempre a dir poco benissimo. Sulle location, a Londra sono stato davvero troppo poc, giusto il tempo di arrivare al concerto, dormire e andare a Brighton; Brighton sta entrando delicatamente nel mio cuore, è stato davvero dura andarmene stavolta, molto più degli altri anni; Berlino ormai nel mio cuore c’è di prepotenza, e non la eleggo mia città preferita solo perché Roma non si può battere, ma ora come ora c’è lei al secondo posto, la amo davvero visceralmente.

Quindi i concerti, poche righe per ognuno, per Brighton li ho divisi in ordine di gradimento:

Garbage: 21 canzoni di cui solo 4 nuove, quasi tutti i singoloni e anche canzoni che singoli non lo erano, musicalmente prestazione abbastanza normale, ma la vera bomba è stata Shirley, in una forma strepitosa, sia fisica che vocale, e dotata di un magnetismo ancora più catalizzante rispetto ai vecchi tempi. Una frontwoman davvero incredibile.

The Great Escape Festival

  1. Grimes: performance totale per qualità ed intensità, sono pochi i suoni che crea, molti di più quelli che gestisce, ma questo è un live con tutti i crismi, anche per come la ragazza ha presenza sul palco. Da batticuore.
  2. Hatcham Social: live molto convincente, potente e ben suonato, le canzoni nuove che non conoscevo mi sono piaciute tantissimo, le due vecchie (‘Crocodile’ e ‘So So Happy Making’ mi hanno entusiasmato. Speriamo che la gente li consideri per quanto meritano.
  3. Half Moon Run: mai sentiti prima, un pop epico un po’ come se fossero i Wild Beasts senza la componente danzereccia, canzoni di grande impatto suonate e cantate in modo eccellente. Unica nota stonata, l’inguardabile canotta rosa del cantante.
  4. Milagres: anche loro mai sentiti prima. Difficile descriverli. Canzoni un po’ strutturate e un po’ no, melodie presenti ma non molto pronunciate, suono chitarristico ma anche con presenza di tastier, mood sognante e concretezza. Di solito quando si vuol mettere insieme tante cose si finisce per fare un pastrocchio inconcludente, qui invece c’è personalità da vendere e un risultato perfettamente a fuoco.
  5. Gaz Coombes: il tocco melodico è il suo, c’è poco da fare. C’è, però, un’importante presenza di synth e le canzoni non sono solo strofa – bridge – ritornello, ma sono ben più strutturate e complesse. Ovviamente lui suona e canta alla grande e la band non è da meno. Non vedo l’ora del disco.
  6. Dry The River: anche loro sono bravi a fare tante cose diverse senza mai cadere in nessun cliché ma mostrando chiaramente che uno stile Dry The River esiste eccome. Un po’ songwriting puro, un po’ suoni elettrici, accenni di Arcade fire, tutto molto bene.
  7. Admiral Fallow: dei vari gruppi scozzesi che mi piacciono in loro vedo soprattutto i My Latest Novel senza archi, oppure i Frightened Rabbit. Comunque melodie, vocalità e suoni avvolgenti e coinvolgenti. Perfetti nel ricreare le loro atmosfere anche dal vivo.
  8. We Were Evergreen: altra scoperta, da Parigi, mi è piaciuto definirli twee electro folk pop. Bucolici, frizzanti, spensierati ma anche loro bravi a non cadere nel già sentito.
  9. Porcelain Raft: sul palco, rispetto al disco è più concreto, anche per la presenza di un batterista. Bravo a mantenere comunque il suo carattere dream dando ai brani il giusto impatto live.
  10. We Are Augustines: rock bello energico, mi sono sembrati un misto tra Gaslight Anthem e Hold Steady. Per quel poco che l’ho ascoltato, il disco mi sembra abbia più sfumature, ma evidentemente dal vivo la band ha puntato sull’impatto e ha fatto bene, perché il pubblico presente era particolarmente esaltato.
  11. Spector: bravi per due motivi: uno perché a una maggioranza di canzoni strutturate in modo standard ne aggiungono altre più complesse, in modo da dare un giusto stacco; due perché il frontman è un fenomeno, sia a cantare che a fare battute irresistibili intrattenendo il pubblico in modo splendido.
  12. Husky: qui dovete pensare a dei Midlake più semplificati e più acustici che elettrici. Il tutto sta comunque nelle canzoni, che mi sono sembrate davvero ben scritte.
  13. Hot Panda: indie pop rock colorato ed efficace.
  14. Oliver Tank: un intimismo da cantautore stemperato in suoni glitch pop, molto interessante.
  15. French Films: dalla Finlandia, indie rock melodico senza fronzoli e ben fatto.
  16. Crookes: indie pop rock molto british, con le chitarre sempre apreggiate e un vago sapore smithsiano. Band di genere se ce n’è una, ma se il genere vi piace, non possono non piacervi, e a me piace.
  17. Juveniles: altri francesi, il loro pop è quasi sempre electro, discrete.
  18. Citizens!: indie pop rock senza infamia e senza lode, molto standard
  19. Chevin: vale il discorso di cui sorpa ma senza il prefisso indie, questi sono pop rock tradizionali
  20. My Best Fiend: vorrebbero proporre lunghe cavalcate elettriche intarsiate da giri di pianoforte, ma in realtà alla lunga distanza si capisce che le idée sono poche e quelle che ci sono vengono ripetute un po’ trope volte
  21. Splashh: indie pop che musicalmente sarebbe anche carino, poi lo pseudo cantante apre la bocca ed è il disastro
  22. The Suicide Of Western Culture: vorrebbe essere un post rock elettronico lo fi, in realtà è un ammasso di suoni e idée compositive che non hanno nulla di interessante e il fatto che sia tutto poco definite non è una cifra stilistica, ma solo un espediente per nascondere di non avere niente da dire.

Magnetic Fields: preceduti dagli Amor De Dias, duo acustico maschile femminile (avrebbero tutto per piacermi, ma mi sembra che manchi loro il classico centesimo per fare una lira), Stephin Merritt e i suoi confezionano uno spettacolo indimenticabile. Avvolti dalla sacralità della location (una chiesa), si presentano con pianoforte, due chitarre e violoncello e il synth di Stephin che interviene ogni tanto, e sfoderano un suono lussureggiante, adattando alla veste sonora scelta anche i brani lontani da essa. Stephin, Claudia e Shirley scherzano poi in modo divertentissimo tra loro e col pubblico. Mettiamoci poi che più della metà delle canzoni suonate sono tratte da 69 Love Songs ed ecco uno dei concerti che più mi ha emozionato in tutta la mia vita.

Dal 1997 ai giorni nostri [contiene Subsonica]

Il 1997 è l’anno spartiacque della mia vita. Avevo 22 anni ed ero in fase di uscita dalla post adolescenza indolente e fancazzista. Il futuro mi sembrava ancora una cosa lontana, però mi ero finalmente messo in testa di stare seriamente sui libri per passare quei cazzo di esami universitari, magari anche con voti un attimino più alti del 18 – 20. Lo sforzo mi è costato la rinuncia al controllo del mio peso, nel senso che era troppo pretendere che studiassi forte e mi limitassi nel mangiare allo stesso tempo, però il gioco valva la candela, credo. In quel periodo mi stavo anche costruendo la mia personalità, quella per cui in molti oggi mi conoscono. Mi stavo coltivando gli interessi quelli che mi avrebbero accompagnato per tutti gli anni a venire e avrebbero influenzato dapprima il mio modo di essere e poi il tipo di persone che ero pronto, come attitudine, a conoscere andando in giro. C’era la musica, certo, al primo posto. Alla fine del 1997 i dischi di gruppi poco o per nulla considerati dai grandi network radiotelevisivi iniziava a essere non dico nutrito, ma con un minimo di consistenza. Kula Shaker, Charlatans, Dodgy, Seahorses, Mansun, Space, Stereophonics, ma se vogliamo anche gli Smash Mouth e, perché no, anche i Fool’s Garden, che ormai non si cagava più nessuno. E in Italia gli Scisma, di cui mi sono innamorato dopo averli visti di spalla agli Afterhours in un concerto all’Aquatica che costava 7mila lire, il primo concerto a cui andavo da solo. Altri tempi, altro tutto. Avevo sempre una Punto, ma quella uscita nel ’94, non quella che ho adesso, uscita nel 2006. Andavo ai concerti punk per ubriacarmi fuori dal locale con una bottiglia di vino che io e il mio amico trafugavamo a turno dalle nostre rispettive case. Sapevo che potevo farlo perché non dovevo alzarmi necessariamente presto, però poi a un’ora decente mi alzavo e facevo il mio dovere. Se dovessi scegliere un anno nel quale ha inizio il Barto di adesso, quello è indubbiamente il 1997.

Questi pensieri non mi sono venuti in mente in modo del tutto spontaneo: in realtà, non avrei potuto che farli in seguito all’ascolto dal vivo di canzoni che avevo ascoltato, sempre dal vivo, proprio nel 1997. Già, perché dopo essere impazzito per gli Scisma, ero tornato in quel dell’Aquatica per il concerto di un altro gruppo di cui ascoltavo le canzoni su Rock FM. Erano quelli che cantavano Senza Parole, che poi il titolo era Istantanee, ma chissenefrega, per me era Senza Parole, poi c’era quell’altra, Radio Estensioni, bella quella, anche meglio di Senza Parole. Quindi vado all’Aquatica e a questo punto uno si aspetterebbe un’altra folgorazione live, e invece no. Nel senso, bel concerto ma nessun moto di adorazione, bravi, ci sanno fare, ma era finita lì, mi ricordo di essere stato colpito da Onde Quadre e poi nient’altro.

Da lì i Subsonica sono cresciuti esponenzialmente e io li ho visti dal vivo un casino di volte, ma quelle canzoni le avevo ascoltate in concerto solo nel 1997, nell’anno che ha iniziato a definire quello che sono adesso. Ieri sera, però, ho avuto modo di riascoltarle dal vivo, perché la band le sta risuonando per i 15 anni dal primo disco. E la tripletta Senza Parole, Onde Quadre e Radio Estensioni, così messe a tradimento una in fila all’altra, mi ha paralizzato, perché non poteva che catapultarmi in quel periodo e in quell’embrione del Barto attuale, perché poi non mi si erano più presentate davanti. È stata una cosa incredibile, una delle sensazioni più strane e intense che mi siano mai capitate. Il potere evocativo e immaginifico della musica è arrivato ai suoi massimi livelli in quel momento, probabilmente perché meno ti imbatti in una canzone o in una serie di canzoni e più verrai riportato nel periodo in cui le hai scoperte.

E poi mi è venuto necessariamente da pensare a cosa sia stato importante per i Subsonica nell’aumento delle loro notorietà e soprattutto credibilità, e non poteva che essere la partecipazione a Sanremo con tutti I Miei Sbagli. Perché l’oltranzismo indie, anzi, la parola indie nemmeno esisteva, l’oltranzismo della comunità alternative, poteva essere molto più cattivo di adesso nel momento in cui si facevano scelte di visibilità di quel tipo, ma c’era anche l’onestà di riconoscere la genuinità delle scelte nel momento in cui la canzone utilizzata fosse davvero valida. E Tutti I Miei Sbagli era valida sul serio, e con una canzone così portata in un ambito come quello sanremese, unita alla precedente uscita di Microchip Emozionale, tutti si sono fidati dei Subsonica, tutti hanno concesso loro una possibilità, e loro sono stati bravissimi a sfruttarla e a diventare nel giro di pochi anni quello che sono oggi. Microchip Emozionale è stato fondamentale, ma Tutti I Miei Sbagli lo è stata molto di più. E mentre pensavo questo, eccola, Tutti I Miei Sbagli, fatta solo voce, chitarra elettrica e pianoforte. Una versione devastante, non per la potenza, ma per la capacità, anche qui, evocativa di ricordi e sensazioni. Un maremoto, un uragano, un quello che volete ma pensate a qualcosa che spazza via tutto completamente. Eccola, è la tutti I Miei Sbagli di ieri sera.

E poi inizia il concerto, e uno potrebbe pensare beh, hanno fatto quelle canzoni prima, quindi ora la parte più tradizionale sarà ridotta. Invece no, hanno praticamente fatto il concerto intero come se quella mezz’ora abbondante non ci fosse stata, però c’è stata, quindi il tutto è durato mezz’ora abbondante in più rispetto al solito. E quindi, si potrebbe sempre pensare, beh, oltre mezz’ora di concerto in più, alla fine non erano brillanti come sempre. Infatti no, non lo erano come sempre, lo erano molto di più. È stato una vera bomba, ancora più violento e trascinante del normale, con il lato electro in splendida evidenza. A un certo punto mi sono chiesto, ma questi sono i Chemical Brothers o i Subsonica?

Erano i Subsonica, che hanno trovato il modo di superare i propri standard dal vivo, già molto alti, e di mettere in piedi uno di quegli spettacoli che verranno ricordati da tutti quelli che c’erano per tutto il corso delle loro vite. Tutti, nessuno escluso, non solo quelli che si sono visti toccati in corde così intime come è successo a me. Diciamo che forse io lo ricorderò con un minimo di piacere in più. Perché in fondo mi piace molto come sono ora e non posso che essere grato a quel 1997, per avermi avviato sulla strada che non ho ancora mollato e che non mollerò mai.

Con Due Deca: una definizione per ogni reinterpretazione

1. Con un deca – I Cani AGGRESSIVA

2. Nord Sud Ovest Est – Carpacho SCIALBA

3. Come deve andare – Selton SCORREVOLE

4. Gli anni – Colapesce AVVOLGENTE

5. Come mai (pregando per un synth) feat. AntiteQ – Amor Fou VELLUTATA

6. Una canzone d’amore – Casa del Mirto INTELLETTUALE

7. Rotta per casa di dio – Nicolò Carnesi STANDARD

8. Hanno ucciso l’uomo ragno – Numero6 COLPO DI CLASSE

9. Sei un mito – Ex Otago LA MIGLIORE

10. La regola di D’Amico – Macrobiotics (Nic Sarno & Dargen D’Amico) INTRIGANTE

11. TPS (prod. Fid Mella) – Ghemon INUTILE

12. Non ci spezziamo – Amari SMORTA

13. La regina del celebrità – Egokid SCARSINA

14. Nella notte – Il Triangolo SCALTRA

15. Weekend – Maria Antonietta SANGUIGNA

16. Il grande incubo – Soviet Soviet INTENSA

17. Senza averti qui – Girless & The Orphan LEGGERA

18. Bella vera – Lava Lava Love SUPERCATCHY

19. Aeroplano (feat. Liverani & Orson Camillas) – I Camillas PREVEDIBILE

20. Cumuli – News For Lulu BEN STUDIATA

21. Nessun rimpianto – Dimartino VORREI MA POSSO SOLO FINO A UN CERTO PUNTO

La più grossa puttanata della storia dello sport moderno

Mai come quest’anno il football americano fa discutere gli appassionati anche nel lungo periodo di offseason. Mentre si aspetta il draft di aprile, dal quale dovrebbero uscire diversi giocatori destinati a diventare fenomeni o quasi, il punto cruciale delle strategie di mercato di molti stava in dove avrebbe firmato Peyton Manning, scaricato dai Colts. Ma visto che non tutti quelli che mi leggono conoscono il football, cerco di contestualizzare.

Peyton Manning è uno dei più grandi quarterback della storia del football. 4 volte MVP e giocatore che ha raggiunto più velocemente nella storia le 50mila yards in passaggi: già questi numeri dovrebbero far capire le dimensioni dell’impatto di Peyton sulla Lega fin da quando è arrivato. Purtroppo, a 36 anni, ha saltato tutta l’ultima stagione per un problema al collo. I suoi Colts, così, senza di lui hanno fatto il peggior record della Lega nella scorsa stagione in termini di vittorie – sconfitte e possono, quindi, esercitare la prima scelta assoluta al prossimo draft, nel quale il giocatore più appetibile è proprio un quarterback, Andrew Luck, che sembra abbia tutto per diventare una specie di semidio o quasi. I Colts, quindi, decidono di esercitare l’opzione per poter rilasciare Manning, che è così libero di trovarsi una squadra. Scelta giusta, sbagliata, non si sa, però in astratto ci sta. Non ci sta affatto, invece, che a ottenere i servigi di Manning per la prossima stagione siano stati i Denver Broncos, e ora spiego il perché.

I Broncos venivano da un periodo in cui la loro leadership era nelle mani di un mediocre come Kyle Orton, buoni mezzi tecnici ma assoluta mancanza di carisma e personalità che lo portava a perdersi non appena la partita si faceva un minimo tesa. In questo periodo, però si stavano coltivando in casa una giovane promessa, Tim Tebow, giocatore che aveva fatto sfracelli al college ma che non era ritenuto pronto per partire subito titolare, anche per via del suo modo di giocare molto fuori dagli schemi, soprattutto quelli rigidi dell’NFL. L’anno scorso, però, è stata ormai chiara l’inadeguatezza di Orton, per cui Tim è stato buttato nella mischia: Risultato: la squadra ha ha ottenuto un insperato posto nei playoff, con prestazioni del suo quarterback spesso impresentabili per buona parte della partite, che venivano tenute in equilibrio solo grazie alla difesa, ma micidiali nei momenti che contavano. tanto per farvi capire, Tebow è l’unico quarterback della storia ad aver vinto una partita con due soli passaggi completati. L’america impazzisce per questo ragazzo che dal nulla si inventa campione dopo essere stato un brocco per buona parte della partita. Nasce il Tebow Time, che sta ad indicare il momento in cui la partita è ancora in equilibrio e Tim emerge dal nulla che ha fatto fino a quel momento.

Nei playoff i Broncos incontrano i più quotati Steelers. Tim è discontinuo come sempre, ma un po’ meno del solito, e al supplementare indovina il primo passaggio e manda il suo ricevitore preferito, Demaryius Thomas, in touchdown dopo soli 11 secondi. Poi la squadra esce per mano dei fortissimi Patriots, ma insomma, come prima stagione nella quale Tim ha avuto responsabilità vere, non c’è male a dir poco.

E invece ai Broncos non sembra bastare, e preferiscono disfarsi del proprio campioncino in erba per prendere uno che ad andar bene farà una o due stagioni e ad andar male non avrà risolto i propri problemi fisici e risulterà, quindi, un buco nell’acqua. Ma mettiamo anche il caso che Manning ora sia sanissimo: queste resta comunque una puttanata clamorosa da parte della squadra del Colorado e non me ne viene in mente un’altra più incredibile nella storia dello sport moderno, almeno in fase di scelte di mercato.

La squadra, infatti, si era ormai abituata a Tebow, al suo stile di gioco, ai suoi alti e bassi. Adesso, con Manning, devi cambiare modo di giocare e anche i giocatori. La difesa, intanto, starà in campo molto meno tempo e questo non necessariamente è un bene, perché essa ha mostrato di esaltarsi e di essere decisiva proprio quando è rimasta in campo per molti minuti con Tebow. Ma poniamo anche il caso che effettivamente si realizzi l’equazione meno minuti in campo = meno punti subiti e pensiamo all’attacco. Con Manning quarterback, tu devi avere almeno una di queste due cose: una batteria di ricevitori amplissima e con un altissimo livello diffuso, oppure un gioco di corsa tra i top della Lega. Manning non migliora i ricevitori mediocri, semmai esalta i campioni, ma questi ci devono essere, o se non ci sono le difese devono chiudersi per coprire le corse perché hanno paura di esse, altrimenti il quarterback, pur bravo, non ha campo libero. E Denver, al momento, non ha né un ricevitore e nemmeno un running back tra i top della Lega. Certo, c’è Thomas che è un talento in crescita, ma ai Colts Manning aveva, tutti insieme, quattro mammasantissima come Reggie Wayne, Austin Collie, Pierre Garcon e Dallas Clark. Una batteria di ricevitori così i Broncos non la costruiranno mai. Se anche prendessero i due migliori free agent sulla piazza, ovvero Ward e Manningham, non si avvicinano neanche a quel livello. E coi runningback liberi siamo messi ancora peggio. Quindi Manning a chi la passa la palla? E quanto campo a disposizione avrà, con le difese apertissime sui passaggi visto che tanto come running back non c’è questo gran che da affrontare?

Magari ho troppa poca fiducia sia in Manning che nella capacità dei Broncos di allestire una squadra a sua misura, ma davvero non vedo che controindicazioni a questa scelta. Per chiudere, rifiuto anche l’opzione per cui Manning sarebbe stato preso per far crescere Tebow, da usare come backup per far sì che impari certi trucchi dal grande campione. Sono due giocatori troppo diversi, seppur giochino nello stesso ruolo: sarebbe come se a Bobo Vieri fosse stato chiesto di imparare qualcosa da Maradona. E non perchè Maradona sia più fote di Vieri in senso assoluto, ma perché ci possono essere delle squadre in cui uno può essere più funzionale di un altro più forte di lui. E questo era il caso dei Broncos.

Gli spazi per suonare ci sono o no?

Uno dei tormentoni più ricorrenti in ambito indie italiano è la mancanza sempre più accentuata di spazi che permettano ai gruppi di suonare e in generale di esprimersi. Lo dicono i gruppi, soprattutto quelli storici: per restare su esempi che riguardano direttamente il sito di cui sono responsabile, lo dice Gian Maria Accusani, uno che ne ha viste tante, e me l’hanno etto anche gli Es l’altro ieri, in un’intervista che appena riuscirò a sbobinare verrà pubblicata. Lo dicono anche i gestori dei vari circoli chiusi dalle forze dell’ordine o incapaci di andare avanti per via delle perdite economiche e lo dicono, infine, anche quegli utenti che protestano contro queste chiusure: il numero di concerti è obiettivamente in calo e secondo loro la colpa è di queste chiusure forzate.

C’è chi dice, invece, che il numero degli spazi è in realtà aumentato. Se prendiamo il pallottoliere e contiamo il numero dei live club presenti in Italia negli anni Novanta e ora, quelli di ora sono almeno il triplo, e nelle grandi città anche il quadruplo. Quindi la colpa del calo di concerti va imputata alla mala gestione dei locali, tra ingiustificate manie di grandezza e mancato rispetto delle norme, sia di sicurezza che fiscali, da parte dei gestori dei locali. E poi c’è troppo sovraffollamento di gruppi attivi con conseguente livellamento verso il basso: se negli anni Novanta i concerti di gruppi davvero indipendenti in Italia erano meno, ma i nomi erano Afterhours, Marlene, Ritmo Tribale, Scisma e compagnia cantante, ovviamente i locali erano pieni perché la gente era invogliata ad andarci da queste proposte capaci di unire qualità e capacità di attirare tanta gente. Ma ora, in un panorama che nell’ultimo decennio non ha prodotto una singola canzone capace di unire i gusti di tanti come una Male di Miele o una Sonica, ma cosa vogliono questi gruppetti capaci solo di guardare nel proprio orticello? Se le meritano le difficoltà nel trovare date e nel radunare gente.

Chi ha ragione? Io una mia idea ce l’ho, ma voglio prima che arrivi qualche commento e poi la esprimerò. Vediamo un po’ chi ha voglia di partecipare alla discussione

Il posto più di merda che abbia mai visto

In fondo avrei dovuto saperlo. se in tanti anni di frequentazioni assidue di concerti non ero mai stato al (o alla) Sacrestia, un motivo doveva pur esserci. Ho provato stasera a inaugurare la mia presenza in questo posto per il concerto dei Be Forest e il risultato è che, come da titolo, ho trovato la risposta definitiva alla domanda “qual è il posto più di merda in cui tu sia mai stato?”.

Il (o la) Sacrestia è un ristorante, specialità carni alla brace e arrosticini abruzzesi. Scendendo una rampa di scale si arriva alla sala dove era in programma il concerto. Arrivo, pago i miei 7 euro per l’ingresso con consumazione obbligatoria, scendo e la visione che mi si presenta una volta terminati i gradini è a dir poco agghiacciante. Una sala angusta con un palco strettissimo e soprattutto, tutto adornato come se ci si trovasse, appunto, in una sacrestia. Pareti di marmo con svariate raffigurazioni in rilievo, pavimento anch’esso in stile chiesa, soffitto finto trasandato. In una rientranza ci sono enormi loghi di Gancia, Martini e Campari, giusto per unire al radical chic, un tocco vintage che faccia molto milano da bere. E per non farsi mancare nemmeno una strizzatina d’occhi al lusso più moderno, le poltroncine sono ricoperte di velluto viola.

Se tutto questo fosse stato fatto con gusto e sobrietà, ovviamente sarebbe stato un qualcosa di caratteristico, invece è una pacchianata colossale, una plasticata di proporzioni epiche, un trash venuto talmente male che anche i veri amanti del trash sarebbero schifati da questa cascata di kitch con un livello di stile decisamente sotto lo zero. Poi arriva la gente e il cerchio si chiude. Se credete di essere stati a serate in cui tutti erano lì a fare una sfilata di moda, a mostrare il taglio di capelli precisissimo, il baffo perfettamente regolato e soprattutto ad essere venuti con l’unico scopo di fare presenza, perché non si divertono, interagiscono al massimo con altre due persone, si guardano in giro con l’aria sicura ma in realtà si vede che sono persi, ecco, o siete già stati lì, oppure dovete rivedere il vostro concetto di modaiolismo pseudo alternativo, perchè quello che ho visto stasera è oltre il non plus ultra del genere.

Ora lo so che avrei dovuto estraniarmi e cercare di godermi la musica dal vivo, ma davvero, era troppo anche per uno come me che normalmente non si fa condizionare dall’ambiente. Alla seconda canzone del primo gruppo dei tre in programma (che ha iniziato alle 23.20, di giovedì, come ti sbagli), sono scappato a gambe levate. Ho buttato via 7 euro, una limitata quantità di benzina, tre ore della mia vita e non ho visto i Be Forest che avrei senz’altro apprezzato. Sono salito in macchina e per fortuna avevo nel lettore cd The Photo Album, che, come probabilmente saprete, inizia con le parole “it’s getting late and now I want to be alone”. Perchè stare l’ dentro mi ha davvero messo una gran voglia di starmene da solo. meno male che domani ho i Grimoon, e poi il mio adorato Trashick, e sabato trasfertona a Padova per gli Es, e domenica Paolo Benvegnù. Un’ondata di atisti, gente e situazioni vere e genuine come piacciono a me. Ne ho davvero tanto bisogna.

Team building

Come ormai dovreste sapere, dallo scorso 12 settembre è online indie-roccia.it e io ne sono il responsabile contenuti. in pratica, oltre a fornire i miei contributi, raccoglio quelli degli altri, li controllo e li edito quando necessario e decido io quando e come pubblicarli.

Nei mesi precedenti all’inizio dell’avventura immaginavo che la cosa più eccitante sarebbe stata proprio questo mio potere decisionale. Dopo tanti anni, dicevo, potrò scegliere di spingere un gruppo a mio piacimento senza che nessuno potrà dirmi niente. Certo, immaginavo che avrei anche dovuto accettare di mettere in primo piano gruppi che a me non piacciono, ma ero disposto a questo sacrificio in cambio della libertà di incensare e dare spazio a chi volevo.

E invece, dopo più di sei mesi, mi sono reso conto che la cosa più bella di questo progetto è indubbiamente la voglia e l’entusiasmo che ci sta mettendo il gruppo di lavoro che si è creato.

Già avevo paura che non sarei mai riuscito a crearlo, il gruppo di lavoro, che il sito sarebbe diventato un’estensione del mio lavoro personale con qualche contributo ogni tanto. niente di più sbagliato: in modi più o meno probabili, alcune persone si sono proposte e stanno mantenendo alta la continuità del sito, in termini quantitativi ma soprattutto qualitativi.

C’è chi non aveva mai fatto niente del genere prima e si è fatto attirare dalla novità. c’è chi, invece, aveva un sacco di articoli nel cassetto e temeva di non trovare più nessuno che glieli pubblicasse. C’è chi ha sempre avuto velleità giornalistiche ma non un posto dove avere tutto lo spazio che voleva. C’è chi gestisce il sito madre che appena può mi aiuta. C’è chi ha talento cristallino e chi, con l’impegno e il lavoro, sta migliorando sempre più. ma soprattutto, tutti, ognuno nei limiti del tempo che ha a disposizione, ci mettono del loro in modo importante e significativo.

Alcuni ogni settimana mi fanno avere due o tre articoli, altri ne mandano due o tre al mese, altri ancora hanno troppe cose a cui stare dietro e si fanno sentire solo una volta ogni tanto. Ma da tutti ricevo ogni volta in modo fortissimo una sensazione di voglia di aiutare la causa che mi lascia sempre più felice man mano passa il tempo.

Due esempi su tutti: il ragazzo che scrive di più ha avuto un periodo in cui, da quanto scriveva in giro, era in ospedale o qualcosa di simile. Ebbene, ogni due o tre giorni mi scriveva di non preoccuparmi che sarebbe tornato. La persona che invece finora ha scritto meno tra gli abituali, che ha avuto un periodo in cui troppe cose l’hanno tenuta lontana dalla scrittura, quando le ho detto che avevo bisogno di una recensione che aveva in carico perchè c’era un’intervista alla stessa band e volevo pubblicarle insieme, la mattina dopo mi ha fatto trovare il contributo, nonostante lo scarsissimo tempo che aveva (ha) a disposizione.

E tutto questo mi riempire il cuore anche perché io, per costruire attorno a me un simile ambiente, non ho fatto assolutamente nulla. Tutto è nato in modo assolutamente spontaneo e genuino, come le cose più belle, più saporite, più vere.

Il senso di gratitudine che ho nei confronti di Alex, Andrea, Antonio, Cristiano, Massimo, Mattia, Raffaele e Vittoria (in rigoroso ordine alfabetico) è, seriamente, una delle cose più belle che mi siano successe in questi ultimi anni. E sento che lo ricorderò a lungo, in qualunque modo si svilupperà indie-roccia. Per questo ho voluto immortalarlo in un post.

L’annosa questione di come certi artisti reagiscono a domande del cazzo

Questa intervista fatta a Il Teatro Degli Orrori, e soprattutto le risposte di Capovilla, ripropongono l’annosa questione di cui al titolo del post. E’ giusto che gli artisti rispondano “senza filtro” quando ritengono che le domande  ricevute non meritino altro che insulti, oppure sono tenuti a mantenere sempre professionalità e aplomb? Tra l’altro la differenza di “resa dell’output” è chiaramente messa in mostra dalle risposte di Favero, che invece la professionalità e l’aplomb li mantiene sempre.

Umanamente, io un paio di risposte di Capovilla le trovo perfettamente comprensibili. Mi riferisco a quelle relative alle domande sull’”ammorbidimento delle tensioni rock” e sui “rivolgimenti delle impalcature della comunicazione tutta”. Il problema di fondo, però, è che Capovilla stesso parte già incazzoso dall’inizio, e l’impressione netta è che ce l’abbia col mondo intero perché il disco nuovo della sua band non è stato universalmente accolto gridando al miracolo, ma il concetto base che sta venendo fuori è che un album così rischi di essere pretenzioso, che sarebbe stato meglio inserirvi meno canzoni, che va bene l’idea del concept e tutto quanto però insomma, è davvero troppo lungo e faticoso da ascoltare tutto insieme, e ciò non è mai bene per un disco rock. Ma dalle risposte date, non solo da Capovilla ma anche da Favero, si capisce che la band sia convinta che sia colpa del popolo bue e ignorante che non capisce, non certo loro che hanno fatto il disco più o meno definitivo del rock italiano. Quindi via subito con il definire le domande “incomprensibili” e “figlie del pregiudizio” quando invece poi così malvagie non erano. Insomma, il caro e vecchio concetto di “io sono io e voi non siete un cazzo”. Poi oh, posso sbagliarmi perché io Capovilla e Favero mica li conosco personalmente, ma credo sia innegabile che dalle risposte il messaggio che i due stanno lanciando sia proprio questo. Ed è, quindi, spiegato il motivo per cui non ci fanno una bella figura, soprattutto, ovviamente, per colpa di Capovilla, visto che la classe di Favero nelle risposte è apprezzabilissima .

Diciamo, quindi, che questo non è il miglior esempio per dirimere l’annosa questione, perché ci vorrebbero interviste veramente del cazzo, mentre questa, a parte le due cadute di cui dicevo, non sarà uno splendore ma nemmeno mi sembra niente di drammatico. Nello specifico, quindi, si tende a credere che quando la gente ti critica e tu, invece di stare ad ascoltare, ti incazzi con tutti, hai compiuto il primo passo verso il declino. Vedremo se ciò avverrà anche stavolta.

Il football è una cosa meravigliosa

Quando ero ragazzino, su Italia 1, che agli occhi di noi undicenni ingenui sembrava la cosa più innovativa che potesse esserci in ambito televisivo, iniziavano a trasmettere le immagini di questa cosa che veniva dall’America: il football. Ed è inutile negarlo: ai bambini, soprattutto maschi, fanno una scena della madonna quei caschi, quelle divise colorate e quella palla ovale che vola in aria girando in modo perfetto per decine di metri finché uno bravissimo la blocca al volo con irrisoria facilità. Poi però, quando si diventa anche solo adolescenti, si comincia a capire che il gioco non sta tutto lì e ci si divide tra la maggioranza di chi non capisce quelle azioni brevissime dove ogni volta ci si rischiera tutti da capo e la minoranza di chi invece si fa affascinare da questo gioco con una concezione così diversa da quella classica europea ma così intrigante.

È ovvio che la presenza di tutti i tempi morti in una partita favorisce sia la massiccia presenza della pubblicità, e quindi rende il gioco di grande appeal per le grandi aziende che hanno così interesse a renderlo il più possibile diffuso a livello mondiale, che l’intrattenimento tipico della concezione all’americana di sport, che prevede l’idea di andare a vedere una partita più o meno come se fosse un musical. L’europeo medio, però, dovrebbe riuscire a staccarsi da queste differenze rispetto al modo in cui noi viviamo e concepiamo lo sport, e capire gli aspetti positivi di questo gioco. Che sono riassumibili in questo semplice concetto: non esiste altro gioco in cui l’abilità psicofisica, l’acume tattico e il talento individuale siano così necessari tutti allo stesso modo per arrivare alla vittoria.

Una Grecia che vince l’Europeo di calcio del 2004 solo con la voglia e con l’accortezza ma senza talento, nel football non andrebbe da nessuna parte. Le ultime nazionali USA di basket, che hanno mostrato un’intelligenza cestistica molto inferiore alle rivali più forti, sarebbero parimenti tornate a casa a mani vuote pur essendo infinitamente superiori come tecnica e atletismo. Le tre componenti servono tutte e non ce n’è una più importante delle altre. Quest’anno i San Francisco 49ers hanno sopperito ad un basso tasso di talento con gli altri due pregi, ma per superare il turno di playoff hanno dovuto sfruttare giocate da campione vero dei loro giocatori più rappresentativi. Altrimenti sarebbero andati a casa, pur con tutta l’organizzazione e la grinta di questo mondo.

Purtroppo, dopo il periodo dell’adolescenza, mi è stato difficile seguire le vicende dell’NFL. Era necessario essere utenti di una qualche pay-tv, un concetto che è sempre stato molto lontano dalla mia famiglia. Così, pian piano mi perdevo le tracce di quel gioco che mi piaceva tanto negli anni del liceo e all’inizio dell’Università. Sapevo dell’esistenza di certi giocatori forti, come Tom Brady, Peyton Manning, Kurt Warner, sapevo del grande impatto della difesa dei Tampa Bay Buccaneers di Jon Gruden e che certe squadre che ai miei tempi erano nobili in quegli anni erano ormai decadute. Perché poi una cosa bella dello sport americano è che, qualunque squadra tifi, puoi sperare che un giorno vincerà. Se tifi l’Atalanta, o il Siena, o l’Empoli, o il Varese, ma dove vuoi andare, puoi al massimo sperare di combattere onorevolmente, ma non cert odi dare fastidio a chi conta.

Poi, tre anni fa, la RAI acquista i diritti dell’NFL e la trasmette sui suoi canali satellitari. Improvvisamente mi si riapre un mondo, dal quale mi faccio inghiottire inesorabilmente e senza opporre resistenza. Il mio primo Superbowl dopo una vita, quello tra i Pittsburgh Steelers e gli Arizona Cardinals (questi ultimi mai stati al Superbowl prima, a conferma di quanto ho appena detto) rimarrà per me un ricordo indelebile. Ci vorrà poi solo il trascorrere della successiva regular season per convincermi che non poteva esserci modo migliore di spendere i miei soldi che seguire il football in diretta grazie al Game Pass, un servizio del sito NFL che consente di guardare tutte le partite in diretta oppure ogni volta che si vuole tutte le partite, come se si stesse guardando la TV americana. E in questo periodo non ho mancato di regalarmi la mia finora unica partita NFL dal vivo, a Londra, a Wembley, dove ogni anno è ormai tradizione che due squadre giochino una partita di campionato (non una stupida amichevole) per promuovere l’NFL in Europa.

Il Game Pass, se sei già appassionato, ti cambia la vita, perlomeno in quei 5 mesi in cui si gioca. Durante le domeniche di regular season, solo eventi eccezionali possono portarti via di casa. Nei weekend di playoff, nemmeno quelli. Le finali di conference e il Superbowl, poi, sono sacri. E l’appagamento è sempre totale, vale sempre la pena assistere allo spettacolo dell’NFL, dove la parola spettacolo non va intesa nel senso classico del termine, perché, come dicevo, il bello del football non sta solo nelle giocate a effetto, ma anche nella tensione e nelle battaglie difensive dove si combatte strenuamente per ogni centimetro e l’adrenalina scorre a fiumi e l’abilità strategica dei coach e dei vari coordinator raggiunge livelli che nemmeno i migliori generali di guerra della storia. Ah, il Game Pass, quando inizi a farlo, non lo molli più, diventa indispensabile come l’aria in quei 5 pazzeschi mesi.

Il Superbowl che si è giocato l’altro giorno, tra i New York Giants, che hanno vinto, e i New England Patriots, è il perfetto esempio di quello che dicevo. Partita che ha avuto poche giocate spettacolari, e di conseguenza un punteggio bassino (21-17), ma che ha visto uno scambio di mosse e contromosse tattiche davvero da urlo e capace di lasciare senza fiato per tutta la durata della partita. Ognuna delle due squadre ha trovato il modo di sopravanzare sull’altra, e l’altra è sempre riuscita a trovare il contro modo di battere chi, fino a due azioni prima sembrava invulnerabile, e avanti così con quest’altalena per tutti i 60 minuti di gioco effettivo. Poi, visto che conta anche l’abilità tecnica, quando agli ultimi possessi chi era sotto nel punteggio aveva trovato nuovamente le soluzioni per avanzare, coloro che avrebbero dovuto raccogliere la palla ovale lanciata in modo perfetto da Tom Brady, uno dei migliori quarterback (il ruolo di chi inizia l’azione con la palla in mano) della storia, hanno commesso errori clamorosi e hanno lasciato cadere la palla a terra. Una, due, tre volte, game over, perché serve tutto e non si può avere lacune in niente per vincere un Superbowl.

Davvero, non esiste gioco più affascinante di questo. Ce ne possono essere di più belli, non discuto, ma il fascino del football è unico. E ora mi aspettano i 7 mesi più lunghi, quelli senza NFL. Provo a dirmi e a illudermi che passeranno presto, che settembre è qui dietro l’angolo. Non è così: per un po’ non ci penserò ma quando mancherà poco all’inizio della stagione non penserò ad altro. E poi arriveranno altri 5 mesi intensissimi, che senz’altro troveranno un modo per farsi ricordare.

ManzOni @ Magnolia, 24/01/2012

Scoprire dell’esistenza dei concerti la mattina stessa della sera in cui si svolgeranno fa ovviamente piacere, ma può dare dei problemi quando in realtà con la testa si era già deciso di non fare tardi e di starsene tranquillo. Ci ho messo comunque un paio di minuti a stabilire definitivamente che no, i ManzOni non me li potevo perdere, fanculo al sonno arretrato.

Parto alla volta del Magnolia ascoltando il mio cd originale degli Help Stamp Out Loneliness, arrivatomi due giorni fa. Purtroppo la dogana ha intercettato il pacco e così ho dovuto pagare un sovrapprezzo che ha fatto svanire tutta la convenienza del cambio dollaro/euro, che già ultimamente non è ai migliori livelli. E’ solo la seconda volta che succede, quindi non mi dispero, e soprattutto ora posso ascoltarmi in macchina un disco che ho amato e ancora amo così tanto. Serenità e disimpegno mi accompagnano, quindi, ad assistere a un live che non ha nessuna di queste du componenti.

Prima dei miei adorati ci sono ben due gruppi, quindi addio alla speranza di tornare a casa presto. la prima band si chiama Le Fate Sono Morte e fa un rock rabbioso senza infamia e senza lode. Seguono i musica Per Bambini, sempre divertenti nel loro live di forte impronta teatrale, alcune trovate fanno davvero ridere e la musica non è poi così stupida come potrebbe apparire. Apprezzo particolarmente la tavola calda periodica dove viene servito il minestronzio e i due reality di successo intitolati Campioni e Il Pupo E Il Secchione, ambientati rispettivamente tra i neonati in provetta e tra i neonati abbandonati nei rifiuti.

Poi arrivano loro e per chi non li conoscesse sono questi. Inizialmente il suono esce piuttosto male, nel senso che c’è una saturazione eccessiva in tutte le uscite, sia delle chitarre che del microfono di Gigi Tenca. Non riesce, quindi a crearsi un amalgama tra i vari strumenti e tra l’insieme di essi (che non c’è, appunto) ed il cantato (o declamato, come volete voi) e si fa fatica a capire quello che Gigi ci sta raccontando. Il problema si risolve presto e mi rendo conto, poi, che la band ha impostato il live in modo un po’ diverso rispetto a come i brani suonano su disco. Lì, infatti, come spiegavo ai tempi nella recensione, troviamo un suono ruvido e cupo posto in un contesto da songwriting blueseggiante moderno, qui l’impronta è molto più post rock. C’è più pulizia e più rotondità. non mancano le abrasioni ma è proprio il filtro da cui passa la base della canzone per venire realizzata nella pratica che cambia.

Chi mi conosce sa che mi piace dire che tra me e il post rock c’è un rapporto di reciproca stima: ci riteniamo vicendevolmente delle brave persone ma non andiamo al di là di un buongiorno e buonasera, salvo rari casi. Ieri è stato uno di quei casi, perché, per fortuna, la forza dell’impianto emozionale proprio della band era tutta lì, quantomeno come su disco, ed il bello di avere i musicisti lì davanti a te e di sentire la voce di Gigi che arriva direttamente alle tue orecchie è un necessario aumento dell’intensità del risultato globale. Questo vale sia nei momenti in cui il suono è più sottile e introspettivo che quando il corpo e il volume dei brani, e per volume intendo anche i metri cubi, non solo il livello del rumore, sono al massimo.

Setlist equamente divisa tra album ed EP con anche un paio di brani nuovi che sembrano proprio sullo stesso livello dei vecchi. Alla fine mi sento con il cuore gonfio ed il fiato sospeso, sballottato tra la positività di aver assistito ad un live così appagante e lo scomodo realismo che mi è stato sbattuto in faccia. Riesco ad incrociare Gigi appena scende dal palco, gli porto i saluti di un’amica comune e a quel punto lui capisce chi sono e si ricorda anche il mio nome. Ci parlo un minuto scarso, ma mi basta per capire che è una persona buona e pura.

Salgo in macchina e mi dico che non posso rimettermi ad ascoltare gli Help Stamp Out Loneliness, troppo alto lo sbalzo, su ttuti i piani possibili. In realtà però sono felice di questa serata e la felicità va celebrata con musica felice, così finisco il disco e ricomincia la prima canzone, che dice a un certo punto “I don’t know what tomorrow brings, nothing but insecurity“. Eccolo il collegamento con i ManzOni, si è compouto il giro circolare tanto caro ai post rockers, che per una sera è stato caro anche a me.

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