Belle And Sebastian

Intanto recensione dei Lowgold
http://www.musicboom.it/mostra_recensioni.php?Unico=20060220060725

Poi niente, dato che ogni tanto il giornalino di zona mi chiede di riempirgli degli spazi, e stavolta avevano bisogno di qualcosa di particolarmente corposo, mi sono scatenato sui Belle And Sebastian Però, dato che tanto i lettori del gironalino non se lo fileranno oppure dato che è molto lungo un po’ verrà tagliato, volevo condividere sul blog questa mia fatica, almeno che la legga qualcuno che sa di cosa sto parlando. Tenete conto del pubblico a cui è rivolta, e anche del fatto che non sono bravissimo a fare queste cose. Le note biografiche le ho tratte dal libricino di Carlo Bordone sulla band

BELLE AND SEBASTIAN: DALLA TIMIDEZZA AL GLAM

 

 

A fine maggio tornerà a Milano il collettivo scozzese dei Belle And Sebastian, per la terza volta negli ultimi cinque anni, dopo gli affollati concerti del 2002 e del 2004, e c’è da credere che, nonostante il prezzo molto alto del biglietto, anche stavolta il popolo dei fans non mancherà di stare vicino ai propri beniamini. Anche perché per troppi anni il gruppo di Glasgow  si era concesso poche esibizioni dal vivo al di fuori della nativa Scozia, e ora che invece i tour europei sono la regola, chi per anni ha sognato di vederli dal vivo non può certo sentirsi appagato. Ma andiamo con ordine.

Correva l’anno 1995, e la Gran Bretagna musicale era pervasa dal crescente fermento britpop. Gruppi come Oasis, Blur e Pulp spopolavano nelle classifiche e in milioni di cuori targati Union Jack. Ma Stuart Murdoch non aveva certo l’indole per farsi ammaliare da tutto questo fragore. Anche a lui piacevano i Kinks e gli Smiths, ma era troppo un tipo da cameretta e libri letti in solitudine. Però Stuart aveva un’idea fissa, cioè formare una band per dare corpo a tutte le sue idee musicali, che riflettevano il suo carattere ma che per lui meritavano di essere ascoltate. Tra corsi di musica, serate universitarie ed annunci sul giornale Stuart riesce a mettere insieme altri cinque ragazzi come lui, e nel giro di un anno l’esordio Tigermilk è una realtà. Spesso l’esordio di un gruppo ne è il ritratto più genuina dello spirito, e questo caso non è certo un’eccezione. Le dieci canzoni che lo compongono rappresentano in pieno l’attitudine da tardo adolescenti dal carattere semplice e riflessivo allo stesso tempo, persone tanto intellettuali quanto sognatrici, che sanno farsi rapire da un suono cristallino e che vogliono un sottofondo tenue per poter leggere, pensare, immaginare. Tigermilk è tutto questo, con le sue melodie semplici, pure ed affascinanti allo stesso tempo, e con i suoi suoni delicati e mai sopra le righe, che si tratti di chitarre acustiche, della tromba che talvolta le accompagna, del pianoforte oppure anche di momenti elettronici. E’ un disco che ci fa tornare tutti bambini per quaranta minuti e che disarma con la sua tenerezza. La band ci tiene a precisare, nel libretto di questo cd come in quello di tutti gli altri a venire, che il loro nome è preso dal racconto francese a cui si è poi ispirata la serie di cartoni animati, e che non c’entra con la loro musica, ma viene invece da pensare che la purezza del sentimento che si instaura tra un ragazzino ed un tenero cagnoline abbia più di una connessione con quanto espresso dai sei di Glasgow, almeno nel loro primo periodo.

Passa un anno ed ecco If You’re Feeling Sinister, degna continuazione dell’esordio, sotto tutti i punti di vista. C’è giusto qualche momento in cui le chitarre acustiche si sentono un po’di più, accentuando quindi il lato folk del gruppo, ma l’idea che sta alla base anche di questo secondo album è la stessa e, se possibile, le canzoni sono ancora più toccanti e ammalianti e lasciano il segno perché ti entrano non solo in testa, ma anche nell’anima, sempre che questa sia un minimo predisposta ad avere al suo interno un angolino per l’introspezione solitaria volta non all’autocommiserazione ma al desiderio di accentuare la propria innocenza fanciullesca. E’ questo l’album grazie al quale gli appassionati più attenti anche al di fuori del Regno Unito iniziano ad interessarsi a questi ragazzi e ad avere voglia di saperne di più e, magari, di apprezzarne le qualità anche dal vivo. Ma i Belle And Sebastian sono proprio come la musica che suonano: timidi ed anti personaggi per eccellenza, riluttanti alle interviste e interessati a suonare davanti ad altra gente quasi solo sui palchi della loro Scozia. E se questa cosa da un lato crea un po’di delusione ai fans, dall’altro alimenta il loro mito di nicchia e soprattutto amplifica le sensazioni che il gruppo vuole proporre, essendo chiaro come il sole che sono le stesse provate dagli artisti stessi, fino in fondo.

I Belle And Sebastian, tra l’altro, non fanno canzoni solo per i propri album, ma ne hanno altre in serbo con le quali cercano di sovvertire certe regole del mercato, che vuole che da ogni album si traggano uno p più singoli, che per questo contengono una o più canzoni che già si trovano sul disco. Questa per loro è un’inutile ripetizione ed una mezza presa in giro agli appassionati, e allora i loro singoli sono fatti da canzoni che si trovano solo lì e non sono negli album. Soprattutto questi dischetti sono importantissimi perché contengono diverse tra le gemme più brillanti del loro repertorio, sintomo di come la band dia importanza a tutti gli aspetti della sua produzione e non solo a quelli che, per forza di cose, sono destinati ad avere più visibilità. In questo primo periodo ne vengono pubblicati tre, e se il primo Dog On Wheels ha tutte le caratteristiche dei due lavori sulla lunga distanza, gli altri due, Lazy Line Painter Jane, 3…6…9 Seconds of Life contengono già degli elementi di novità, come l’uso di un maggior numero di strumenti e un certo spazio ad episodi senza cantato, aspetti che saranno il cardine della svolta rappresentata dal terzo album, The Boy With The Arab Strap.

E’ il 1998 ed ormai il nome del collettivo di Glasgow, nel frattempo ingrossatosi con l’aggiunta di altri due membri, non è più sconosciuto a nessun appassionato, almeno per sentito dire. Ed è grande la gioia di chi li ama mentre sente il loro spettro sonoro allargarsi, con una stratificazione di strumenti impensabile fino a poco tempo fa, ed insieme capisce che questo suono più curato e costruito non è una maschera per idee compositive meno brillanti ma è solo una dimostrazione delle straordinarie capacità armoniche del gruppo. L’album è ben più variopinto rispetto ai due precedenti, ma non perde nessuna delle caratteristiche amate dai fans del gruppo. Una svolta, quindi, che arricchisce lo stile della band, che sente la voglia di evolversi senza perdere la sua attitudine originaria, e ci riesce in pieno.

E’ questo il periodo in cui iniziano ad emergere altre personalità, accanto a quella di Stuart Murdoch. In primis quella di Isobel Campbell, la violoncellista, una delle prime a far parte, grazie ad un annuncio sul giornale, della formazione originaria. Se Stuart Murdoch è sempre stato visto come il Sebastian del nome del gruppo, Isobel qui sembra proprio la Belle della storia (e meno male che il nome non c’entra con quanto fanno questi artisti…). La sua voce eterea e di zucchero filato per la prima volta è una vera alternativa a quella di Stuart, sia da sola che in duetto con questa, e questo rincorrersi e sfiorarsi di voci non fa che amplificare il tenero romanticismo sognatore che da sempre pervade le composizioni del gruppo. Non paga, Isobel in questo periodo sforna anche due dischi del suo progetto parallelo, chiamato Gentle Waves, fatto di pezzi ancora più lievi e soffici di quelli del gruppo madre. Anche l’occhialuto chitarrista Stevie Jackson dà il suo contributo, segno ormai che il gruppo ha una propria anima, coordinata con le idee di Stuart Murdoch senaa che da esse sia necessariamente dipendente. E intanto il bassista Stuart David si sente libero di sfogare la sua passione per l’elettronica fondando anche lui un gruppo parallelo, i Looper. Il singolo del periodo, This Is Just a Modern Rock Song, conferma tutto quanto di buono è presente su un disco che ha il merito di rendere ormai il nome dei Belle And Sebastian tra i più importanti in tema di pop d’autore.

Dopo un 1999 senza pubblicazioni ma con segni evidenti di una popolarità in aumento, i Belle And Sebastian tornano nel 2000, prima con il singolo Legal Man, che ne mostra un lato allegro e quasi danzereccio inaspettato, poi con il quarto album Fold Your Hands Child, You Walk Like A Peasant. Ed è proprio mentre il seguito della band è in crescente aumento che arriva il periodo più difficile per la famiglia di Glasgow. Per prima cosa il disco, che, intendiamoci, è molto bello, viene accolto in modo più tiepido rispetto al solito. Il problema è semplicemente che il lavoro vorrebbe essere una sorta di fusione di tutti i pezzi del collage che ha caratterizzato la carriera del gruppo, ma in più di una canzone l’ispirazione non pare più così viva e chi vede dell’autocitazionismo non sembra così lontano dalla verità. Subito dopo, la decisione da parte di Stuart David di abbandonare il collettivo per dividersi tra il suo gruppo parallelo e l’attività di scrittore pone degli interrogativi sul futuro stesso della band. Interrogativi che restano in sospeso per qualche mese grazie all’uscita, nel 2001, di altri due singoli, Jonathan David e I’m Waking Up To Us, entrambi molto positivi e che soprattutto sembrano dare una continuità alla svolta del 1998 in modo molto migliore di quanto non l’abbia fatto l’ultimo album.

Ma le nuvole nere del dubbio tornano ad addensarsi minacciose quando viene pubblicata una colonna sonora di supporto al film Storytelling. In sé non ci sarebbe nulla di male, ma il disco risulta interessante solo per quattro – cinque canzoni, mentre tutto il resto sono inutili e stucchevoli momenti strumentali, che saranno magari un ascolto adatto mentre si guarda il film, ma dei quali non si vede il senso della pubblicazione su cd, se non come un’operazione di marketing. Marketing le cui regole erano sempre state disattese dai Belle And Sebastian, per cui viene naturale pensare che il momento in cui le cose non sembrano stare più così possa rappresentare l’inizio della fine.

Per fortuna le regole di mercato hanno anche un loro lato positivo, rappresentato dal dover effettuare un tour europeo per promuovere ciò che si è pubblicato. E quando detto tour viene annunciato, nessuno pensa che così la band si stia ancora snaturando, perché tutti sono presi dall’eccitazione indicibile di vedere finalmente in carne, ossa e strumenti musicali gli eroi dei propri sogni solitari in cameretta. La data milanese dell’Alcatraz è piena di gente, e si rimane un po’così nel rendersi conto che l’elite dei fans del gruppo a cui si credeva di appartenere è decisamente più allargata di quanto ci immaginassimo. Ma non importa, ciò che conta è vedere tutta la famiglia scozzese a pochi metri di distanza eseguire un concerto meraviglioso, poetico, con tutta la loro abilità tecnica di polistrumentisti e la capacità di non farla risultare fine a sé stessa, ma gonfia di sentimento. Certo, il piglio sul palco è quello dei consumati professionisti e non dei ragazzini introversi di qualche anno addietro, ma prima o poi tutti si diventa grandi e consapevoli, e loro non possono certo far finta di non esserlo.

Unica nota stonata è l’atteggiamento di Isobel Campbell, che canta e suona splendidamente ma che ha sul viso l’espressione di chi sembra vivere la serata più che altro come un dovere professionale. E purtroppo qualche mese dopo il distacco dal gruppo avviene davvero. Proprio Belle non sente più sua quest’avventura, ufficialmente per la mancanza di capacità di adattamento al nuovo status che il gruppo stava assumendo. Lei si sentiva molto più a suo agio in un contesto dal profilo più basso, per mantenere il quale si mette “in proprio”. Dopo aver pubblicato nel 2003 un coraggioso album solista dal simpatico titolo Amorino ha recentemente avviato una collaborazione con l’apprezzato cantautore americano Mark Lanegan. Sarà in concerto a Milano al Rainbow il 24 aprile, esattamente un mese prima rispetto alla sua, ormai, ex band.

Band che, a questo punto, si trova davanti ad un bivio: o trovare un modo veramente convincente di riproporsi oppure dare addio allo splendido sogno. Il merito degli scozzesi è quello di rendersi conto che una decisa rinfrescata al proprio stile è necessaria per non far spegnere la fiammella dell’ispirazione, ed il risultato è la pubblicazione nel 2003 di Dear Catastrophe Waitress. Con il quale i Belle And Sebastian tornano a rappresentare al meglio ciò che sono come persone, gente ormai non più timida ed incerta su cosa aspettarsi fuori dal proprio microcosmo, ma musicisti esperti che ancora amano il loro lavoro e vogliono divertirsi. Le canzoni sono molto più vivaci e colorate e la composizione stessa dei brani, pur con qualche ingenuità comprensibile, si adatta perfettamente al nuovo spirito. L’importanza di essere riusciti ad ammettere a sé stessi questo cambiamento e di essere riusciti ad esprimerlo al meglio è assolutamente capitale, perché finalmente i fans sentono nelle nuove canzoni quella sincerità e genuinità che sembrava ormai si stessero lentamente disperdendo tra gli effetti collaterali del successo. Ed invece eccoli qui i Belle And Sebastian, un gruppo diverso da quello che ha sempre rappresentato e che non ha problemi ad ammettere candidamente di essere cambiato. E’ un gruppo né migliore né peggiore rispetto all’immagine che li ha sempre accompagnati, ma che non ha perso la capacità di dare a chi li ascolta sensazioni vere e palpabili, anche se gli adattamenti alle regole canoniche della discografia continuano, con pubblicazioni di singoli contenenti pezzi tratti dall’album.

Ma ormai questo aspetto non importa più, ai fans basta ed avanza essersi accorti che i loro eroi sono cambiati ma ispirati quasi come ai giorni migliori. Il concerto del 2004 al Rolling Stone vede il popolo dei loro devoti stringersi intorno ai propri beniamini con caloroso affetto. Non c’è più Isobel, ma nessuno la rimpiange, non perché non se ne senta la mancanza, ma perché è bellissimo vedere dal vivo come tutti gli altri abbiano superato il momento difficile e siano convinti di quello che stanno facendo, senza abbandonare le riproposizioni di un passato che comunque è stato importante e che questo nuovo gruppo non rinnega affatto. Lo show è un trionfo, i ragazzi comunicano brillantemente con un pubblico davvero adorante, che accompagna con fragorosi boati ogni canzone.

Dopo la pubblicazione, l’estate scorsa della doppia raccolta Push Barman To Open Old Wounds, che contiene tutti i singoli fino al 2001, che erano praticamente diventati delle rarità, l’ultimo episodio di un gruppo ormai rigenerato e lanciatissimo è il recente The Life Pursuit, ulteriore passo in avanti figlio del nuovo approccio musicale orami adottato in pianta stabile. Il suono è tendente al glam, sia con le sue parti elettroniche che chitarristiche, e la luminosità non è soltanto sonora, ma anche artistica, con una composizione più consona rispetto al disco precedente, che dà ulteriore credibilità a questa rinnovata personalità. Certo, ci sono ancora un paio di momenti retaggio del proprio passato, ma non stonano affatto e servono a dare un minimo di filo conduttore ad un discorso che si è fatto sempre più articolato ma mai incoerente o inconcludente.

Andiamo quindi tutti ad applaudirli il 24 maggio al Rolling Stone. Sappiamo che ne varrà la pena e che è assolutamente il caso di dare nuovamente quel calore che una volta di più si sono meritati.

 

 

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Pubblicato il marzo 10, 2006 su Uncategorized. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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