Portami fuori a cena, BAUSTELLE!

Una cara amica che lavora in una rivista d’arte mi chiede di scrivere qualcosa sui Baustelle adatta, appunto, alla rivista. Io non trovo di meglio che ripercorrere la loro storia, peccato che non mi fossi ricordato che naturalmente c’era un limite di battute…risolto il problema mi è rimasto il papiro che avevo scritto, e può forse andare sprecato, quando ho un blog che, tra le altre cose, serve proprio a questo? Eccovi qui dunque la mia personale monografia baustelliana, teente conto il contesto nella quale avrebbe dovuto comparire, e che molti particolari non li ho inseriti per non appesantire il discorso. Spero che almeno qualcuno abbia voglia di leggersela…

Fino ad un anno fa pronunciare il nome dei Baustelle destava attenzione solo presso un pubblico di appassionati di indie pop d’autore che amano cercare musica da ascoltare al di là di ciò che è proposto dai media ed è recepito dal grande pubblico. I loro dischi erano pubblicati da etichette indipendenti, i loro video su MTV passavano quasi solo di notte, i loro concerti non registravano certo il tutto esaurito. Nell’ultimo anno solare per la band di Montepulciano è cambiato tutto: la gente li riconosce per strada, i loro singoli passano regolarmente in radio ed anche i loro video sono ormai in heavy rotation, il loro terzo album è entrato nelle classifiche di vendita in Italia e soprattutto il numero dei loro concerti si è moltiplicato ed ogni data è strapiena di gente.
Merito solo del passaggio ad una major come la Warner, che certamente assicura una promozione ben più capillare rispetto alle case discografiche con cui erano accasati in precedenza, o anche e soprattutto della loro musica?
Andiamo con ordine ed iniziamo proprio dalla questione di come si deve pronunciare il nome di questa band. Sul loro sito ufficiale i Baustelle dichiarano che il nome è una parola tedesca da pronunciarsi in assoluta libertà. Però in uno dei loro brani più noti, Arriva Lo Ye-Ye, Rachele Bastreghi, tastiere e voce, lo pronuncia così come si scrive, per cui si può essere portati a pensare che sia questo la maniera corretta di pronunciarla, almeno come nome del gruppo.
L’esordio discografico della band risale all’anno 2000, ed il titolo, quantomai rappresentativo, è Sussidiario Illustrato Della Giovinezza. Dieci canzoni che propongono un’intrigante quanto irresistibile pop la cui ispirazione principale sembrano essere i Pulp, ma nel quale non mancano riferimenti alla canzone d’autore italiana e francese, con in più un’azzeccata componente elettronica che dà quel necessario tocco di freschezza. Le melodie sempre ispirate, il suono che svaria sapientemente tra i suoi modelli e lo splendido alternarsi delle voci della stessa Bastreghi e di Francesco Bianconi, che canta per la maggior parte del tempo oltre a suonare la chitarra, sono elementi che contribuiscono a creare un risultato finale di grande suggestione. Un contributo altrettanto importante lo danno anche i testi, tutti incentrati su pulsioni tardo adolescenziali, tra erotismo mischiato con l’amore oppure separato da esso, sogni, realtà inaspettate e momenti di frustrazione, il tutto descritto con quel misto tra veemenza e disincanto tipico di quell’età, ed in un modo talmente efficace che è impossibile non rivedere ciò che si è vissuto (o si sta ancora vivendo) in almeno uno dei vari stati d’animo narrati.
Il passaparola tra gli appassionati, è lento ma costante, ed è anche aiutato dalle recensioni positive, che in qualche caso sfociano in veri e propri premi di riconoscimento, da parte delle riviste specializzate. Tutto questo però non permette alla band di guadagnare abbastanza soldi per vivere soltanto facendo musica, ed il fatto di dover necessariamente svolgere altre professioni ognuno per conto proprio crea forti rallentamenti al processo di coesione dei musicisti tra loro, e di conseguenza alla realizzazione del secondo disco. I ragazzi però non si perdono d’animo e riescono a portare a termine l’album, che viene pubblicato nel 2003 e si intitola La Moda Del Lento.
Come quasi tutti i gruppi di buon livello, i Baustelle mostrano già con questa seconda prova una certa evoluzione rispetto al debutto. La Moda Del Lento è caratterizzato in primo luogo da un ampliamento delle sonorità, soprattutto della componente elettronica, e dal fatto di risultare meno accessibile rispetto al Sussidiario. Questo perché sia a livello di suono, che di melodie, che anche di testi, l’opera è più cerebrale ed elaborata e certamente non ha la capacità di fare presa immediata sull’ascoltatore, ma necessita di diversi ascolti per essere apprezzata. Se da un lato si saluta con gioia l’evidente maturazione compositiva del gruppo e ci si rende conto che non era pensabile che potessero avere per tutta la vita l’atteggiamento da ventenni, dall’altro ci si rammarica di come queste canzoni non abbiano la stessa capacità di coinvolgere e far sognare. Con il tempo si finirà per ammirare la spiccata vena poetica dei testi, la profondità delle sensazioni che evocano e la loro interazione sempre perfetta con la musica che li accompagna, ma indubbiamente questo secondo lavoro non ha nel cuore dei fans lo stesso spazio riservato al debutto.
Nonostante questo il processo di continuo allargamento della schiera dei fans continua, e porta i Baustelle ad avere maggiori possibilità di suonare dal vivo. Certo, quella del live è la dimensione che meno si addice alla band, che sul palco si mostra poco sciolta ed affiatata e con due voci quantomeno migliorabili, però chi li segue da anni è contento lo stesso di poterli ascoltare da pochi metri di distanza e di cogliere, nonostante le imperfezioni a livello tecnico, il fatto che questi musicisti ci mettono la stessa voglia e la stessa anima che finora hanno fatto in modo che sempre più gente si innamorasse di loro.
Ora è necessario capire come, per una gruppo con questa fama consolidata in ambito indipendente, il passaggio ad un major non significa necessariamente garanzia di vendite e di successo. Questo perché, in detto ambito, è sempre diffusa la tendenza, soprattutto in Italia, di vedere come dei “venduti” coloro che decidono di approfittare dell’opportunità promozionale garantita dall’accasarsi presso una casa discografica importante, perché ci si immagina sempre che debbano scendere a compromessi in campo artistico. Per questo se il gruppo in questione non pubblica un disco assolutamente convincente, le critiche di chi fino al giorno prima li aveva esaltati saranno spietate, e difficilmente la band riuscirà ad acquisire credibilità (e dischi venduti) tra il grande pubblico che ancora non li conosce se chi parlerà del disco per primo, ovvero chi invece conosceva già il gruppo, lo farà in maniera unanimemente negativa. Per fortuna non succede nulla di tutto questo, perché, al momento dell’uscita dell’album La Malavita, il parere è sì unanime, ma nel senso più entusiastico possibile.
La novità non mancano, prima fra tutte un’attitudine rock come i Baustelle non avevano mai avuto. Il suono delle chitarre è più robusto, il basso e la batteria non sono mai stati così in vista, e le tastiere non vengono certo abbandonate, ma non hanno mai quel ruolo di primo piano che spesso apparteneva loro in passato. Le melodie si adattano perfettamente a questa nuova veste sonora, risultando più facili rispetto al disco precedente ed al contempo più mature rispetto all’esordio. Ed anche i testi sono caratterizzati da una maturità differente, spaziando tra storie di disperazione che sfociano nel suicidio, a ritratti di personaggi eccentrici e di animali solitari, a temi sociali come la scarsa apertura mentale radicata nella provincia italiana e il rischio che i ragazzi si facciano omologare dalle mode e da quello che propone la televisione. Certamente questo è il disco più “terreno” dei Baustelle, che sono cresciuti e diventati più consapevoli del mondo che li circonda senza per questo essersi sminuiti o fatti condizionare dall’importante cambio di casa discografica.
Per la quale è sin troppo facile portare il gruppo all’attenzione generale, grazie proprio al fatto che nessuno di coloro che li seguiva da prima sia rimasto minimamente deluso dall’album. Il primo singolo La Guerra E’ Finita diventa sempre più presente nelle programmazioni di tutti i media ed è suonato anche in trasmissioni come Top Of The Pops. La Malavita fa presenza fissa nelle classifiche di vendita per diverso tempo e cresce esponenzialmente il numero dei concerti che, come detto, registrano un grande successo di pubblico ogni volta, anche perché il miglioramento sul palco è evidente. Pur senza arrivare a livelli di eccellenza, le esibizioni dei Baustelle hanno ora una certa solidità e la gente non vuole mai smettere di vederli dal vivo, sia chi li ha conosciuti ora perché probabilmente si rammarica di cosa si è persogli anni scorsi, sia chi li ha amati da subito o quasi, perché è troppo bello vedere una propria vecchia passione uscire dalla schiera dei sottovalutati senza che la cosa sia andata a discapito della qualità.
E così, a quasi un anno di distanza dalla pubblicazione dell’ultimo disco i Baustelle hanno ancora un fitto calendario di impegni sui palchi di tutta Italia e anche il nuovo singolo Un Romantico A Milano ha colonizzato radio e tv come quello precedente. Un futuro roseo a lungo termine pare ormai assicurato, e questi artisti se lo meritano proprio, perché sono sempre stati capaci di portare avanti un percorso artistico di alto profilo, sia dal punto di vista della qualità che delle emozioni, e questo successo è certamente molto più figlio di questa capacità che non di quale casa discografica li promuove.
 
 
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Pubblicato il agosto 2, 2006 su Uncategorized. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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