Dieci dischi sottovalutati del decennio

Oggi mi è tornata la voglia di ascoltare On Your Side di Magnet, disco del quale non ho trovato ancora oggi nemmeno una recensione in italiano, e mi sono detto che si potrebbe fare una lista di dischi sottovalutati usciti in questo decennio. Mi verrebbe da dire che questi che nominerò sono I 10 più sottovalutati, ma poi va a finire che me ne sono dimenticato qualcuno oppure che qualcun altro me ne nomina altri che io non conosco e che magari mi piacciono. quindi dico che questi intanto sono dieci, poi non so o non ricordo se ce ne sono altri. Per ognuno due righe di spiegazioni, in caso prese da mie recensioni, e per l’ultimo invece da quella del mio amico Lorenzo Righetto

Magnet On Your Side (2003 ) si potrebe pensare che in fondo il disco non è poi così sottovalutato, visto che ha permesso a Even Johanssen, norvegese che si propone appunto col nome d’arte di Magnet, di approdare alla Warner. Però sta di fatto che almeno nel mio ampio giro di conoscenze ce lo siamo cagati in pochissimi. melodie perfette ed appiccicose, voce incredibilmente emotiva, suono avvolgente ma allo stesso tempo mai sopra le righe, questo lavoro mostra inequivocabilmente le incredibili potenzialità della malinconia in musica, quando viene espressa con mezzi così efficaci

Echoboy Giraffe (2002) io stesso l’ho scoperto almeno un anno e mezzo in ritardo, e certamente Richard Warren non ha mai fatto niente per far girare un po’il proprio nome, né si è mai interessato al lucro ponendolo in posizione di preminenza rispetto alla musica (si dice che abbia rifiutato di fare il bassista degli Oasis, prima che venisse fatta la proposta, accettata, ad Andy Bell). Nel 2002 comunque già proporre un’elettronica contaminata in forma di canzoni era un’operazione eseguita da pochi, dei quali giusto i Notwist ebbero la giusta notorietà: se poi ci mettiamo che i brani di Echoboy erano molto più cupi ed estremi, è facile capire il perchè non ci sia stato interesse. Quando poi sono arrivati prima i Faint e poi Rapture e !!! ecco che anche questa meraviglia ha iniziato a circolare come meritava, peccato che l’autore sia poi tornato a fare ciò che faceva prima, ovvero dello sperimentalismo molto spinto, ponendo fine a qualunque ipotesi di un minimo di successo commerciale. Comunque sulle melodie e l’espressività della voce possono valere le stesse parole usate per il disco sopra, mentre il suono cupo e contaminato ha un’incredibile capacità di coinvolgere e sconvolgere.

Semifinalists Semifinalists (2006) questo l’avevo recensito su musicboom, ma la rece è sparita per colpa di un crash avenuto nel 2007. Per fortuna l’ho conservata nel mio hard disk e colgo l’occasione quindi di postalra per intero "Due maschietti ed una donzella si conoscono frequentando una scuola di cinema a Londra. I due uomini girano un cortometraggio e fortuna vuole che decidano di proporre musiche suonate da loro stessi come accompagnamento sonoro, e che si accorgano in primo luogo che con chitarre e sintetizzatori ci sanno decisamente fare, tanto da chiamare la loro amica ad arricchire con la sua voce le loro composizioni, e successivamente che il risultato finito non può certo limitarsi a fare da comprimario per delle immagini, ma deve essere divulgato come disco vero e proprio. E che disco ragazzi, uno dei lavori più incantevoli che mi sia capitato di ascoltare da molto tempo a questa parte. Questo esordio ha tutto per conquistare un’infinità di cuori: la voce di Adriana Alba ha fascino e purezza da vendere, e anche nelle rare volte in cui uno dei suoi compagni la sostituisce o la accompagna, queste due caratteristiche non diminuiscono di una virgola; le chitarre cristalline si sovrappongono e si incrociano in modo ogni volta magistrale con le tastiere, che sanno sempre dare una forte impronta mantenendo costantemente un suono morbido e gentile; ed è davvero unica la capacità di capire come variare l’intensità della batteria o della drum machine che tengono il tempo in base ai momenti in cui il suono deve essere solo assecondato oppure va esaltato. Ma la bellezza incontaminata del suono stesso non significherebbe nulla senza una qualità compositiva da urlo. I Semifinalists riescono in pratica a fare un album pop fino al midollo restando completamente fuori dalla forma canzone classica. Quello che troviamo in questi 35 minuti infatti è un’alluvione di melodie ammalianti messe tra loro in un modo che è sempre tanto inaspettato quanto azzeccato. Scordatevi di trovare una strofa ed un ritornello in queste canzoni, ognuna delle quali è tutto un fluire ed un divenire che mozza il fiato per gli accostamenti a livello di composizione come di suono, che sanno mettere insieme eleganza, profondità ed onirismo in modo che il risultato sia intenso nella sua impeccabilità, e di una tale scioltezza che questi accostamenti arditi danno un’idea di naturalezza e mai di forzatura o di eccessiva ambizione. Un disco che fa semplicemente girare la testa, da ascoltare all’infinito per godere, ogni volta come se fosse la prima (facciamo la terza o la quarta, che qualche ascolto di ambientamento è necessario) di tutti i suoi momenti, quelli più d’atmosfera come quelli ariosi, e soprattutto degli emozionanti passaggi tra gli uni e gli altri, attimi in cui ti si ferma il cuore e ringrazi il cielo di amare la musica pop. E dell’intraprendenza di artisti che volendo fare tutto da soli hanno scoperto dove probabilmente stava il meglio delle loro capacità".

Things In Herds Nothing Is Lost (2007) qui la rece su musicboom c’è ancora, quindi visto che ho sbrodolato sul disco precedente, qui mi limito a linkarla.Eccola.

Sister Flo Tragician’s Hat (2005) proprio un mese fa è uscuto l’ultimo disco di questa band finalndese, che però è ormai stata colta da manie di grandezza e ha pubblicato un’opera tanto tronfia quanto di scarso spessore. Tutt’altra musica è contenuta in questo gioiellino twee pop, con la caratteristica espressione di disincanto da cameretta propria del genere che qui è ai suoi massimi livelli. Momenti di introspezione si alternano ad altri più spensierati in una girandola di emozioni semplici, pure ed intense.

The Indelicates American Demo (2008) mi rifaccio al mio post dell’anno scorso e ribadisco nuovamente che questo disco è "Quanto di più passionale ci possa essere in un contesto indie-rock di qualità. Simon e Julia si gestiscono tra loro nel modo migliore gli spazi che ognuno di loro può prendersi, lui con il calore della sua voce e della sua chitarra, lei con la svenevolezza della sua voce e del suo pianoforte. Importantissimi i testi, nei quali i due mettono totalmente a nudo svariate dinamiche legate alla loro coppia ed all’intensità con cui vivono la loro vita. “We’re making new art for the people” non è un verso che svela mancanza di modestia, ma rappresenta perfettamente il valore di questo fantastico esordio."

Kubichek! Nightjoy (2007) vai a capire perchè tra gli appassionati di indie-rock melodico inglese questo esordio abbia ottenuto un centesimo dell’hype avuto da altri molto meno meritevoli. Eppure qui c’era tutto: voce potente e brillante, melodie ispiratissime, ritmo trascinante, riff di chitarra robusti ed assassini, adrenalna a milledal primo all’ultimo secondo. Cosa mancasse, ancora oggi non l’ho capito. Sta di fatto che la band si è malinconicamente sciolta un solo anno dopo l’uscita di questa bomba.

The Format Dog Problems (2006) malinconicamente scioltisi anche loro (oggi uno dei due guida i Fun, che tra l’altro sono bravi anche loro), eppure ci avevo davvero creduto, e non ero nemmeno poi così solo in realtà, eppure il nome dei Formet non ha mai preso piede come mi sarei aspettato. Anche qui rece scomparsa da musicboom maconservata nel mio hard disck, e quindi riproposta per intero, con tanto di pronostico completamente sbagliato "Negli ultimi anni c’è sempre stato un disco proveniente da Oltreoceano che si era imposto all’attenzione degli appassionati europei (con annessa ripubblicazione nel Vecchio Continente) nell’anno successivo a quello della release in patria, con conseguenti imbarazzi al momento di compilare le classifiche di fine anno. L’esordio degli Arcade Fire è del 2004 o del 2005? E quello dei Clap Your Hands Say Yeah è del 2005 o del 2006? Bene, sono pronto a scommettere che a fine 2007 lo stesso tipo di quesito si porrà riguardo a questo secondo disco dei Format da Phoenix, in circolazione già dallo scorso giugno con buoni riscontri di vendite un USA ma sconosciuto ai più da noi. Per ora. Sappiamo che l’universo cosiddetto indie ha mille aspetti diversi, ed indubbiamente questo lavoro non li tocca certo tutti, per cui chi tra i gruppi attuali apprezza, per esempio, quelli portatori di reminiscenze new wave, oppure più strettamente folk, o ancora un sound tendente alla psichedelica ed in generale alla sperimentazione, difficilmente si farà colpire dal fascino di questo disco. Se però siete amanti, in un contesto appunto indie, della serenità, della freschezza, della melodia come principale elemento caratterizzante di una canzone, questo è quello che fa per voi. Qui infatti c’è tutto quello che serve perché il disco prenda in ostaggio il vostro lettore, senza lasciarvi altra possibilità che arrendervi ai suoni puliti, alla voce allegra, ai coretti, agli shalala. Ma ovviamente c’è di più, perché se così non fosse il disco in questione si trasformerebbe in un soprammobile che prende polvere dopo al massimo una decina di giorni. Per prima cosa non c’è un solo brano che non abbia una melodia cristallina e trascinante: niente discontinuità, niente cali nella parte finale, solo e soltanto canzoni pop dello stesso altissimo livello. Il cantato è sempre in perfetto equilibrio tra morbidezza e solarità, con seconde voci che riescono a rendere l’abusata abitudine dei coretti qualcosa di mai banale e scontato. Lo stesso può dirsi dell’alternanza tra chitarre e tastiere, presente in moltissimi lavori di questo genere ma che qui è attuata con un bellissimo misto di eleganza e verve. Ottima poi è l’interazione con la sezione ritmica, che asseconda il songwriting in modo sempre appropriato, senza particolari virtuosismi ma mai in modo piatto, con un dosaggio dell’intensità spesso diverso anche all’interno della stessa canzone. Inoltre la successione di brani dal diverso andamento è particolarmente azzeccata, a partire dall’iniziale Matches, che richiama sensazioni di un dolce risveglio e sfocia nell’altrettanto gentile crescendo di I’m Actual, alla quale segue il trio tutto spensieratezza e sapori estivi Time Bomb, She Doesn’t Get It e Pick Me Up. Qui arriva l’avvolgente title track, praticamente una sintesi di tutto il disco con le continue variazioni di ritmo ed intensità, introduzione ad una seconda metà lievemente più irregolare nel suo svolgersi, ma che mantiene quasi sempre le stesse coordinate stilistiche, a parte le tendenze country di Snails. In definitiva un disco che ha molti argomenti per dimostrare come attitudine, personalità e grandi capacità compositive siano sempre le armi migliori per entusiasmare l’ascoltatore. E per creare una bomba che, una volta esplosa, presto o tardi che sia, non può che avere effetti rilevanti. Ci vediamo a fine 2007 per contare le vittime europee".

Peter Kernel How To Perform A Funeral (2008) qui la rece c’è, e quindi come prima compenso il dilungamento di cui sopra limitandomi al link. Ecco qui.

Starling Electric Clouded Staircase (2008) al mio amico Lorenzo piace molto parlare approfonditamente dei dischi che recensice, quindi, oltre alla sua rece, che linko qui, riporto una mia selezione dei passaggi più singificativi: "Gli Starling Electric rimescolano abilmente la tradizione pop-rock ’60-’70 anglosassone: il risultato ha l’odore fragrante delle cose fatte in casa – La ricerca della ‘tradizione’ operata dai Nostri non è quella, calligrafica e di maniera, di altri artisti assai più riconosciuti. ‘Clouded Staircase’ trasuda una ricercatezza non sostenuta, un amore per la melodia che non può che trascinare, il tutto con un atteggiamento di pacata discrezione che non permette accuse di velleitarismo. C’è veramente di tutto, nella musica degli Starling Electric, ma ogni riferimento è stato opportunamente digerito. – non si creda, comunque, che gli Starling Electric siano facilmente classificabili. In loro c’è qualcosa di assolutamente moderno: non cercano di sottrarsi al confronto con il mondo attuale della musica. – il disco è talmente avvolgente e sincero da renderne assai leggero l’ascolto".

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Pubblicato il dicembre 25, 2009 su Uncategorized. Aggiungi ai preferiti il collegamento . 1 Commento.

  1. sui Semifinalists, d’accordissimo. sottovalutatissimo, quel disco lì.

    dd2

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