Planet Brain

Con questo post provo a riportare in vita, rimettendoli online, la mia recensione del disco "Compromises & Carnivals" dei Planet Brain, gruppo bellunese, e la mia intervista alla band, entrambe fatte per musicboom ed entrambe sparite per colpa del famigerato crash. Lo faccio perchè proprio oggi mi è arrivato il loro split di qualche mese fa con gli inglesi Lebatol, e mi sembra giusto provare a far sì che qualcuno dei lettori del blog possa anche solo segnarsi il loro nome. Se lo meritano davvero.

Quanti ragazzi italiani che hanno appena formato una band sognano, sulle ali dell’entusiasmo dato da anni di letture assidue dell’NME e di ascolti continui dei gruppi pompati da queste ed altre riviste d’Oltremanica, di avere un proprio disco pubblicato da una label inglese? Bene, i bellunesi Planet Brain ce l’hanno fatta, perché questo Compromises & Carnivals esce per la Function Records, che li ha scovati, voluti per alcuni concerti in Gran Bretagna e deciso di puntare su questo esordio. Il bello è che questo trio è quanto di più lontano ci possa essere da tutto ciò che attualmente ha l’appeal maggiore tra gli appassionati di rock anglosassone: qui infatti non si trova nulla che possa ricondurre a gruppi come Strokes, Libertines, Interpol, Franz Ferdinand e tutti i loro derivati, e nemmeno c’è la minima traccia delle nuove tendenze, da quella che porta l’orologio del tempo al garage psichedelico Sixties a quella che pone la contaminazione tra rock ed elettronica come un imperativo. Niente di tutto questo, dicevamo: i Planet Brain sono un gruppo rock, nel senso più autentico e viscerale del termine. La loro è una proposta che punta sull’impatto sia sonoro che emozionale, e che, al contrario di quanto dice il titolo del disco, non ha al proprio interno né compromessi, né tantomeno maschere. Al centro di tutto c’è sì una forte attitudine melodica, ma anche, e soprattutto, una voglia di concretizzarla con un suono che sappia unire l’energia alla profondità. Per fare questo, le dieci canzoni hanno in comune un’indubbia componente epica, che fa vivere l’ascolto come se fosse una trama letteraria o cinematografica, con tutta la varietà emotiva necessaria a mantenere alta la suspance. La capacità del disco di dare questo tipo di varietà all’interno di un unico contesto piuttosto omogeneo deriva dalle diverse funzioni che assumono ogni volta la chitarra e la sezione ritmica. Troviamo infatti brani in cui i riff energici ed insistiti, anziché seguire le linee melodiche vocali, si pongono quasi in contrasto con esse, aiutati dal ritmo particolarmente alto tenuto da basso e batteria, con la conseguenza che quest’apparente disarmonia sprigiona un’ulteriore carica. Altre volte invece gli strumenti assecondano i saliscendi d’intensità della voce, e l’accento è posto sui continui sbalzi sonori, con brevi momenti d’atmosfera che sanno di quiete prima della tempesta, e anche interessanti divagazioni semiacustiche. Un lavoro che, quindi, sa coniugare alla perfezione irruenza e maturità, ideale per soddisfare la voglia di rock e di emozioni.

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Nella vostra biografia si pone l’accento sul fatto che casa vostra è innevata per diversi mesi all’anno. Un’immagine decisamente in contrasto con la vostra musica, nella quale personalmente sento molto calore. Oppure quei paesaggi a voi familiari vi hanno influenzato in qualche modo?

Sì, in qualche modo deve averci influenzato l’ambiente in cui siamo immersi. Non solo neve comunque, in questo periodo per esempio abbiamo dei cavalli che pascolano nel prato proprio dietro la nostra sala prove! Non so se il calore delle canzoni e dei suoni sia un’involontaria reazione al freddo degli inverni in montagna, di sicuro però quassù si respira bene e il silenzio non manca mai.

In generale, tra l’aspetto prettamente tecnico e quello emozionale, ce n’è uno che prevale sull’altro nella vostra proposta, oppure si può parlare di bilanciamento in questo senso?

Sicuramente prevale l’emozionale. La tecnica nel nostro caso non viene né snobbata né esaltata, è solo funzionale – nel senso che può servirci ad elaborare meglio una composizione o ad avere i mezzi giusti per rendere al massimo un’idea – e rimane in ogni caso alle dipendenze della componente emotiva.

La minoranza di momenti d’atmosfera in un disco fondamentalmente energico rappresenta qualcosa in particolare?

Le canzoni dell’album sono nate in maggior parte da improvvisazioni, ricche di momenti dilatati e d’atmosfera. Quando poi queste improvvisazioni sono state ricomposte in forme-canzoni le abbiamo rese molto più compatte e strutturate, cercando comunque di mantenere quell’energia che ogni nuova composizione possiede durante le primissime prove. Tracce dei momenti d’atmosfera rimangono tuttavia nelle canzoni dell’album, se pur in minoranza. Dal vivo di solito tendiamo a inserirne di più, magari restituendo ai brani quelle parti improvvisate che in fase di registrazione sono state sacrificate.

Sempre nella vostra biografia, si dice che il titolo del disco ha molto a che fare con i testi. Vi chiedo un approfondimento in merito

Il titolo dell’album è stato estratto dal verso di uno dei brani, "Who Do You Think I Am", che affronta in linea generale le tematiche svolte negli altri testi del disco, in gran parte dedicate alle questioni dell’identità e della comunicazione, del liguaggio e dei significati, dell’opposizione tra ciò che riguarda il mondo logico e tutto ciò che invece appartiene all’irrazionale e all’emozionale. Ci piaceva poi l’idea che il titolo potesse avere una duplice chiave di lettura: da una parte appunto si riferisce alle liriche delle canzoni, dall’altra può simboleggiare il processo compositivo con cui sono stati costruiti i brani, nati da "carnevali" (improvvisazioni del tutto libere, giochi e momenti di svago) e risolti successivamente in "compromessi" (le forme compiute che le canzoni hanno dovuto assumere per diventare fruibili).

Un altro approfondimento, stavolta su una canzone in particolare, cioè Keep Diving, la mia preferita del disco.

"Keep Diving" è forse il brano in cui si avverte meno questa componente d’improvvisazione che è alla base dell’album, forse perché è uno tra quelli che hanno subito di più il processo di ricomposizione. Abbiamo, infatti, ripreso le varie forme e le varie soluzioni di arrangiamento che aveva acquisito la canzone nel corso delle prove e le abbiamo riunite insieme, montandole, quasi come fosse un’operazione cinematografica. C’è poi l’apertura dei ritornelli, con l’andatura frenata e accelerata, che ci permette di far leva sulle dinamiche di intensità e volume, e di creare, nonostante il ritmo sostenuto, uno spazio più dilatato. Questi sbalzi di tensione all’interno del brano vanno di pari passo con il testo, per seguire le immagini descritte, o addirittura per svolgere una funzione "onomatopeica", sul pezzo della corsa ("run, run, run") per esempio, dove la batteria aumenta progressivamente la rullata. Pensavamo che, anche per
questi motivi, "Keep Diving" non fosse un brano di primo impatto…ma poi siamo stati smentiti, visto che molte persone e anche alcune radio lo preferiscono rispetto ad altri pezzi più facili.

Il disco esce per un’etichetta inglese, proprio in un momento dove in UK un rock viscerale come il vostro è sempre più raro: si seguono le tendenze più cool e ci si dimentica dell’energia che può scaturire dal classico triangolo chitarra-basso-batteria. Siete più contenti di proporre qualcosa di diverso rispetto agli standard attuali o dispiaciuti del fatto che questo tipo di rock sembra sempre più relegato in un angolo?

Ci fa ovviamente piacere se la nostra proposta può risultare in qualche modo "diversa"…c’è da dire che non abbiamo mai seguito con molto interesse la scena inglese cui fai riferimento (per esempio i gruppi che
hai citato nella nostra recensione), e allo stesso tempo non ci siamo mai dati troppe direttive o troppe clausole, per poter appartenere a un stile o a una moda piuttosto che a un’altra. L’etichetta, ugualmente,
ha sempre prodotto dischi scegliendo solo in base al gusto e non al genere del momento. Di rock energico ce n’è tanto, e una cosa positiva è che si sta rivalutando l’aspetto "rock" della musica, anche tornando all’uso di formazioni a tre. Si sente forse la macanza di proposte "vere", autentiche, che siano attente e curino non solo il sound giusto o il singolo ballabile, ma anche l’aspetto più strettamente artistico della loro opera.

Com’è nata e come si è sviluppata la collaborazione con la Function Records? Tutto è iniziato prima o dopo la realizzazione del disco?   

E’ iniziato molto prima. Tramite un’amica in comune abbiamo conosciuto i Lebatol, band inglese che ha fondato qualche anno fa l’etichetta. Loro volevano venire in Italia per qualche concerto, così li abbiamo affiancati in un mini-tour di cui abbiamo anche curato l’organizzazione, nell’aprile 2005. L’idea era quella di uno scambio, una sorta di gemellaggio, grazie al quale ci avrebbero poi ospitati a suonare in Inghilterra. Poi il progetto si è ingrandito, loro hanno pensato dapprima di produrci uno split 7" con un’altra band e successivamente ci hanno proposto l’album.

Ora come ora sembra che curiate di più la vostra pagina myspace piuttosto che il sito ufficiale. Myspace rappresenta davvero una svolta a livello di possibilità promozionale per una band emergente?
    
Una svolta magari no, ma non c’è dubbio che possa rivelarsi utile, come tutta la promozione che ormai si fa su internet. Tempo fa c’era Vitaminic, per esempio, che funzionava similmente da portale web per
l’ascolto degli mp3 dei gruppi emergenti, ora c’è MySpace, che ha solo fatto le cose più in grande e ha aggiunto la possibilità di creare un’ulteriore rete di contatti.

Riuscite ora come ora ad immaginare che tipo di evoluzione potrebbero avere i Planet Brain? Avete già composto del materiale nuovo?

Sì, stiamo registrando qualche brano nuovo nel nostro piccolo homestudio "Brainland". Per adesso si tratta di fissare le idee velocemente, dopo poche prove, per provare a mantenerle "fresche". Dal vivo pure proponiamo spesso 3-4 brani nuovi, sia per il piacere di suonarli, sia per testarli e verificarne la resa. Per quanto riguarda l’evoluzione…forse è troppo presto per parlarne, o forse non abbiamo ancora un’idea precisa! "It’s All About Wasting Time", l’ultima traccia dell’album, è anche l’ultima che abbiamo scritto prima di andare in studio, nel dicembre 2005; ci piacerebbe continuare in quella direzione.

Per concludere, i lettori possono aspettarsi di vedervi presto in concerto in giro per l’Italia?

Mi auguro proprio di sì! Stiamo organizzando ancora qualche data estiva nei festival, altre date sono già confermate e saranno comunque sempre tenute aggiornate sulla nostra pagina myspace. Passate a farci visita! A presto.

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Pubblicato il maggio 7, 2010 su Uncategorized. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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