Amarcord: Marion @ Barfly, Londra, settembre 2006

Ieri sera sul forum di Ondarock si parlava di Mansun e qualcuno ha voluto allargare i ricordi e tirare in mezzo i Marion. Ovviamente non poteve che venirmi in mente quella incredibile serata di quasi 5 anni fa, e dato che l’articolo che avevo scritto è una delle tante vittime del crash di musicboom, lo ripubblico qui, ad imperitura memoria

Provaci ancora, Jaime

 

Tutti noi abbiamo una nostra top 5 Hornby-style dei gruppi sciolti che un giorno o l’altro vorremmo vedere dal vivo almeno una volta. Nella mia figura(va)no proprio i Marion, anche se nel periodo in cui erano attivi conoscevo soltanto una loro canzone, ed i loro dischi hanno iniziato ad entrare in casa mia nell’autunno del 2001. Non ci avevo comunque messo molto, ascoltandoli, ad unirmi al senso di frustrazione dei fans storici, dato dalla convinzione che il talento canoro e compositivo di Jaime Harding avrebbe potuto continuare ad essere espresso sugli alti livelli dei due album pubblicati se solo lo stesso frontman avesse avuto un minimo di senso di autodisciplina, invece di distruggersi con le proprie mani, toccando il fondo nel momento in cui finì addirittura in carcere per furto. Che quei tempi comunque fossero passati lo si poteva già capire dalla periodicità delle voci come questa secondo le quali Jaime stesse tentando di raccogliere e mettere insieme i pezzi di sé stesso e della sua band. Per tutto questo, nel momento in cui queste voci hanno preso definitivamente corpo e questo concerto, il terzo della nuova era, è stato annunciato, la tentazione di prenotare volo e biglietto con tre mesi e mezzo di anticipo per una toccata e fuga londinese, è stata irresistibile. Basta guardarsi intorno e fare due chiacchiere all’interno del Barfly per capire che non solo noi italiani siamo stati incapaci di resistere alla curiosità di rivedere il gruppo all’opera, anche se in realtà del nucleo originario è presente, oltre ad Harding, solo il chitarrista Phil Cunningham. Ci sono fans dalla Germania, dalla Francia, dall’Olanda e persino dal Canada e dal Giappone, gente che ha speso mille sterline di volo per arrivare qui ed andarsene subito dopo o quasi, segno evidente di come la capacità dei Marion di toccare nel profondo i cuori di chi li ha ascoltati non è stata seconda a quella di nessun altro. Prima che l’oggetto del desiderio di tutti si materializzi sul palco c’è tempo per due supporting acts, prima un cantautore solitario di cui purtroppo non riesco a cogliere il nome ma che comunque si mostra decisamente improponibile sotto ogni punto di vista, dal modo di cantare a quello di scrivere e anche di suonare la chitarra. Molto meglio se la cavano gli Shores col loro indie pop rock dalle melodie sempre interessanti sulle quali ricama in maniera continua ed efficace la chitarra solista con i suoi riff sempre in primo piano. Salutano dicendo “ora diamo spazio alla prossima band” come se fosse un gruppo qualunque, ma il tono è di chi cerca di sdrammatizzare il clima di attesa ormai spasmodica piuttosto che di sminuire il ruolo degli headliners. Che quando salgono sul palco sono ovviamente sommersi dalle urla adoranti dei loro fedelissimi, che vanno subito in delirio all’attacco del riff dell’iniziale Fallen Through, uno dei pochi pezzi storici presenti nella scaletta di questa data, che serve soprattutto per provare e far ascoltare le canzoni nuove. Jaime appare subito in gran forma, e quando canta il verso “should I try again, or just hide again?” vorremmo tutti dargli la stessa risposta, anche perché già da questa prima canzone la sua voce è in grandissimo spolvero. E’ impressionante come ogni volta in cui sale di tonalità riesca a raggiungere vette di potenza ed espressività coniugate insieme che, unite alla capacità di non mostrare alcuno sforzo nel cantare in questo modo ed alla costanza assoluta tenuta per tutto il set, senza che un minimo segno di calo sia stato solo lontanamente concepito, fanno pensare che quest’uomo dopo otto anni di inattività avrebbe semplicemente la possibilità di dare lezioni di canto ad ogni abitante del pianeta Terra. Anche dal punto di vista strettamente fisico Harding mostra di esserci: nonostante il suo volto abbia i segni di chi non se l’è passata bene per un bel po’ di tempo, l’energia nella movenze, necessariamente limitate viste le ridotte dimensioni del palco, non manca, ed è bello come molto spesso si sporga verso il suo pubblico cercando il più possibile di riceverne il calore e arrivando talvolta a prendere le mani di qualche fan nelle prime file. Chiaramente era anche molto importante rendersi conto a che punto fosse l’ispirazione del suo songwriting, ed anche qui i segnali sono davvero incoraggianti: i pezzi nuovi hanno una qualità media più che buona, e pur essendo riconducibili allo stile compositivo dei tempi che furono, non vi aderiscono completamente, data la presenza di alcuni elementi di distacco come una ritmica mediamente più incalzante, i riff di chitarra più diretti e secchi e dei crescendo ancora più accentuati tra strofe e ritornelli. Al di là di questi particolari i fans sono felici di aver capito come dalla penna del loro beniamino escano ancora melodie di un certo livello, segno che anche qui il talento non si è perso e che quindi ci sono tutti gli elementi per una fondata speranza di un ritorno non forzato, ma che aggiunga veramente qualcosa di importante alla discografia dei Marion ed al panorama musicale attuale. Certo, per riuscire in questo intento Jaime ha bisogno di musicisti all’altezza, e quelli che l’hanno accompagnato in quest’occasione si sono mostrati pienamente degni del loro compito, suonando con grinta, affiatamento e senza una sbavatura, e ripeto, erano solo alla terza volta insieme di fronte ad un pubblico. La prima parte del set si divide quasi equamente tra canzoni nuove o vecchie, probabilmente per coinvolgere da subito più gente possibile: dopo Fallen Though arriva ben presto Sparkle e non passa molto tempo prima dell’esecuzione di Time. La parte centrale invece è dedicata al presente, ma nel finale ecco prima The Collector, b-side di Sleep, e poi la stessa Sleep a chiudere in modo che più glorioso non si potrebbe, con un Jaime che, in segno di gratitudine coi presenti, lancia loro la sua armonica e poi si ferma a stringere mani prima di uscire definitivamente, ma non negandosi affatto all’abbraccio del suo pubblico nei momenti immediatamente successivi allo show. Durante i quali riusciamo a parlare col manager per sapere le prossime mosse, apprendendo che ci dovrebbero essere altre date a dicembre (nel frattempo già ufficializzate, Manchester il 5 e Londra il 12), subito prima dell’uscita del disco, e che l’intensità dell’attività live successiva dipenderà anche da quanti soldi saranno riusciti a guadagnare. Insomma, l’ultimo ostacolo al compimento del lieto fine di una storia così infarcita di ricordi, sospironi e speranze è quello più materiale possibile, ma dopo stasera non sembra così alto e dire che fra sei mesi saremo qui a parlare della loro ri-esplosione non è più un sogno, ma una concreta possibilità.

 

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Pubblicato il luglio 20, 2010 su Uncategorized. Aggiungi ai preferiti il collegamento . 2 commenti.

  1. Mi rendo conto che c'entra poco con il post ma…….. che voglia di andare a Londra! :(PS: bel report.

  2. La voglia di andare a Londra c'entra sempre. Il report piace anche a me, peccato poi non si sia avverato nulla di quello che speravo dopo quella sera…

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