La fine della strada – edizione 2010

Partiamo subito con la classificona dei concerti

1. The Wilderness Of Manitoba
2. Wilco
3. Iron & Wine
4. Antlers
5. Wolf People
6. Darren Hayman
7. Modest Mouse
8. Elliott Brood
9. Yo La Tengo
10. Lanterns On The Lake
11. Ben Ottewell
12. Mountain Goats
13. Isobel Campbell & Mark Lanegan
14. The Mountains And The Trees
15. Yuck
16. Woodpigeon
17. Ruby Suns
18. Forest Fire
19. Dylan Leblanc
20. Deer Tick

Intendiamoci subito: mai mi sognerei di affermare che i Wilderness Of Manitoba abbiano fatto un set migliore in senso assoluto rispetto ai Wilco, infatti la scelta di metterli al primo posto la faccio solo qui sul blog. La faccio perché comunque dal vivo sono stati meravigliosi e solo i Wilco, appunto, li hanno superati, e perché il weekend lo ricorderò soprattutto per come si sono dimostrati carini come persone e abbiano instaurato con noi un rapporto fugace ma molto simile all’amicizia, con incontri e chiacchiere ripetuti tra sabato sera e tutta la domenica e grandi abbracci per salutarsi alla fine.
Altro punto da chiarire: questi 20 sono i concerti che mi sono piaciuti, gli altri tre o quattro che invece non mi hanno convinto o che proprio mi hanno fatto cagare non li cito nemmeno, non ne vale la pena. L’importante è che non si creda che chi è negli ultimi posti abbia fatto un brutto concerto, anzi, è solo un ordine di gradimento, gradimento che c’è stato per tutti questi 20, seppur in misura diversa.

Proverò a dire tre parole di numero su tutti. I Wilco hanno fatto un concerto che per le loro abitudini è standard, quindi solo per quello sono stati i migliori di tutti. I Manitoba mi hanno riempito il cuore in modo difficile da descrivere, quindi evito di farlo. Iron & Wine è stato splendido nel saper sempre come esprimere la propria morbidezza senza stancare mai con quasi solo chitarra e voce, gli Antlers hanno proposto un live molto diverso dal disco, nel senso che dal palco i suoni erano decisamente più robusti e c’era più ritmo, e per questo i pareri sono discordanti, io mi schiero tra i favorevoli. I Wolf People propongono rock blues un po’ alla Led Zeppelin: un genere che mi piaciucchia ma che seguo abbastanza da lontano, però la loro vitalità mi ha veramente travolto. Darren Hayman molto meglio stavolta con la chitarra acustica e basso e batteria ad accompagnarlo saltuariamente, e poi ha fatto The Weight Of The Stars e The Hymn For The Alcohol. Modest Mouse in gran forma dal punto di vista musicale, meno incisiva la prestazione vocale però un live solidissimo e convincente. Elliott Brodd fanno un folk pop molto spinto, e hanno melodie eccellenti e grande compattezza nel suonare dal vivo. Yo La Tengo nel complesso bene, ma un paio di momenti sono stati troppo ripetitivi rischiando di annoiare, comunque li rivedrei live. Lanterns On The Lake sono una versione morbida e dilatata dei primi My Latest Novel: stesso modo di usare archi, ritmica e interazioni vocali su canzoni molto più calme ed un’atmosfera riposante ai limiti dell’ovattato. Ben Ottewel ha sempre una gran voce e le canzoni dei Gomez hanno funzionato benissimo anche solo voce e chitarra acustica, poi voglio dire Hangover, Free To Run, Get Miles, How We Operate, 78 Stone Wobble, se siete fan dei Gomez avete già capito. Mountain Goats estremamente freschi e vitali anche loro. Campbell & Lanegan le canzoni non mi hanno impressionato, ma i musicisti che li accompagnavano sono stati bravissimi nel creare la giusta atmosfera di calma e l’interazione tra le loro voci era tanto improbabile quanto funzionale allo scopo. The Mountains And The Trees è un folk singer melodico solitario che ha un bel modo di cantare e di toccare la chitarra e melodie intriganti, bravo. Gli Yuck, ex band di alcuni Cajun Dance Party, fanno indie pop tipicamente Nineties, ovvero basato su melodie immediate, voce corposa e riff di chitarra solista belli robusti che servono a dare ulteriore adrenalina e catchyness; è una cosa che ormai non fa più nessuno e sono contento che qualcuno sia tornato a proporla. Woodpigeon era in realtà il leader Mark Hamilton accompagnato dai giovanissimi eagleowl (si scrive così con la minuscola), e l’inesperienza dei musicisti li ha portati a suonare in modo molto scolastico e ad impoverire così le canzoni, che comunque sono venute bene. Ruby Suns fanno una psichedelia melodica molto particolare che personalmente mi ha coinvolto parecchio. Forest Fire fanno ballate folk rock molto cupe e sono un po’ inesperti come musicisti (soprattutto la bassista flautista) ma il loro compito l’hanno svolto per bene. Dylan Leblanc è un ventenne al debutto che da quello che dicono le riviste britanniche pare già un predestinato, in realtà già dall’ascolto del disco si capisce che è ancora un compositore un po’scolastico, ma qualche bella canzone c’è già e la sua leggerezza complessiva è comunque gradevole, anche live. Deer Tick si basa sul timbro molto alcolico del leader, e ha un songwriting di discreto livello medio.

Come ho già ampiamente esposto l’anno scorso, però, l’End Of The Road non è solo la musica, ma è soprattutto un luogo meraviglioso, pieno di gente meravigliosa e portatore di un’atmosfera unica e magica. Quest’anno non c’era più l’effetto sorpresa, il tempo non è stato splendido come l’anno scorso, anche se comunque ce lasiamo cavata bene, la gente educata ai concerti non era più, purtroppo, il 100% del pubblico, ma c’era un 1 – 2% di indisciplinati, di chiacchiere con le persone ne ho fatte un po’meno, anche se sempre parecchie, e della gente dell’anno scorso ho incontrato solo quello della maglietta degli Smiths, che mi ha riconosciuto dalla voce, incredibile. Nonostante questo, è sempre speciale girare per i Larmer Tree Gardens, nelle aree dei palchi come in quelle del Pavillion e del boschetto, dove anche quest’anno abbiamo assistito ad un paio di concerti segreti, il secondo dei quali degli onnipresenti Manitoba che ha chiuso il nostro festival come meglio non si sarebbe potuto. E la gente con cui ho chiacchierato è sempre carinissima e piacevolissima, dagli steward, agli addetti al primo soccorso, da cui abbiamo dovuto recarci per un problemino presto risolto ad una persona del nostro gruppo, ai ragazzi giovani e meno giovani con cui abbiamo condiviso le emozioni durante i concerti e ne abbiamo discusso durante o dopo. Anche gli artisti comunque non si fanno certo problemi a girare tra la gente, così può capitare di farsi una foto con gli Antlers o di incontrare a colazione Darren Hayman e potergli dire che è un tuo idolo da dieci anni.

I Larmer Tree Gardens diventano casa tua una volta che ci sei andato, e tornarci dopo un anno ha proprio dato una sensazione fortissima di familiarità, infatti per gli altri che c’erano l’anno scorso insieme a me il tempo di permanenza è letteralmente volato via, come capita solo nei posti che sentiamo davvero come una parte della nostra interiorità. E’ impossibile non voler tornare ogni anno, quando ci si dirige all’uscita per prendere il pullman ci si immagina già il momento in cui si rifarà quel percorso all’inverso, meno di un anno dopo. Non è un caso che il limitato numero di biglietti a prezzo scontato messi in vendita due giorni dopo la chiusura della rassegna, quando tutti sono già tornati a casa, sia andato esaurito in nove ore. Io non l’ho preso, perché ho deciso che questo festival è quello giusto per poter provare una nuova esperienza, ovvero propormi come volontario per lavorare. Non si paga il biglietto ed in cambio si hanno 15 ore di lavoro distribuite in due o tre turni nel corso del weekend e per il resto del tempo ci si può godere il festival. Non lo faccio, però, solo per una questione economica, ma proprio perché voglio provare quest’esperienza nuova e anche per dare il mio sostegno pratico a chi ha organizzato questa meraviglia. Spero che mi accettino, e in ogni caso l’anno prossimo ci sarò.

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Pubblicato il settembre 15, 2010 su Uncategorized. Aggiungi ai preferiti il collegamento . 3 commenti.

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