Chiudere un cerchio

È un pomeriggio qualunque nell’autunno del 2000. Sto studiando nella biblioteca dove spesso vado per fuggire la pigrizia che ti prende quando stai in casa. La biblioteca ha l’abbonamento al Mucchio Selvaggio, così, una volta a settimana, il mio momento di pausa lo passo a leggere la rivista, affamato come sono di consigli musicali, che ai tempi era molto più difficile per me ottenere, visto che ancora non avevo Internet ed ai miei amici non interessava niente della musica di cui mi ero appassionato. Arrivo alla rubrica “oltre le stelle”, quella in cui i redattori scrivono qualche riga su un disco importante qualche mese dopo l’uscita, giustificando in qualche modo le stelle, appunto, che hanno assegnato nel tabellone delle recensioni. Leggo Mojave 3 – Excuses For Travellers, e tutta una serie di elogi sulla forza della semplicità in musica. Mi incuriosisco e a Natale lo chiedo in regalo ai miei. Il primo ascolto è pazzesco, mi sento un bambino di due anni quando finisce, e invece ne ho quasi 26. Mi sento portato in un mondo diverso ed incredibile, dove la purezza la fa da padrona e tutti siamo nudi di fronte ad essa. Il disco diventerà uno di quelli più influenti per come si è sviluppato il mio gusto musicale, e da quello ovviamente recupero i due dischi precedenti e inizio a seguire la carriera sia della band che dei due leader, Neil Halstead e Rachel Goswell, coi loro dischi solisti. Ho anche la fortuna di vedere Neil due volte da solista, solo lui e la chitarra acustica, e ascoltarlo mentre suona canzoni dei Mojave 3, ma un concerto loro mai. Quando scopro che faranno da spalla ai Band Of Horses alla Brixton Academy mi convinco che è sempre meglio di niente, e poi li adoro i Band Of Horses, e se devo andare a vederli a Bologna, tanto vale che vado a Londra così mi tolgo lo sfizio di vedere i Mojave dal vivo al completo, dopo oltre 10 anni da quel regalo di Natale.

Ci sono segni che ti fanno capire che hai scelto bene il momento in cui chiudere un cerchio. Per me, l’altra sera ce ne sono stati due: il fatto che la prima canzone suonata sia tratta proprio dal disco con cui li ho scoperti, e il fatto che al concerto ci fosse un noto giornalista proprio del Mucchio, ovvero la rivista che mi ha fatto scoprire la band. Lo vedo e mi dico no dai, sarà uno che gli assomiglia, ed invece è proprio lui ed a fine concerto scambiamo due chiacchiere, visto che già ci conosciamo, e ovviamente anche lui ha fatto il mio stesso ragionamento per decidere di venire a Londra invece che a Bologna. Dicevamo la prima canzone, My Life In Art. Ora, è tra le canzoni loro più apprezzate in assoluto, e anche a me piace molto, però se dovessi fare una classifica di Excuses For Travellers la metterei all’ultimo posto, perché è stupenda e tutto, ma il resto del disco mi piace anche di più. Comunque l’effetto di ascoltare i Mojave dal vivo è grandioso, mi lascio dondolare dalla delicatezza della prima canzone e poi mi faccio trascinare dal crescendo della parte finale, molto più accentuato che su disco, tra l’altro, e davvero entusiasmante. È tutto vero: ho Rachel Goswell sopra di me, Neil Halstead di fianco a lei, sempre più barbuto e stavolta anche coi capelli per niente a posto, e il resto del gruppo, che suona sicuramente con più impatto rispetto al disco, ma ci sta, siamo in un live in un posto da 5mila persone, e la resa dei brani suonati così è eccellente. Neil annuncia che la seconda canzone si intitola Travel In Light: non la conosco, quindi desumo sia un pezzo nuovo, ovviamente mi sembra bellissimo, ma non posso certo pensare di essere obiettivo in un momento come questo. Soprattutto perché subito dopo arriva uno dei miei must, ovvero Give What You Take, tratta da Out Of Tune, il secondo disco. È una canzone che amo visceralmente, e il livello di estasi che raggiungo nel sentirla dal vivo con la band al completo (l’avevo già sentita al primo dei due concerti di Neil) è inarrivabile. La successiva She’s All Up Above, tratta dal quarto disco Spoon & Rafter, aumenta la mia sensazione di essere sospeso nell’aria in un luogo magico, e sono talmente fuori da ogni sensazione terrena che nemmeno mi ricordo più la canzone suonata subito dopo, penso sia tratta dal quinto e finora ultimo Puzzles like You ma non posso esserne certo. La magia è solo momentaneamente interrotta nel momento in cui Neil chiama Ben Bridwell sul palco e i due iniziano a chiacchierare scherzosamente. Ma è solo un attimo, e appena si ricomincia a suonare si torna alle altezze siderali di prima. Con Bridwell alla melodica ed alle controvoci suonano When You’re Drifting, altra canzone di Excuses For Travellers: il gioco delle tre voci durante il bridge della canzone è stupefacente, davvero sto vivendo un sogno. Neil e Ben si abbracciano e quest’ultimo ci tiene a far vedere quanto sia fan dei Mojave. Purtroppo è già ora di finire, e la chiusura è di quelle importanti: Bluebird Of Happiness, anche questa tratta da Spoon & Rafter, ed una delle loro canzoni che più mi piacciono in assoluto. Sentire il breve giro di chitarra che segna lo stacco melodico e Neil che canta con un timbro vocale che praticamente ha usato solo per quel ritornello in tutta la sua carriera, è grandioso. Fine. Ne vorrei ancora, ma sono felicissimo così.

Una graditissima appendice arriva durante il concerto dei Band Of Horses: Neil sale sul palco e con tutta la band di Bridwell esegue Yer Feet, anche questa da Out Of Tune. È giusto dire che anche i Band Of Horses hanno fatto un ottimo concerto, sebbene le prime canzoni fossi ancora in fissa per i Mojave, mi sono poi lasciato prendere e mi sono molto goduto un live estremamente chitarristico con un gran bel suono ed una strepitosa parte vocale. E anche il gruppo che ha aperto la serata, i Godheart assembly, mi sono piaciuti molto: già li avevo apprezzati di spalla a Casablancas quest’estate, ma stavolta mi hanno colpito decisamente di più. Il viaggio, però, l’ho fatto per chiudere un cerchio, ed è venuto fuori un Giotto: meglio di così era impossibile.
 

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Pubblicato il febbraio 6, 2011 su Uncategorized. Aggiungi ai preferiti il collegamento . 1 Commento.

  1. Ti dirò che non ho mai sentito i Mojave 3 né ho mai capito cosa facessero, da sempre però sono nella mia lista "Gruppi da ascoltare prima o poi" visto che ne avevo letto bene in passato e anche perché credevo, visto il nome, facessero qualcosa tipo stoner psichedelico. Ahaha. Comunque mi hai definitivamente convinto ad ascoltarli!

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