Canzoni del deserto, colori di guerra, combattimenti tra gli alberi, e tutto se ne va

Settimana scorsa, tra mercoledì e sabato, ho vissuto le classiche intensissime giornate verso cui sono attratto dalla mia passione per la musica. Infatti sono andato da solo a Bologna a vedere i Mercury Rev che suonavano Deserter’s Songs, sono tornato in nottata e la mattina dopo ho preso l’aereo per Brighton dove mi aspettavano 3 giorni di Great Escape, il festival che si svolge nei club della città e al quale ho partecipato per la terza volta.

In realtà di classico le giornate non hanno avuto niente e ho vissuto emozioni tutte particolari, sia per la musica ma anche, se non soprattutto, per la compagnia di cui ho goduto. A Bologna sono stato con diversi amici con cui normalmente non mi vedo molto spesso, purtroppo, ed è stato bellissimo trovarci tuti nello stesso posto per un evento davvero particolare ed imperdibile. Lo stesso vale per Brighton, dove ho passato tre giorni con gente che adoro e che vedo, purtroppo, raramente. Ci siamo fatti una bella iniezione di quality time insieme e siamo stati davvero tutti benissimo. A me piace andare in giro per cavoli miei, però insomma, quando invece puoi stare insieme a persone così, è sempre sicuramente meglio.

Raccontare del concerto di Bologna non è facile, perché in fondo basta, appunto, la parola: Mercury Rev performing Deserter’s Songs, voglio dire uno legge e già capisce che razza di spettacolo sia stato. Poi certo, è giusto parlare della maestria della band nel proporre un suono dal maggior impatto live, ed esteticamente pulitissimo e bellissimo, insomma perfetto, mantenendo però intatta la peculiare emotività che caratterizzava il disco, dove una prevalenza di momenti introspettivi si alterna con sprazzi di maggior spensieratezza. Inoltre, ascoltando i brani dal vivo, ci si rende di quanto ancora sia attuale dal punto di vista stilistico questo disco di 13 anni fa, di come all’epoca la band sia davvero stata capace di guardare avanti con personalità e costrutto. E tutto questo i presenti all’Estragon, purtroppo non numerosissimi, se lo sono trovato davanti agli occhi, dentro i propri padiglioni auricolari e soprattutto nelle proprie anime in modo che più efficace non si poteva: è stata una lezione di storia della musica da chi la storia l’ha fatta davvero, è stato come vedere Maradona palleggiare potendone cogliere distintamente tutte le più impercettibili movenze, per essere investiti in pieno da un’ondata di talento. Dopo ci sono stati anche quattro bis di altre canzoni tratte da altri album, con interpretazioni altrettanto splendide, a dimostrazione che i Mercury Rev non si sono certo seduti sugli allori, e se l’esecuzione delle canzoni meravigliose targate 1998 è stata così entusiasmante, il merito è anche di come la band è oggi, non solo di com’era allora.

Anche raccontare i Great Escape non è facile. Se non ho fatto male i conti, in 3 giorni ho visto 21 concerti o spezzoni di essi in 12 location diverse, alla faccia della mia previsione che quest’anno avrei girato pochi locali. Il fatto è che stavolta c’è stata un’organizzazione molto più capillare per i concerti pomeridiani, che andavano dalle 12 alle 16 in diversi luoghi, sia i locali che poi la sera ospitavano la programmazione più “ufficiale” che anche posti tipo negozi, spiagge, moli, dove i concerti non erano annunciati e si riusciva a sapere di essi solo grazie a twitter ed al servizio sms del festival (che valeva solo per i numeri inglesi, ma per fortuna due di noi li avevano). In pratica, volendo, da mezzogiorno a notte fonda avevi giusto un buco di tre ore dalle 16 alle 19, poi avevi sempre la possibilità di godere di un intrattenimento musicale. E che intrattenimento, il livello dei concerti è stato sempre piuttosto alto, solo un gruppo non mi è piaciuto, ma va detto che non ho dato loro chance, nel senso che dopo una canzone e mezzo sono scappato. Proverò ad andare con ordine e spero che la memoria non mi inganni.

Giovedì inizio con un instore di Frank Turner da HMV. Poche canzoni per rendermi conto che il buon Frank è sempre in forma ed in quanto ad intensità non è secondo a nessuno. Non vedo l’ora di vederlo a Brescia il 15 agosto, e chissà se accetterà il nostro invito a pranzo… Si continua con i Cloud Control al palchetto della piazza dove c’è lo scambio dei biglietti. Questi australiani si stanno facendo conoscere bene, tanto che apriranno per gli Arcade Fire a Milano, e devo dire che non li conoscevo e che in questa veste acustica mi hanno convinto: canzoni ben strutturate, suono essenziale ma interessante, bei giochi di voce (la coralità vocale è senz’altro uno dei leit motiv del mio Great Escape quest’anno). La sera entro nel mio primo club, i Jam, il più brutto tra tuti quelli che ho visto, ed anche il concerto non mi è piaciuto, si trattava di tali In Flight Safety, indie pop stereotipatissimo che mi ha subito provocato fastidio. Scappo all’Audio, club che conosco bene e che è sempre una garanzia, per i Soft Moon, anche loro non li conosco ma, al contrario dei precedenti, mi piacciono molto: difficilmente ascolterei un loro disco, però dal vivo sanno coinvolgere con il loro suono chiaramente derivante dal dark anni 80 ma rielaborato in forma personale tramite una scrittura che prevede pezzi quasi solo strumentali, dall’andamento sempre molto interessante. Mi dirigo poi al Corn Exchange, anche questo club da me già visitato ed apprezzato gli anni scorsi, per tre concerti, anche se l’unico che mi interessa è l’ultimo, quello delle Warpaint, solo che preferisco arrivare presto per non rischiare di star fuori. Per fortuna anche i due act che precedono il quartetto femminile mi piacciono molto: i Trophy Wife fanno un bel synth pop piacevole, e Twin Shadow mostra molta personalità nell’accoppiare canzone d’autore a giri elettronici (altro che James Blake). Le Warpaint semplicemente sono monumentali, il miglior live di tutto il mio festival, tuta l’emotività che esce dal disco è resa in modo pazzesco nel live, davvero quattro musiciste clamorose che magari non fanno cose complicate ma fanno il loro come meglio non si potrebbe. Un’ora di concerto sconvolgente che davvero mi ha dato tantissimo.

Venerdì si comincia sempre nel palchetto in piazza con i Dog Is Dead, che mi sembrano i primi Noah & The Whale rifatti dai Local Natives, una figata galattica insomma, speriamo che riescano a farsi un nome perché se lo strameritano. Al pomeriggio, in un piccolo molo in riva al mare, suona James Vincent McMorrow, un po’ Damien Rice ed un po’ Bon Iver, insomma anche qui materiale da approfondire e da consigliare ampiamente. La sera mi piazzo al Komedia perché non posso perdermi l’accoppiata Treefight For Sunlight – Anna Calvi, e anche qui sono premiato dai due set precedenti, entrambi ad opera di cantautrici: Delta Maid fa un country blues acustico molto ben costruito, e suona solo lei ed un altro chitarrista, mentre Fredrika Stahl, svedese trapiantata a Parigi, è più pop ed ha un suono più ricco, e personalmente risulta da me molto apprezzata per canzoni semplicemente scritte molto bene. I miei adorati Treefight For Sunlight non mi deludono e mi mandano completamente fuori di testa: ballo da solo scatenato ai miei massimi livelli per il loro indie pop corale e gioioso e ad un certo punto due ragazzi australiani vengono a ballare con me e facciamo un po’ di conoscenza. Anna Calvi è grandiosa anche dal vivo, purtroppo è ancora infortunata al braccio sinistro e può quindi suonare la chitarra per un paio di canzoni e basta, ma il suono è comunque ottimo, le canzoni stanno su da sole anche senza la parte da musica classica negli arrangiamenti e la voce di Anna è perfetta, piena, rotonda e passionale come su disco e capace di gestire perfettamente i momenti di crescendo.

Sabato l’appuntamento è ancora al Komedia per i Said The Whale, gruppo canadese che non conosco e che fa davvero un grandissimo live, direi che somigliano ai Band Of Horses con più del doppio dell’energia, e anche loro meritano l’elogio per il lavoro sulle voci, oltre che sul dinamismo del suono. Vado poi ai The hope per i Die! Die! Die!, un must del mio Great Escape, tre volte che ci vengo e tre volte che suonano e li vedo, e anche stavolta spaccano tantissimo con il loro rock super potente e si mostrano anche migliorati sia come musicisti che come capacità di dare una struttura più compiuta alle canzoni. È ora il turno del Queens Hotel per i Lanterns On The Lake, ma prima mi becco alcune canzoni di questi Let’s Buy Happiness che propongono un indie pop con voce femminile davvero bello sotto tutti i punti di vista, anche loro vanno assolutamente approfonditi. I Lanterns On The Lake sono sempre più fantastici e li amo alla morte ormai: il loro pop d’autore raffinato ed introspettivo con tante soluzioni sonore ed un’intensità meravigliosa è davvero una perla, e speriamo che questo sospirato primo disco esca presto (hanno già firmato con la Bella Union, mica pizza e fichi). La sera c’è Sufjan al Dome, non un club ma un teatro serio con due ordini di posti a sedere e la platea invece priva di poltrone, ma ho tempo per un concerto sul presto, non so dove andare così leggo le descrizioni dei gruppi e decido di recarmi al Life per i Tres B, che fanno un rock melodico che non sarà niente di eccezionale ma si lascia ascoltare più che volentieri. Purtroppo scopro che Sufjan ha anticipato di un’ora e così vedo solo un paio di canzoni di DM Stith, che mi convince comunque con i suoi pezzi semplici ma enormemente sentiti. Sufjan Stevens spara 2 ore e 20 minuti (sì, avete letto bene) di esagerazioni visuali, con una produzione davvero grossa ed ai limiti del kitch, e di musica dal suono imponente, con un sacco di elementi sul palco e due batterie; c’è comunque qualche sprazzo di intimismo e l’artista si concede anche alcuni lunghi monologhi su cosa lo abbia portato a cercare un suono del genere per l’ultimo disco, per poi chiudere alla Flaming Lips con palloni ovunque e tutti pieni di gioia che cantano all’infinito il ritornello di All Things Go. C’è ancora tempo per un’Alela Diane al Pavillion Theatre che vedo rivitalizzata rispetto all’End Of The Road 2009, grazie al fatto che sul palco ha più musicisti e quindi il suono è, appunto, più vitale e quindi molto più coinvolgente. Prima di andare a dormire vado al djset degli Art Brut al life, già che non sono andato al concerto almeno vado qui, purtroppo la serata non è riusciti sima nel senso che c’è poca gente che balla raramente, però insomma, vedere Eddie e Ian fa sempre piacere.

Ecco, ho finito il racconto, spero che serva per far apire a chi non è mai stato al Great Escape e non ne aveva ancora sentito parlare da me di quanto sia unica questa esperienza e di come davvero meriti di essere vissuta almeno una volta nella vita. Io ancora non so se tornerò l’anno prossimo, volevo provare ad andare una volta al Primavera, ma di certo questa non è stata la mia ultima visita alla splendida località inglese.

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Pubblicato il maggio 16, 2011 su Uncategorized. Aggiungi ai preferiti il collegamento . 4 commenti.

  1. ye!

    ( anna torta )

  2. Barto sai che a me Alela non ha convinto. Troppa gente.

    e po il mio blog è linkato male!

    (Salvatore)

  3. Tore, ho corretto, comunque il tuo commento è degno dell'indie snob 🙂

  4. grande Barto. Sempre bella Brighton e TGE e l'anno prossimo tutti a Barcelona! Antonio

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