Resocontone

Eccomi tornato dalla famosa vacanza costosa e stancante di cui avevo parlato un po’ di tempo fa. Devo dire che ci avevo azzeccato quando ho usato i due aggettivi, soprattutto stancante: è stata davvero una prova fisica difficile e ho avuto i miei momenti di crisi, che per fortuna ho superato. Non credo vorrò più fare una cosa del genere, perché ho capito che un conto è un festival, dove stai fisso lì tutto il tempo, un conto sono i concerti singoli dove devi muoverti un sacco e finisci per stancarti eccessivamente. Comunque mi sono goduto tutto alla grande, sia quando sono rimasto da solo che con gli amici. I grandi nomi non mi hanno affatto deluso, il tempo atmosferico è stato dalla mia parte, la compagnia, quando c’è stata, è stata di primissimo ordine. Vediamo nel dettaglio chi ho visto.

Giovedì è il mio primo impatto con Hyde Park. L’area è molto grande e piena di posti dove si mangia, non ci sono molti cessi però, e infatti si formeranno code che costringeranno molti, me compreso, a pisciare sulle reti invece che nei pisciatoi. Qui il palco è uno solo, c’è una transenna per dividere un minimo la folla ma non c’è un’area chiusa sotto al palco, perché la transenna può essere aggirata lateralmente. Io mi faccio i primi concerti in transenna, poi mi sposterò più indietro.
Owen Pallett: buon set, le canzoni ci sono e lui ha una buona fantasia nel suonare violino e tastiera e anche gli altri musicisti sono tutt’altro che statici. Bravo.
The Vaccines: gran concerto di un gruppo che rischia di farsi sentire molto a lungo. Tutto perfetto: suono, voce ed impatto. Si giocano quasi subito Post Break Up Sex per tenersi verso la fine A Lack Of Understanding e If You Wanna. La gente canta, salta ed applaude. Bello bello bello.
Beirut: lui su disco non mi piace. O meglio, dopo aver ascoltato il debutto l’avevo lasciato perdere. E forse ho sbagliato, perché il live non solo è ben eseguito, con il perno centrale dato dall’incrocio di tre differenti fiati, ma le canzoni mi sembrano proprio buone. Da recuperare.
Mumford & Sons: la delusione della vacanza. Stanchi, demotivati, privi di verve, scarichi, insomma, chi più ne ha, più ne metta. Un set che si trascina con una fatica imbarazzante ed è davvero difficile stargli dietro senza che caschino le braccia. Le canzoni nuove pessime, insomma difficile immaginarsi una situazione peggiore. Speriamo sia stata solo una giornata storta, ma la sensazione è che i prossimi saranno gli ultimi mesi di celebrità e che la botola del dimenticatoio sia già bella spalancata.
Arcade Fire: dal punto di vista strettamente tecnico nonché di bellezza del suono, il miglior concerto di tutta la vacanza. Una pulizia, un colore ed un impatto emotivo davvero da brividi e non solo perché più della metà delle canzoni vengono da Funeral mentre Neon Bible è ridotto ai minimi termini, com’è giusto che sia. È tutto un gioco di rincorse e contrapposizioni di ritmi, sonorità e voci che davvero inebria e lascia senza fiato. Una performance totale di una band che si sta costruendo un posto per la leggenda.

Venerdì devo recarmi all’Alexandra Palace, dove non sono mai stato. È un po’ lunga arrivarci, e quindi poi tornare a casa, ma il posto è molto suggestivo ed anche la sala dei concerti è affascinante. C’è un po’ di fighetteria indiesnob tra il pubblico e anche nella stessa organizzazione dell’ATP, con bar che propongono cocktail dai nomi altisonanti e banchetto della Rough Trade. Per fortuna, dal palco le soddisfazioni non mancano.
Deerhof: non li conosco, ascolto due canzoni, poi capisco che non fanno per me e vado a mangiare. C’è modo e modo di unire melodie pop a sperimentazioni in salsa lo fi, il loro mi sembra quello tipico di chi vuol fare il figo senza avere poi niente di che da dire.
Dinosaur Jr: immaginavo mi sarebbero piaciuti, non così tanto però. La riproposizione per intero di Bug è semplicemente devastante, rock vero che più vero non si può. Essenziali, compatti e diretti, una palla di cannone che passa, travolge tutto e se ne va prima che ce ne si possa accorgere. 9 canzoni per 40 minuti, parole quasi a zero, non serve altro, certa musica parla da sola.
The Flaming Lips: loro, invece, per suonare 11 canzoni, le 10 di The Soft Bullettin più Do You Realize?, di minuti ne usano 110. Certo, c’è la stessa idea di spettacolo che la band ha portato in giro in questi anni: i palloni, la space bubble, le luci, i filmati ed i discorsi di Coyne. Ci sono, però, trovate nuove studiate apposta per canzoni che la band non suona spesso, in alcuni casi quasi mai, e c’è una performance musicale all’altezza del blasone di questo capolavoro, capace di riassumere tutto il mondo dei Flaming Lips, anche quello di ascolto più difficile, da cui questo disco si allontana ma non si stacca completamente, e dal vivo questa continuità con il passato si nota ancora meglio. Una gioia ed una meraviglia.

Sabato è il giorno più lungo, perché il posto è lontano, perché i gruppi da vedere sono tanti e perché le mie condizioni fisiche sono complicate. L’Hop Farm Festival è nel Kent, quindi si parte presto e si torna stra tardissimo. Mi aspettavo di godere un’ambientazione stile End Of The Road, ma invece no: la campagna del Kent non mi sembra minimamente paragonabile a quella incantevole del Dorset e la location è un grande prato e nient’altro. In compenso il festival è molto vivibile, con zero code per qualsiasi cosa, buon livello di cibo e beveraggio (anche se le real ale sono solo due e non c’è sidro artigianale), atmosfera rilassata come si conviene. E anche dai tre palchi i concerti sono di ottima qualità.
Viva Brother: mi imbatto in loro per la prima volta e c’è da dire che in mezz’ora mi sono venuti in mente un sacco di gruppi britpop ed affini, però nonostante la scarsa originalità l’ascolto è piacevole e risulta un buon intrattenimento. Sentiremo un po’ se il disco saprà toccare le corde giuste per noi nostalgici.
The Bluetones: loro la storia del britpop l’hanno fatta, ma sono in fase calante e se ne sono resi conto, tanto che hanno deciso che finite le date in programma si scioglieranno. Una scelta molto onesta, anche se dispiacerà non ascoltare più dal vivo canzoni che rimangono comunque nel cuore di molti. Questa mezz’ora è semplicemente perfetta e mi manda totalmente fuori di testa. Bluetonic, Keep Your Home Fires Burning, Marblehead Johnson, Never Going Nowhere, Slight Return, If, tutte suonate e cantate egregiamente: serve aggiungere altro?
Magazine: ormai c’è solo Howard Devoto che porta avanti il nome di questo importante gruppo, ma il suono sul palco è sempre cupo, acido e tagliente al punto giusto ed il leader canta molto bene. Una bella escursione in certe sonorità di fine anni Settanta/inizio Ottanta che tanto hanno influenzato in seguito.
Patti Smith: set acustico di mezz’ora con la presenza prestigiosa di Patrick Wolf al violino ed all’arpa. La Smith è in forma e canta in modo pulito e molto intenso ed anche l’accompagnamento minimale ad opera di Wolf e di altri due musicisti è perfetto per dare sostanza ai brani. Lei fa i soliti discorsi da capopopolo che nel 2011 sembrano un po’ anacronistici, ma va bene comunque. Gtan finale con Because The Night e Gloria.
Cloud Control: in acustico a Brighton mi erano piaciuti, il disco non mi aveva colpito più di tanto, live in elettrico spaccano i culi. Quindi ok che è meglio se un gruppo suona bene dal vivo piuttosto che in studio, però insomma, era proprio così difficile catturare su album il talento di questi ragazzi? Speriamo ci si riesca alla prossima occasione e nel frattempo buoni concerti a tutti.
The Leisure Society: ci sono Lou Reed sul palco principale e i Gang Of Four sul secondo, quindi sotto al loro palco non c’è un’affluenza esattamente oceanica, ma io sto qui perché gli altri due li ho già visti e loro invece non ancora con le canzoni nuove. Che vengono in modo spettacolare, così come le vecchie, per un live entusiasmante dove tutti ballano felici e vogliono bene al mondo intero. Me li coccolo da prima che la Full Time Hobby ripubblicasse il loro debutto autoprodotto e vederli in questo stato di grazia mi gonfia di gioia.
Guillemots: anche Iggy Pop l’ho già visto cinque anni fa e non credo possa fare nulla di nuovo, mentre invece Fyfe e soci li ho visti solo due album fa, quindi resto da loro. In realtà non esco soddisfattissimo: loro suonano bene e Fyfe ha sempre un’ugola d’oro, ma il suono è troppo uniformemente dritto ed insomma il bello dei Guillemots è anche la varietà degli arrangiamenti, che qui viene completamente dimenticata. Bel live comunque, però boh, speriamo non si appiattiscano troppo.
Morrissey: anche qui potrei fare solo l’elenco delle canzoni suonate e già basterebbe. Ben sei pezzi degli Smiths e diversi grandi classici da solista per un concerto che, come qualità delle canzoni ascoltate, batte tutti gli altri in questa quattro giorni. Dirò anche che il Nostro si concede poco dal punto di vista scenico ma canta in modo splendido e la sua band suona davvero al proprio meglio. Moz è invecchiato ma si vede che si sta divertendo e la gente non può che adorarlo.

Domenica è l’ultimo giorno. Mi sono un po’ ripreso dalle fatiche accumulate ma non sono comunque in formissima, quindi guardo solo lo stretto indispensabile. Si torna ad Hyde Park, ma stavolta è un festival, il Wireless, ed i palchi sono quattro. L’organizzazione mi piace essenzialmente perché stavolta i cessi sono molti di più rispetto a giovedì. È anche il giorno con la compagnia più numerosa ed è stupendo vivere la giornata con tanti amici a me così cari.
Yuck: dopo che il disco non mi aveva colpito, qui li rivaluto. Giri di chitarra belli incisivi, melodie che in fondo sono immediate pur senza essere facili e voce adattissima all’impianto sonoro/compositivo. Anche qui devo riprendere il disco.
The Horrors: dopo che la prima volta mi erano sembrati troppo grezzi e la seconda erano svogliati in modo irritante, stavolta suonano in modo perfetto un mix di canzoni dal disco nuovo di prossima uscita e da Primary Colours. Una performance molto vitale e convincente, con le canzoni nuove che sembrano proprio ben fatte. Non vedo l’ora di ascoltare l’album.
The Sounds: partono malino per problemi tecnici e perché lei non riesce a farsi sentire sulle tonalità alte, ma poi si riprendono e alla fine il set è breve ma di un livello complessivo discreto.
Foals: grandissimi come a Glasto l’anno scorso, con un pubblico enormemente carico che canta a gran voce ogni canzone, una splendida atmosfera ed una scarica di adrenalina che introduce come meglio non si potrebbe al gran finale.
Pulp: emozioni uniche. Essere in un posto così grande dove anche a grande distanza dal palco tutti cantano e ballano canzoni che comunque hanno lasciato un segno importante è un’esperienza pazzesca. Quando poi le canzoni sono interpretate perfettamente dalla band e cantate da Jarvis con la migliore espressione possibile della sua unica personalità, beh, è davvero il massimo. Un’ora e mezza che passerà alla storia, se non a quella generale, almeno alla mia e d a quella di chi era con me.

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Pubblicato il luglio 5, 2011 su Uncategorized. Aggiungi ai preferiti il collegamento . 1 Commento.

  1. ( anna torta )

    ottimo report ed epica giornata al wireless 🙂

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