Il football è una cosa meravigliosa

Quando ero ragazzino, su Italia 1, che agli occhi di noi undicenni ingenui sembrava la cosa più innovativa che potesse esserci in ambito televisivo, iniziavano a trasmettere le immagini di questa cosa che veniva dall’America: il football. Ed è inutile negarlo: ai bambini, soprattutto maschi, fanno una scena della madonna quei caschi, quelle divise colorate e quella palla ovale che vola in aria girando in modo perfetto per decine di metri finché uno bravissimo la blocca al volo con irrisoria facilità. Poi però, quando si diventa anche solo adolescenti, si comincia a capire che il gioco non sta tutto lì e ci si divide tra la maggioranza di chi non capisce quelle azioni brevissime dove ogni volta ci si rischiera tutti da capo e la minoranza di chi invece si fa affascinare da questo gioco con una concezione così diversa da quella classica europea ma così intrigante.

È ovvio che la presenza di tutti i tempi morti in una partita favorisce sia la massiccia presenza della pubblicità, e quindi rende il gioco di grande appeal per le grandi aziende che hanno così interesse a renderlo il più possibile diffuso a livello mondiale, che l’intrattenimento tipico della concezione all’americana di sport, che prevede l’idea di andare a vedere una partita più o meno come se fosse un musical. L’europeo medio, però, dovrebbe riuscire a staccarsi da queste differenze rispetto al modo in cui noi viviamo e concepiamo lo sport, e capire gli aspetti positivi di questo gioco. Che sono riassumibili in questo semplice concetto: non esiste altro gioco in cui l’abilità psicofisica, l’acume tattico e il talento individuale siano così necessari tutti allo stesso modo per arrivare alla vittoria.

Una Grecia che vince l’Europeo di calcio del 2004 solo con la voglia e con l’accortezza ma senza talento, nel football non andrebbe da nessuna parte. Le ultime nazionali USA di basket, che hanno mostrato un’intelligenza cestistica molto inferiore alle rivali più forti, sarebbero parimenti tornate a casa a mani vuote pur essendo infinitamente superiori come tecnica e atletismo. Le tre componenti servono tutte e non ce n’è una più importante delle altre. Quest’anno i San Francisco 49ers hanno sopperito ad un basso tasso di talento con gli altri due pregi, ma per superare il turno di playoff hanno dovuto sfruttare giocate da campione vero dei loro giocatori più rappresentativi. Altrimenti sarebbero andati a casa, pur con tutta l’organizzazione e la grinta di questo mondo.

Purtroppo, dopo il periodo dell’adolescenza, mi è stato difficile seguire le vicende dell’NFL. Era necessario essere utenti di una qualche pay-tv, un concetto che è sempre stato molto lontano dalla mia famiglia. Così, pian piano mi perdevo le tracce di quel gioco che mi piaceva tanto negli anni del liceo e all’inizio dell’Università. Sapevo dell’esistenza di certi giocatori forti, come Tom Brady, Peyton Manning, Kurt Warner, sapevo del grande impatto della difesa dei Tampa Bay Buccaneers di Jon Gruden e che certe squadre che ai miei tempi erano nobili in quegli anni erano ormai decadute. Perché poi una cosa bella dello sport americano è che, qualunque squadra tifi, puoi sperare che un giorno vincerà. Se tifi l’Atalanta, o il Siena, o l’Empoli, o il Varese, ma dove vuoi andare, puoi al massimo sperare di combattere onorevolmente, ma non cert odi dare fastidio a chi conta.

Poi, tre anni fa, la RAI acquista i diritti dell’NFL e la trasmette sui suoi canali satellitari. Improvvisamente mi si riapre un mondo, dal quale mi faccio inghiottire inesorabilmente e senza opporre resistenza. Il mio primo Superbowl dopo una vita, quello tra i Pittsburgh Steelers e gli Arizona Cardinals (questi ultimi mai stati al Superbowl prima, a conferma di quanto ho appena detto) rimarrà per me un ricordo indelebile. Ci vorrà poi solo il trascorrere della successiva regular season per convincermi che non poteva esserci modo migliore di spendere i miei soldi che seguire il football in diretta grazie al Game Pass, un servizio del sito NFL che consente di guardare tutte le partite in diretta oppure ogni volta che si vuole tutte le partite, come se si stesse guardando la TV americana. E in questo periodo non ho mancato di regalarmi la mia finora unica partita NFL dal vivo, a Londra, a Wembley, dove ogni anno è ormai tradizione che due squadre giochino una partita di campionato (non una stupida amichevole) per promuovere l’NFL in Europa.

Il Game Pass, se sei già appassionato, ti cambia la vita, perlomeno in quei 5 mesi in cui si gioca. Durante le domeniche di regular season, solo eventi eccezionali possono portarti via di casa. Nei weekend di playoff, nemmeno quelli. Le finali di conference e il Superbowl, poi, sono sacri. E l’appagamento è sempre totale, vale sempre la pena assistere allo spettacolo dell’NFL, dove la parola spettacolo non va intesa nel senso classico del termine, perché, come dicevo, il bello del football non sta solo nelle giocate a effetto, ma anche nella tensione e nelle battaglie difensive dove si combatte strenuamente per ogni centimetro e l’adrenalina scorre a fiumi e l’abilità strategica dei coach e dei vari coordinator raggiunge livelli che nemmeno i migliori generali di guerra della storia. Ah, il Game Pass, quando inizi a farlo, non lo molli più, diventa indispensabile come l’aria in quei 5 pazzeschi mesi.

Il Superbowl che si è giocato l’altro giorno, tra i New York Giants, che hanno vinto, e i New England Patriots, è il perfetto esempio di quello che dicevo. Partita che ha avuto poche giocate spettacolari, e di conseguenza un punteggio bassino (21-17), ma che ha visto uno scambio di mosse e contromosse tattiche davvero da urlo e capace di lasciare senza fiato per tutta la durata della partita. Ognuna delle due squadre ha trovato il modo di sopravanzare sull’altra, e l’altra è sempre riuscita a trovare il contro modo di battere chi, fino a due azioni prima sembrava invulnerabile, e avanti così con quest’altalena per tutti i 60 minuti di gioco effettivo. Poi, visto che conta anche l’abilità tecnica, quando agli ultimi possessi chi era sotto nel punteggio aveva trovato nuovamente le soluzioni per avanzare, coloro che avrebbero dovuto raccogliere la palla ovale lanciata in modo perfetto da Tom Brady, uno dei migliori quarterback (il ruolo di chi inizia l’azione con la palla in mano) della storia, hanno commesso errori clamorosi e hanno lasciato cadere la palla a terra. Una, due, tre volte, game over, perché serve tutto e non si può avere lacune in niente per vincere un Superbowl.

Davvero, non esiste gioco più affascinante di questo. Ce ne possono essere di più belli, non discuto, ma il fascino del football è unico. E ora mi aspettano i 7 mesi più lunghi, quelli senza NFL. Provo a dirmi e a illudermi che passeranno presto, che settembre è qui dietro l’angolo. Non è così: per un po’ non ci penserò ma quando mancherà poco all’inizio della stagione non penserò ad altro. E poi arriveranno altri 5 mesi intensissimi, che senz’altro troveranno un modo per farsi ricordare.

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Pubblicato il febbraio 7, 2012 su Uncategorized. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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