Londra, Brighton, Berlino

Cercherò di farla breve, se no poi nessuno mi legge. Dico intanto che la vacanza è andata come meglio non avrebbe potuto. Avete presente quando in viaggio le cose vanno tutte in modo perfetto, dirette come un fuso? Mai un ritardo, mai una complicazione, mai un problema di niente, andare d’amore e d’accordo con tutti quelli che incontri? Ecco, mi è successo questo. Ho passato il mio tempo nelle diverse località con un sacco di amici diversi e con tutti, nessuno escluso, sono stato sempre a dir poco benissimo. Sulle location, a Londra sono stato davvero troppo poc, giusto il tempo di arrivare al concerto, dormire e andare a Brighton; Brighton sta entrando delicatamente nel mio cuore, è stato davvero dura andarmene stavolta, molto più degli altri anni; Berlino ormai nel mio cuore c’è di prepotenza, e non la eleggo mia città preferita solo perché Roma non si può battere, ma ora come ora c’è lei al secondo posto, la amo davvero visceralmente.

Quindi i concerti, poche righe per ognuno, per Brighton li ho divisi in ordine di gradimento:

Garbage: 21 canzoni di cui solo 4 nuove, quasi tutti i singoloni e anche canzoni che singoli non lo erano, musicalmente prestazione abbastanza normale, ma la vera bomba è stata Shirley, in una forma strepitosa, sia fisica che vocale, e dotata di un magnetismo ancora più catalizzante rispetto ai vecchi tempi. Una frontwoman davvero incredibile.

The Great Escape Festival

  1. Grimes: performance totale per qualità ed intensità, sono pochi i suoni che crea, molti di più quelli che gestisce, ma questo è un live con tutti i crismi, anche per come la ragazza ha presenza sul palco. Da batticuore.
  2. Hatcham Social: live molto convincente, potente e ben suonato, le canzoni nuove che non conoscevo mi sono piaciute tantissimo, le due vecchie (‘Crocodile’ e ‘So So Happy Making’ mi hanno entusiasmato. Speriamo che la gente li consideri per quanto meritano.
  3. Half Moon Run: mai sentiti prima, un pop epico un po’ come se fossero i Wild Beasts senza la componente danzereccia, canzoni di grande impatto suonate e cantate in modo eccellente. Unica nota stonata, l’inguardabile canotta rosa del cantante.
  4. Milagres: anche loro mai sentiti prima. Difficile descriverli. Canzoni un po’ strutturate e un po’ no, melodie presenti ma non molto pronunciate, suono chitarristico ma anche con presenza di tastier, mood sognante e concretezza. Di solito quando si vuol mettere insieme tante cose si finisce per fare un pastrocchio inconcludente, qui invece c’è personalità da vendere e un risultato perfettamente a fuoco.
  5. Gaz Coombes: il tocco melodico è il suo, c’è poco da fare. C’è, però, un’importante presenza di synth e le canzoni non sono solo strofa – bridge – ritornello, ma sono ben più strutturate e complesse. Ovviamente lui suona e canta alla grande e la band non è da meno. Non vedo l’ora del disco.
  6. Dry The River: anche loro sono bravi a fare tante cose diverse senza mai cadere in nessun cliché ma mostrando chiaramente che uno stile Dry The River esiste eccome. Un po’ songwriting puro, un po’ suoni elettrici, accenni di Arcade fire, tutto molto bene.
  7. Admiral Fallow: dei vari gruppi scozzesi che mi piacciono in loro vedo soprattutto i My Latest Novel senza archi, oppure i Frightened Rabbit. Comunque melodie, vocalità e suoni avvolgenti e coinvolgenti. Perfetti nel ricreare le loro atmosfere anche dal vivo.
  8. We Were Evergreen: altra scoperta, da Parigi, mi è piaciuto definirli twee electro folk pop. Bucolici, frizzanti, spensierati ma anche loro bravi a non cadere nel già sentito.
  9. Porcelain Raft: sul palco, rispetto al disco è più concreto, anche per la presenza di un batterista. Bravo a mantenere comunque il suo carattere dream dando ai brani il giusto impatto live.
  10. We Are Augustines: rock bello energico, mi sono sembrati un misto tra Gaslight Anthem e Hold Steady. Per quel poco che l’ho ascoltato, il disco mi sembra abbia più sfumature, ma evidentemente dal vivo la band ha puntato sull’impatto e ha fatto bene, perché il pubblico presente era particolarmente esaltato.
  11. Spector: bravi per due motivi: uno perché a una maggioranza di canzoni strutturate in modo standard ne aggiungono altre più complesse, in modo da dare un giusto stacco; due perché il frontman è un fenomeno, sia a cantare che a fare battute irresistibili intrattenendo il pubblico in modo splendido.
  12. Husky: qui dovete pensare a dei Midlake più semplificati e più acustici che elettrici. Il tutto sta comunque nelle canzoni, che mi sono sembrate davvero ben scritte.
  13. Hot Panda: indie pop rock colorato ed efficace.
  14. Oliver Tank: un intimismo da cantautore stemperato in suoni glitch pop, molto interessante.
  15. French Films: dalla Finlandia, indie rock melodico senza fronzoli e ben fatto.
  16. Crookes: indie pop rock molto british, con le chitarre sempre apreggiate e un vago sapore smithsiano. Band di genere se ce n’è una, ma se il genere vi piace, non possono non piacervi, e a me piace.
  17. Juveniles: altri francesi, il loro pop è quasi sempre electro, discrete.
  18. Citizens!: indie pop rock senza infamia e senza lode, molto standard
  19. Chevin: vale il discorso di cui sorpa ma senza il prefisso indie, questi sono pop rock tradizionali
  20. My Best Fiend: vorrebbero proporre lunghe cavalcate elettriche intarsiate da giri di pianoforte, ma in realtà alla lunga distanza si capisce che le idée sono poche e quelle che ci sono vengono ripetute un po’ trope volte
  21. Splashh: indie pop che musicalmente sarebbe anche carino, poi lo pseudo cantante apre la bocca ed è il disastro
  22. The Suicide Of Western Culture: vorrebbe essere un post rock elettronico lo fi, in realtà è un ammasso di suoni e idée compositive che non hanno nulla di interessante e il fatto che sia tutto poco definite non è una cifra stilistica, ma solo un espediente per nascondere di non avere niente da dire.

Magnetic Fields: preceduti dagli Amor De Dias, duo acustico maschile femminile (avrebbero tutto per piacermi, ma mi sembra che manchi loro il classico centesimo per fare una lira), Stephin Merritt e i suoi confezionano uno spettacolo indimenticabile. Avvolti dalla sacralità della location (una chiesa), si presentano con pianoforte, due chitarre e violoncello e il synth di Stephin che interviene ogni tanto, e sfoderano un suono lussureggiante, adattando alla veste sonora scelta anche i brani lontani da essa. Stephin, Claudia e Shirley scherzano poi in modo divertentissimo tra loro e col pubblico. Mettiamoci poi che più della metà delle canzoni suonate sono tratte da 69 Love Songs ed ecco uno dei concerti che più mi ha emozionato in tutta la mia vita.

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Pubblicato il maggio 16, 2012 su Uncategorized. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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