Indietracks 2012: un weekend da sogno

Non ho mai fatto mistero che, dopo anni di frequentazioni, sono arrivato a preferire i festival piccoli a quelli grandi e blasonati. Adoro l’atmosfera da comunità che si crea e il fatto che ci sia un valore aggiunto oltre alle band che suonano, dato in primis da quest’atmosfera e poi da cose come il paesaggio e i diversi tipi di intrattenimento che necessariamente sono presenti in queste situazioni dalle dimensioni più contenute. Infatti, l’unico festival grande a cui vorrò tornare è Glastonbury, proprio perché le cose che ho citato ci sono anche se è il festival più grande di tutti.

Da quando, nel 2010, avevo saputo della sua esistenza, per il fatto che ci suonavano in quell’edizione i Pains e soprattutto i Suburban Kids With Biblical Names, avevo messo gli occhi addosso all’Indietracks. Prometteva di darmi tutto quello che voglio da un festival, anzi, sembrava essere un ulteriore step. La situazione, infatti, è davvero molto più piccola anche dei festival piccoli che mi piacciono tanto, inoltre c’era la sfida di una lineup molto più monogenere rispetto al mio solito e soprattutto con pochi gruppi che già conoscevo rispetto al totale. Amo molto scoprire dal vivo piccoli gruppi che non conosco, quindi era proprio una cosa che prima o poi avrei dovuto fare. E quest’anno ce l’ho fatta, con l’ulteriore sfida di aver scelto di andare a un festival totalmente da solo per la prima volta nella mia vita.

Così, ho accettato questa nuova esperienza e ho avuto ragione, perché quello che ho vissuto è stato semplicemente un weekend da sogno. Proverò ora a descriverlo per punti, senza star lì a dirvi che la tale band faceva quello e l’altra quell’altro. Capirete da soli, infatti, che non è poi così importante.

Il viaggio e l’alloggio: l’Indietracks è nel Derbyshire, l’aeroporto più vicino è East Midlands ma dall’Italia è scomodo arrivarci, quindi è necessario atterrare a Londra e da lì, se sei da solo come me, devi farti un’ora e quaranta di treno per Derby (e quindi prima dall’aeroporto devi arrivare al treno, almeno un’altra ora tutta) più altri cinquanta minuti di autobus per il campeggio. Un bello sbattimento, non c’è che dire, soprattutto perché dalla stazione del treno di Derby alla fermata dell’autobus c’è un quarto d’ora a piedi con tutto il peso dei bagagli addosso. Se sei in tanti, come gli altri ragazzi italiani che c’erano, puoi noleggiare un’auto e dormire lì vicino anche in hotel, che conviene perché il campeggio non è parte del festival e quindi lo paghi (in compenso il festival costa pochissimo per cui tra tutto spendi come quando il campeggio è compreso nel prezzo, anzi, anche qualcosa meno). Poi sapete quanto io ami campeggiare nei festival, però razionalmente se sei in tanti convengono davvero la macchina e l’hotel.

Il campeggio, che dal festival dista una decina di minuti a piedi, viene presentato dallo staff dell’Indietracks come un “award winning campsite with superb facilities” e tu pensi sì, vabbè. E invece è tutto vero. Uno spazio curatissimo in ogni dettaglio, col prato che sembra finto da quanto è tenuto bene, cessi e docce come quelli di casa, con code quasi inesistenti (bastava non fermarsi nel blocco vicino alle tende, che quello sì era affollato, ma camminare per un altro minuto e andare a quello dopo che invece era vuoto), un caffè con mangiare a bere in abbondanza, con tanto di full English breakfast a 5 pound, thè compreso, e tante prese, al caffè stesso o nei bagni, dove caricare la batteria del cellulare. Un posto pazzesco che davvero aiuta tantissimo nel riposo e nel rigenerarsi la mattina, cose fondamentali per vivere bene ogni festival. Tra l’altro, non sono tre giorni pieni, ma il venerdì è solo un aperitivo, con soli tre concerti, e si comincia alle 19, quindi ci si muove il venerdì stesso dall’Italia o da dove si abita.

Il clima è stato tipicamente inglese, con pioggia alternata a sole, le previsioni davano heavy rain showers per tutto il weekend e invece venerdì ha piovuto con continuità ma verso sera ha smesso e tra sabato e domenica c’è stata un’ora bella seria più altri scrosci di poca intensità, altrimenti c’era il sole. Gli anfibi sono andati benissimo e i wellies non sono serviti.

L’area del festival – servizi, intrattenimento, cibo e beveraggio: l’area è ovviamente molto piccola, i palchi sono quattro, quello fuori, quello indoor, la chiesetta e il treno. Per gli ultimi due è necessario mettersi in coda un po’ prima per riuscire a entrare, dato che hanno la capienza molto limitata. Il treno è davvero una chicca: è un vero treno a vapore con questo vagone vuoto dove la band suona in acustico senza amplificazioni e chi riesce a entrare si siede per terra e ascolta in religioso silenzio mentre il treno viaggia in mezzo alla natura. Una delle cose fighe è che il treno finisce la corsa proprio mentre la band suona le ultime note, una sensazione bellissima. Per il resto, l’area non è altro che un centro ferroviario, il Midland Railway Centre, quindi ci sono davvero binari e vecchi treni ovunque, c’è una carrozza adibita a bar, dove ti puoi anche sedere sui posti proprio del treno, il palco indoor in realtà era un deposito dei treni e se hai voglia di passeggiare al di fuori della musica è tutto basato sui treni: c’è un museo, che non ho visto, e c’è un trenino scoperto, antico pure lui, che ti porta in giro per il parco adiacente al centro, anche quello una cosa davvero suggestiva.

Per mangiare l’offerta è ovviamente molto limitata, però la qualità è accettabile. Di bello c’è questo caffè dove puoi mangiare seduto al tavolo con piatti di ceramica e posate di metallo, una cosa che ai festival non c’è mai, infatti il caffè funziona sempre, è parte del centro ferroviario. Comunque lo stand dei burrito, quello indiano e quello dei dolci erano buoni.

Il beveraggio è quello di livello più alto che abbia mai trovato a un festival. Le real ale e il real cider forniti sono davvero i migliori che abbia provato. Finora, girando, ho provato le cose local di quattro zone diverse dell’Inghilterra: il Dorset, il Somerset, il Kent e, appunto, il Derbyshire. E il Derbyshire vince, ma alla grande. Certo, il sidro del Somerset ha le varianti del distillato e dell’hot and spicy che qui non ci sono, però ragazzi che sidro, una roba incredibile. E le ale, che ale, assurde, ne ho provate almeno una decina, tutte clamorose. E gli snack per accompagnarle, parliamone. C’erano quei triangolini ai cereali ripieni di formaggio che ciao. E i ciccioli, che ok, devono piacere, però è già una cosa particolare che ti vendano i ciccioli nelle bustine tipo patatine.

Due cose mancavano rispetto agli altri festival: un servizio di ricarica della batteria dei cellulari, ma probabilmente sapevano che c’erano le prese in campeggio, e se dormi in hotel ovviamente te lo ricarichi in camera, e la vendita di sigarette, non che a me interessasse ma avviso i fumatori: se venite senza auto, portatevele per tutto il weekend, che lì non c’è alcun tipo di vendita, nemmeno in campeggio.

La gente: ai festival piccoli si socializza, si scambiano due chiacchiere e poi ci si reincontra, cose così. Qui la socializzazione è spinta ai massimi livelli, perché sei davvero sempre gli stessi (non ho saputo quantificare, ma non credo che il festival nel complesso veda presenti più di duemila persone normali, immaginate un terzo dei MiAmi quando è pieno la sera tardi). Io ero lì da solo e, al di là che alla fine poi c’erano alcuni ragazzi italiani che già conoscevo e con cui ho condiviso con piacere diversi momenti, non ho mai avuto la sensazione di essere da solo. Quasi a ogni concerto chiacchieravo con qualcuno e poi però ci si rivedeva quasi sempre, e uindi il numero di persone con cui poi ti saluti e ti fermi a dire due cose aumenta esponenzialmente. E poi ci sono i musicisti, che non solo stanno in giro, quello anche da altre parti succede, ma dormono nel campeggio e nemmeno in un’area separata, ma dove sono tutti, quindi è davvero un attimo entrare in contatto con loro. Poi certo, il mio modo di partecipare ai concerti, che voi che leggete dovreste conoscere, già mette simpatia qui in Italia, figuriamoci lì dove normalmente sono più tranquilli. Ho fatto amicizia con tre band, gli Smittens, i Colour Me Wednesday e i T.O.Y.S., con i ragazzi della club night Librarians Wanted, con John dell’etichetta wiaiwya (che sta per “where it’s at is where you are”) e con svariate alte persone che erano semplicemente pubblico come me. E al ritorno in treno ho beccato gli organizzatori del Madrid Popfest. A un certo punto mi sono trovato in mezzo tra le due ragazze dei Colour Me Wednesday e le loro amiche che mi chiedevano di fare foto e video con loro e i ragazzi del Librarians Wanted che mi regalavano le loro spillette. Al dj set della domenica sera avrò ballato con mezza sala. E sapete quanto mi piacciano queste cose.

La musica in generale: le domande che mi facevo andando incontro a un festival appunto monogenere e di cui non conoscevo la stragrande maggioranza dei gruppi in cartellone erano due: su che livello si sarebbe attestata la qualità media e quanti gruppi avrebbero mostrato di avere qualcosa di loro da dire e quanti altri, invece, avrebbero ricalcato solo i cliché del genere. Devo dire di essere uscito estremamente soddisfatto: la qualità media è stata davvero alta e soprattutto ogni band aveva effettivamente qualcosa di proprio, fossero anche solo delle belle melodie. Certo, c’erano dei filoni ben determinati nei quali le band si inserivano: c’era chi puntava sulla potenza, chi invece su un suono elettrico ma più smaccatamente pop, chi si proponeva con tinte più cupe e chi invece era caratterizzato da un suono piuttosto colorato. Non ho ascoltato quasi per niente twee, e di questo mi dispiace, e quasi assenti anche le cose con una forte componente acustica, al di là dei riadattamenti di treno e chiesetta.

Certo, a voler essere critici si potrebbe dire che tanti gruppi mi sono piaciuti un sacco ma di pochissimi mi sono detto “come ho fatto a vivere senza” e poi il fatto che tra i migliori ci siano praticamente tutti i veterani non depone certo a favore dei giovani, però sentite: l’indiepop non ha mai voluto davvero cambiare le vite di nessuno, solo dare tante sensazioni positive e far cantare, ballare e sospirare senza ricalcare gli schemi delle cose care alla massa, piccola o grande che sia, ma anche senza cercare voli pindarici. L’Indietracks questo mi ha dato e va bene così: la scena indiepop attuale magari non produrrà nessun nome che passerà alla storia, ma è proprio necessario che ciò accada per definirla comunque in salute? Io credo di no.

Collegato la discorso musica apro una parentesi sul merchandising: c’era la tenda apposita dove le etichette importanti avevano il proprio spazio (la Slumberland, che quest’anno ha scelto tutti i nomi del palco principale, la fortuna Pop, la citata wiaisya) e poi c’erano altri spazi destinati a rotazione alle band, che tendenzialmente mettevano lì la loro roba alla fine dei loro concerti. Lo spirito era davvero indie: niente costava più di 10 pound e per ogni disco, almeno di quelli nuovi, sapevi che c’era il vinile mentre non sempre c’era il cd, un po’ scomodo per me che comunque la roba me la devo portare in Italia, infatti di vinili ho preso solo quelli dove il cd non c’era.

Il punto è: cosa fai quando 10, 12, 15 gruppi ti piacciono tutti dal vivo e vorresti i loro dischi a casa? O compri tutto, ma davvero non potevo, non solo per questioni di spazio ma anche di budget, oppure cerchi di stringere il cerchio il più possibile, e così ho fatto. Non ho comprato molta roba proprio perché non ho voluto scendere al di sotto del meglio del meglio,oppure comprare Ep a prezzi bassissimi, altrimenti non me la cavavo più, e non ho voluto recuperare niente dei veterani perché come faccio a scegliere fra tanta roba, lascio lì e approfondirò pian piano.

Le band nello specifico: concludo questo lungo scritto con una carrellata di dove posiziono le singole band, senza descrivere niente. Per chi si posiziona sullo stesso livello, nomino solo in rigoroso ordine alfabetico.

I migliori (come ho fatto a vivere senza, qui sì che lo dico): The June Brides

Subito dietro: Darren Hayman & The Secondary Modern

Ottimi: Colour Me Wednesday, Gold-Bears, The Just Joans, The Smittens, Standard Fare, Stevie Jackson, Tender Trap, Tigercats, T.O.Y.S., The Vaselines

Tra il buono e l’ottimo: Allo Darlin’, Robberie

Buoni: Doggy, Orca Team, Summer Camp, This Many Boyfriends,Veronica Falls

Simpatici: Vacaciones, Themakingof

Le canzoni sono belle, ma devono migliorare nella verve e nella parte vocale: The Birthday Kiss

Ho ascoltato solo una canzone e mezzo, ma quella canzone e mezzo era davvero strafiga: Language Of Flowers

Ho ascoltato distrattamente ma non sembravano male: Go Sailor

Ho ascoltato un quarto d’ora e sono arrivati giusto alla sufficienza risicata: The Monochrome Set

Bravissimi tecnicamente, ma le canzoni dei Belle & Sebastian con voce femminile le posso ascoltare direttamente dagli originali: The School

Non mi sono arrivati: Girls Names, Sea Lions

Cantavano talmente di merda che non capivo nemmeno se le canzoni potessero piacermi o no: Lichtenstein

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Pubblicato il luglio 9, 2012, in Uncategorized con tag . Aggiungi il permalink ai segnalibri. 10 commenti.

  1. Barto, bellissimo questo post! Dopo i tuoi tweet lo attendevo e adesso ovviamente ho una voglia tremenda di Indietracks per l’anno prossimo.

  2. L’anno prossimo tornano a farlo come sempre a fine luglio, quest’anno era anticipato per le Olimpiadi, io ovviamente torno senz’altro!

  3. Great blog, Google Translate turned it into a kind of lost-in-translation poetry but I get the gist!

    Nice meeting you Stefano! See you in Milano!

  4. See you in Miano Jennifer! I’m sure meanwhile your album will be appreciated here in Italy too when it’s released 🙂

  5. splendida recensione stefano,per qualche secondo mi sembrava di stare li.Per certe situazioni logistiche,mi hai fatto tornare in mente la mia vacanza in UK totalmente solo 9 anni fa,con V festival e Leeds inclusi(festival di tutt’altre dimensioni,e ti assicuro che i cessi non erano affatto puliti).Già che ci sono,ti mando il link del mio report su una cosa totalmente agli antipodi
    http://www.ilcibicida.com/live-report/heineken-jammin-festival-2012-milano-fiera-di-rho/
    ciao e sempre in gamba

  6. Sì ma infatti lo so che i festival grandi sono molto meno user friendly, sono stato al T In The Park e al Witnness in Irlanda, che ora si chiama Oxegen. Adesso leggo il report sull’heineken.

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