Amarcord: Damien Rice -9 (2006)

Ogni volta che vedo dal vivo Lisa hannigan, e in questi due anni l’ho vista diverse volte, tra carriera solista e tour con Glen Hansard, non riesco a non pensare a Damien Rice, soprattutto quando lei non suona e quando canta si tiene le mani esattamente come faceva quando stava sul palco con lui. io sono felicissimo delle collaborazione con glen, che spero continui molto a lungo, e per questo tifo per una loro relazione anche sentimentale, o anche solo sessuale, in modo che continuino a fare tante cose insieme. Ma gli anni con Damien rimangono ineguagliabili e i due dischi che hanno fatto insieme, per me sono emozione pura anche oggi, a tanti anni di distanza.

Ecco quindi che rimetto online la recensione che avevo fatto proprio nel 2006 per 9, il secondo dei due dischi. come i più attenti già sanno, ai tempi scrivevo per musicboom, che è totalmente sparito dal web e quindi le sue recensioni non sono più rintracciabili online. meno male che molte sono ancora nel mio pc, tra cui questa.

Ci sono dischi per i quali una descrizione è tanto facile quanto fuorviante. Dischi dei quali si può analizzare e raccontare ogni dettaglio, ma per i quali anche le parole più aderenti a quello che propongono non possono avere la forza di far capire le emozioni che riescono a dare. A noi che comunque tentiamo di far capire ai lettori che cosa devono aspettarsi da questo tipo di opere non resta che inchinarci alla capacità della musica di andare al di là dell’immaginazione che può nascere dalla lettura di una recensione.

Ovviamente 9 è uno di questi lavori, e si potrebbe dire che in fondo valeva lo stesso anche per l’esordio di Damien Rice, O. Ma qui si va oltre, perché per prima cosa l’aspetto strettamente musicale (cioè quello che si può almeno provare a descrivere) è certamente migliorato, e poi perché le sensazioni che il disco dà all’ascoltatore (ovvero l’aspetto che non si riuscirà mai a spiegare in pieno, con nessuna parola), sono più concrete e reali rispetto a quelle, poste su un piano maggiormente onirico, proposte tre anni e mezzo fa.

Proviamoci allora a raccontare ciò che arriva alle orecchie quando si schiaccia il tasto play. Le dieci canzoni nel loro complesso mostrano una grande varietà di scrittura, con alcune di esse che vanno al di là della tradizionale forma canzone grazie a melodie molto articolate e continui saliscendi di intensità strumentistica e vocale, e altre che invece si basano sulla classica alternanza strofa-ritornello, il che non significa certo che queste ultime abbiano un andamento scontato, visto che anche qui non mancano arrangiamenti che sanno spesso sorprendere e fare in modo che sentimenti diversi convivano all’interno dello stesso brano. Sia quando la canzone è basata su stacchi e crescendo, ora improvvisi, ora graduali, che quando invece lo sviluppo del pezzo è più armonico, non c’è una melodia o un’interpretazione banale che sia una, dalla breve quanto efficace intro di pianoforte dell’iniziale 9 Crimes, agli accenti folk di Coconut Skins, dall’ottovolante emotivo di Elephant alla grazie e la rabbia messe gomito a gomito in Rootless Tree, dalla dolcezza di Animals Were Gone e Dogs alla claustrofobica asprezza di Me, My Yoke And I, fino al finale etereo con Accidental Babies e Sleep Don’t Weep.

Damien sa sempre quando usare il pianoforte oppure la chitarra acustica o quella elettrica, quando il suono dev’essere ornato da archi oppure deve rimanere asciutto, quando il tempo dev’essere tenuto dalla batteria oppure semplicemente dal battito del cuore di chi ascolta, quando la sua voce deve stare da sola oppure incrociarsi o duettare con quella di Lisa. Un lavoro totale, un cantautorato a 360 gradi che non perde nulla in ognuna delle proprie dimensioni, aiutato, qui sì che si può fare un’analogia con l’esordio, da testi che non ricercano chissà quali altezze liriche, ma che rappresentano il modo migliore per Damien di cantare quello che gli sgorga dal cuore.

E come dicevo all’inizio, se credete di aver capito da quanto ho scritto finora a che livello è arrivata l’arte dell’irlandese, siete molto lontani dalla verità. Per arrivarci bisogna ascoltare questo capolavoro, sospirando e commuovendosi per tutti i 50 minuti, rivivendo sulla propria pelle i momenti più complicati della propria vita sentimentale, e dicendo a sé stessi che quella volta forse ce la siamo presa troppo, e in quell’altra occasione siamo stati così stupidi, oppure così patetici, ma sempre e comunque così umani.

Tanto quanto questo disco è divino.

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Pubblicato il luglio 7, 2013 su Uncategorized. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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