Indietracks 2013: un weekend di pura gioia

Dopo l’esperienza dell’anno scorso, avevo aspettative enormi per questa nuova edizione dell’Indietracks. Diciamolo subito, sono state rispettate. È andato tutto perfettamente da ogni punto di vista e anche il piccolo problema creato dalla pioggia il sabato sera (Camera Obscura costretti a spostarsi al palco indoor con partenza un’ora e un quarto dopo di quando erano previsti) non ha in realtà infastidito nessuno. La compagnia italiana è stata eccezionale, rivedere la gente incontrata l’anno scorso o al Madrid Popfest anche, fare chiacchiere con gente nuova, musicisti e non, pure. Il tempo ha retto, a parte il sabato sera; la nuova esperienza di non campeggiare ma di dormire in albergo a Derby e dover raggiungere il luogo del festival ogni giorno è stata positiva e mi ha anche permesso di vivere il bel momento della domenica sera a giocare a freccette al pub di Ripley, la città più vicina al festival. Ho anche guidato in Uk per la prima volta in vita mia e devo dire che è più complicato di quanto pensassi, ma non ho fatto danni e quindi bene così. Per il resto, c’era una varietà di sidro in più e la parte cibo aveva qualche novità ma sostanzialmente non si differenziava molto da quella dell’anno scorso. Per tutto quello che non ho menzionato qui, valgono le considerazioni dell’anno scorso al post linkato sopra.

 

Passando alla musica, come caratteristiche stilistiche generali ho notato una certa predominanza di ritmo incalzante unito a chitarre potenti e/o graffianti. Di varietà, a conti fatti, ce n’è stata, ma la maggioranza delle cose viste poteva essere ricondotta a questo filone. Per un festival non è male che lagente possa ballare o quantomeno muoversi a tempo su quasi ogni gruppo, poi io sono un amante della malinconia da camerebba e del twee e vabbè, sembra invece che l’indiepop vada da un’altra parte. Se i risultati sono questi comunque, va bene così.

 

Per quanto riguarda l’organizzazione dei live, quest’anno c’è stata la novità della merch tent che aveva un gran numero di set acustici non annunciati in precedenza, ma ben calendarizzati sulla lavagnetta all’ingresso, la maggior parte dei quali era di band che non suonavano in altre situazioni, e che quindi sono venute apposta. Una gran bella cosa, che ha dato delle bellissime soddisfazioni, come vedremo.

 

Quindi, quest’anno mi darò alla parte musicale, anche perché, per la prima volta da quando vado ai festival, non ho trovato nemmeno una band che non mi sia piaciuta. Certo, ho i miei highlights e alcune cose le ho trovate ordinarie e standard, ma non posso dire che non mi siano piaciute e non c’è stato niente che non fosse comunque ascoltabile. Un po’ me l’aspettavo, visto come mi ero informato sulla lineup, ma poi quando una cosa del genere si verifica, dà una sensazione davvero unica. Non so se ricapiterà, so solo che, al momento, probabilmente c’è soltanto l’Indietracks a potermi dare un riscontro di questo tipo.

 

Ora, quindi, al contrario dell’anno scorso, mi sforzerò di scrivere qualche parola su tutti i gruppi visti, in ordine cronologico di apparizione. Iniziamo.

 

Big Wave: si comincia a muoversi a tempo sculettando e accennando mosse da dancefloor. Loro partono male per le prime due canzoni, probabilmente per problemi tecnici, poi si riprendono e convincono pienamente.

 

The Tuts: mi aspettavo un bel live per questo trio femminile indie pop punk, e in realtà è andata anche meglio di quanto immaginassi. Le tre, infatti, mostrano ottime doti come musiciste e una compattezza d’insieme superiore alla media. Di conseguenza, le canzoni vanno via dritte come treni. Live solidissimo e con un gran tiro.

 

bis: come ha detto uno dei miei compagni d’avventura italiani, forse è ora di capire se che i bis non hanno avuto il successone di massa all’epoca, era solo perché erano troppo avanti e andrebbero benissimo adesso. Sarebbe quindi il caso che la band tentasse il rilancio su larga scala, perché il live, almeno quello visto qui, è una bomba atomica e non c’è affatto l’impressione di assistere a un revival del passato, perché è tutto tremendamente attuale. La gente impazzisce sotto al palco e i canti che provengono dalla folla sono boati; la band riceve questa energia e la rimanda indietro potenziata all’infinito ed è tutto un gasamento collettivo che mi rimarrà nel cuore.

 

Northern Spies: la mia unica avventura sul treno è per questa svedese che sta per uscire col primo disco e che già mi piace tantissimo. Anche live, Astrid, al suo terzo concerto in assoluto, si dimostra all’altezza e le canzoni ancora inedite promettono molto bene. Ingenua dolcezza ma anche un songwriting già smaliziato.

 

Finmark! Riecco il ritmo e le chitarre, loro però si differenziano con una voce simil baritonale un po’ alla Stephin Merritt, a cui mi sembra ispirarsi anche il songwriting. Una bella proposta che anche dal vivo conferma il suo gran potenziale.

 

The Art Club: qui è proprio tutto potenza. Il risultato è interessante.

 

Tigercats: il primo dei set acustici della merch tent, in realtà è lui da solo. Non male ma senz’altro rende di più con la band in elettrico, comunque anche così era piacevole.

 

Tunabunny: ritmati, graffianti e cupi, con una bella unione tra il cantato maschile più impostato e quello femminile più tagliente. Bravi.

 

Pale Spectres: dalla Francia, anche qui tanto ritmo ma l’impostazione è più pop della media. Bene comunque, belle canzoni, li vedo per poco tempo perché non voglio perdermi gli ONSIND alla merch tent.

 

ONSIND: il loro punk rock acustico mi piace un sacco, quindi quando apprendo la loro presenza tra i set acustici non annunciati, mi ci fiondo. E faccio bene, perché anche live sono veramente molto coinvolgenti e mostrano tutte le loro qualità in termini di songwriting, armonie vocali e genuinità.

 

The Understudies: visti sia in elettrico che in acustico alla merch tent, la seconda veste mi piace di più perché fa uscire meglio le melodie e il cantato vagamente morrisseyano. Comunque bene, una bella band.

 

Milky Whimpshakes: band storica, mette in mostra il proprio indiepop vecchia scuola e i fan impazziscono. E anche io che non li conoscevo apprezzo.

 

The Just Joans: altro nome non annunciato, si presentano alla merch tent solo lui e lei con una chitarra acustica in totale e sfornano una performance da mille e una notte, che commuove tutti i presenti e li fa cantare e sospirare fortissimo. Diverse canzoni inedite, tutte molto belle, un paio di brani del disco che la gente mostra di amare in modo viscerale e una cover di Underwear dei Pulp assolutamente all’altezza dell’importanza del brano scelto. Immensi, commoventi e chi più ne ha, più ne metta, che non basta comunque mai.

 

The Secret History: la freschezza di un progetto nuovo con l’esperienza data dal fatto che in realtà i musicisti sono attivi già da molto tempo. Una delle cose migliori del festival, mi mandano fuori di testa dall’inizio alla fine. Indiepop con una sfumatura dark Eighties discreta ma significativa, suonano e cantano divinamente e hanno dalla loro un songwrigint di altissima qualità, un impatto perfetto, una personalità straripante. Meravigliosi è dire poco.

 

The Wave Pictures: mi aspettavo un live quadrato e coinvolgente e così è stato. Tutto perfetto dall’inizio alla fine, tutto bello, tanti applausi meritatissimi, bravi bravi bravi.

 

Haiku Salut: purtroppo i Pastels partono in ritardo e così non posso vedere il loro inizio per poi andare dalle Haiku Salut, ma devo scegliere, o uno o l’altro. Tra la storia e la novità in rapida ascesa scelgo la seconda e il set mi ripaga del sacrificio nel saltare totalmente la band di Glasgow. Le Haiku Salut sono tre ragazze che suonano pop strumentale, una cosa che si sente poco al giorno d’oggi, ma provate a ascoltare il disco su Spotify e non potrete non sentirvi avvolti da vibrazioni positive in ogni dove. Questa performance è accompagnata dal lamp show: in pratica è tutto buio e ci sono una decina di lampade da casa belle grosse sparse per il palco, che si illuminano creando effetti di luce semplici ma di grande impatto visivo e perfetti per accompagnare il suono live, che il trio esegue in modo impeccabile. Una performance particolarissima che mi prende da dentro e mi lascia l’estasi di un bambino, anche ora che ci penso ho la gioia ebete nel cuore.

 

Camera Obscura: live molto buono sicuramente, ma mi aspettavo qualcosa in più. La band appare presa male per il problema di cui parlavo sopra e si fatica a creare il contatto emotivo con il pubblico, inoltre il suono è un po’ piatto. Tutto scorre bene e tra gli applausi, però insomma c’è un rapporto di stima ma non di amore. La gente si scalda quando iniziano in rapida sequenza i classiconi (magari una scaletta con più di questi classiconi all’inizio avrebbe forse aiutato a tirare in mezzo la gente) e alla fine tutti vissero felici e contenti però insomma, si poteva sperare di essere più contenti fin dal primo momento e non solo nella parte finale.

 

Bloomer: la domenica si ricomincia con questo noise indie pop molto ritmato e robusto. Davvero ben fatto, perfetto bilanciamento anche con la parte vocale, e non è mai facile in queste situazioni. Una band nuova che sa già come rendere bene le proprie idee. Ne sentiremo parlare.

 

Seabirds: anche qui la band è nuova ma la Matinée Records l’ha già presa nel proprio roster a a agosto pubblicherà il primo singolo. Già questa dovrebbe essere una garanzia e alla prova dei fatti la band si dimostra già ben rodata e con un repertorio di alta qualità. Finalmente c’è la mia tanto amata malinconia da cameretta, ma non è solo quello, c’è un bell’uso del ritmo, che dà quel giusto tocco di personalità senza snaturare l’aspetto emotivo della proposta, c’è un’interazione tra la voce maschile e quella femminile di grande efficacia, ci sono melodie davvero ispirate. Il potenziale per colpire il cuore di molti c’è tutto, staremo a vedere cosa succederà ma l’impressione è che l’hype non tarderà a arrivare e sarà giusto così.

 

Colour Me Wednesday: per loro ho un debole, ho già preordinato da tempo il vinile del primo album, finalmente uscito, e anche qui, quando apprendo della loro presenza alla merch tent, mi piazzo in prima fila al momento giusto. Davvero, mi sento troppo di parte con loro e quindi non so bene cosa scrivere. Hanno melodie secondo me stupende e Jennifer ha una sensibilità nel cantare assolutamente fuori dal comune e ben accompagnata dalla sorella Harriet quando serve. Anche in acustico fanno centro pieno e la mia fanboytudine nei loro confronti è decisamente alimentata.

 

Alpaca Sports: anche qui come fanboytudine non siamo certo messi male, e però oggi c’è anche la novità di vedere la band live non più solo loro tre, ma con tre musicisti aggiunti, ovvero il chitarrista dei Felt Tips e il bassista e il batterista degli Understudies. Così, ogni cosa è suonata dal vivo e l’effetto è decisamente migliore rispetto a quando sono solo loro tre e tante cose sono campionate. Il chitarrista dei Felt Tips in particolare è bravissimo, ma in generale è tutto talmente bello e ben fatto che non ci si può credere. Andreas e Amanda sono anche bravi a far sì che le loro voci non si facciano coprire dall’aumentata mole del suono e riescono entrambi a farsi sentire bene. Un set superlativo e anche in questo caso, li amo sempre più, e come persone sono altrettanto magnifici.

 

Flowers: per me, la più grande sorpresa del festival. Li avevo visti a ottobre di spalla ai Pains e diciamo che non mi avevano esattamente impressionato. Stavolta, invece, tutto il contrario, mi stendono e mi lasciano quasi intontito per la bellezza del live e del loro repertorio. La personalità con cui aggiungono una massiccia dose di lirismo a un impianto indiepop cupo è quasi stordente, la capacità con cui sanno convogliare al meglio la loro ambizione e la loro produzione continua di idee inaspettate ha dell’incredibile, e tutto questo avendo pubblicato solo due singoli. Scemo io a non averlo capito alla prima occasione, ma meglio ora che mai.

 

Kid Canaveral: si ritorna dalle parti dell’unione chitarre – ritmo – melodia. Tutto ben fatto e molto piacevole.

 

Making Marks: anche qui non male ma troppo ordinario e standard, almeno come suono dal vivo. Su disco mi convincevano di più, qui non è che abbiano fatto schifo però insomma, non sono andati al di là della normalità. Da rivedere, magari era colpa del fatto che in quel momento sentivo un po’ di stanchezza.

 

The Ballet: synth pop fatto alla maniera di come lo fanno i Magnetic Fields, con più brio e arrangiamenti meno strutturati. Le melodie sono bellissime e questo basta a farmeli piacere tantissimo.

 

The Lovely Eggs: qui arriviamo al massimo del suono graffiante con voce femminile tagliente. I Lovely Eggs sono solo in due e fondamentalmente vincono perché mettono in mostra un sacco di idee e la capacità di metterle insieme in modo sempre perfettamente centrato e capace di coinvolgere. La gente impazzisce e direi giustamente, davvero molto, molto bravi.

 

Helen Love: il delirio indieglampunkglittertrash definitivo. Helen Love si presenta con un tastierista e una bassista, sta sul palco con un’attitudine volutamente indolente, figlia di un’estetica ben precisa, e spara una serie di brani che uniscono sapientemente tutte queste componenti. C’è da dire, però, che senza l’apporto del pubblico  non sarebbe stata la stessa cosa. La gente va particolarmente fuori di testa e nel finale c’è anche una stage invasion collettiva con coriandoli sparati a manetta. A leggere così può sembrare un’esperienza come tante altre, ma fidatevi, non lo è, questo è uno show unico e una delle cose più divertenti che possano capitare a un frequentatore di concerti

 

Still Corners: vedo giusto gli ultimi venti minuti e di certo non è facile per me passare dalla Helen Love appena descritta a loro. Ma quando un live è bello, non può che prenderti, e il loro live è bello assai. Unisce perfettamente la componente sognante al giusto impatto e sa avvolgere e trascinare. Magari non erano esattamente rispondenti alle caratteristiche medie del gruppo da Indietracks come stile, però sono contentissimo di averli visti.

 

Wow, ce l’ho fatta! Ora sotto con l’ascolto delle cose comprate e arrivederci all’Indietracks 2014!

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Pubblicato il luglio 30, 2013, in Uncategorized con tag . Aggiungi il permalink ai segnalibri. 1 Commento.

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