Popfest Berlin 2013

Mi aveva dato una sensazione un po’ strana il dover partire per questa vacanza solo pochi giorni dopo Londra. Era passato troppo poco tempo e non mi stavo godendo il momento in cui si concretizzava comunque un weekend decisamente intrigante, con il ritorno in una città che amo particolarmente come Berlino e la partecipazione alla Popfest, dove avrei visto dei bei concerti e incontrato belle persone dall’Italia, dalla Spagna, ovviamente dalla Germania e anche dalla Svezia, cioè gli Alpaca Sports. Sono andato lì quasi per forza d’inerzia e perché ormai i soldi li avevo spesi. Sono però tornato con tanta gioia addosso per aver passato giorni davvero splendidi.

Berlino mi dà sempre la sensazione di essere casa. A Londra sarò stato almeno 30 volte, a Berlino solo quattro ma non è quello: una città ti fa sentire a casa anche dopo un secondo in cui ci stai per la prima volta, e ormai posso dirlo che tra le città che non sono la mia, solo a Roma mi sento più a casa che a Berlino. Venerdì e sabato ho passeggiato in luoghi più o meno da turismo istituzionale ma mi sono anche divertito a perdermi in passeggiate causali in vie insignificanti che però sento mie, sempre e comunque. Vorrei davvero starci per tanto tempo in questa città, conoscere bene tutte le zone e respirarne la loro diversa natura e vivere sulla mia pelle cosa voglia dire risiedere qui. Non succederà mai temo, ma vorrei almeno che il numero di volte in cui tornerò sia molto, molto alto.

La Popfest quest’anno vedeva un cambiamento di date e di organizzatori e nel complesso non posso che parlarne bene. Il problema principale è stato un bilanciamento dei suoni sul palco quasi mai ottimale e con le voci che si sentivano troppo poco, coperte dagli altri strumenti, poi non mi è nemmeno piaciuta la mancanza di diffusione di uno stage timing, veniva detto apertura porte alle 20 e una volta lì veniva detto a voce “i gruppi inizieranno poco dopo le nove” e basta. Come è facile capire, sono stati problemi superabili e le due serate/nottate sono state molto belle. I live mi sono piaciuti quasi tutti, i dj set sono stati bellissimi, molto indie e devo dire mi ha fatto piacere ballare un sacco di canzoni fighe che non conoscevo alternate a una minoranza di altrettanto fighe e che conoscevo, senza concessioni al mainstream di nessun genere. La location anche mi è piaciuta, soprattutto per le birre di gran qualità a 2 euro e mezzo e per la presenza, al posto del guardaroba, di locker che per essere usati necessitavano semplicemente di una moneta che poi ti tornava indietro tipo carrello della spesa. Una grande comodità soprattutto per chi adora comprare dischi in queste occasioni e poteva poi andare a metterli comodamente nel locker (io a sto giro mi sono parecchio contenuto) e per chi girava con borse o zaini (era il mio caso sabato, perché la domenica avevo l’aereo alle nove di mattina e quindi non avevo un posto dove dormire). Da segnalare anche l’ampia fornitura di vinili e cd strettamente indie al merchandising, davvero ad avere più budget e un bagaglio più ampio era da lasciarci lì un bel po’ di soldi.

Poi ovviamente le Popfest e l’Indietracks, come ho già detto tante volte, sono bellissime per la gente che li frequenta. Stavolta, con me, c’era un’amica italiana, solo per la prima sera, un’altra ragazza spagnola e poi tutti tedeschi di Amburgo, un gruppo che ho conosciuto in alcuni suoi elementi nelle precedenti occasioni e che qui ovviamente era al gran completo. Sono stato molto bene con questi ragazzi, tutti molto simpatici e inclini alla conversazione e che non si facevano certo pregare quando c’era da ballare durante i concerti e nei dj set. Non certo rispondenti allo stereotipo dei tedeschi, quindi, o forse è l’indiepop che ci fa essere tutti uguali anche in questo tipo di atteggiamento. Il resto del pubblico, non numerosissimo purtroppo, ha visto una piccola parte di hipster presenzialisti che parlavano a alta voce quando era invece necessario il silenzio, ma evidentemente il problema non è solo italiano a questo punto.

Ecco il dettaglio per le singole band, in ordine di apparizione:

Fire Island Pines: si parte col botto con la scoperta più piacevole tra i nomi che non conoscevo. Inglesi della Cornovaglia autori di un solo 7”, fanno il classico indiepop con arpeggi di chitarra morbidi e il suono è arricchito da una tromba. Canzoni belle e non scontate, suono ben costruito, ottima espressività live, secondo me questi spaccheranno tantissimo. Da seguire assolutamente.

The Soulboy Collective: questo trio tedesco, che già conoscevo e che su disco mi piace anche, si presenta con un solo basso a eseguire musica dal vivo e con tutto il resto che esce da un laptop. Ora io capisco l’indie, capisco il do it yourself, capisco la scarsità dei mezzi, ma così no, così è troppo ed è imbarazzante. E questi sono pure tedeschi, quindi non è che dovessero pagare la trasferta a altri musicisti, per cui il sospetto forte è che facciano così anche i dischi, che non suonino neanche. Inaccettabile.

Flowers: i più attesi la prima sera da me, dopo averli schifati la prima volta un anno fa e averli invece adorati all’Indietracks pochi mesi fa. Purtroppo, il problema dell’eccessivo sbilanciamento dei suoni a sfavore della voce, con loro si nota particolarmente, perché il timbro vocale di Rachel è un mirabile equilibrio tra lirismo e fragilità e ha bisogno di spazio per esprimersi, non di suoni che lo coprano. Probabilmente, in generale, la dispersività del suono di un grande palco all’aperto a loro giova anziché nuocere. E poi il chiacchiericcio di cui parlavo sopra di certo non li ha aiutati. Loro comunque se la sono cavata benissimo lo stesso e tutti gli elogi che ho speso per loro raccontando l’Indietracks sono assolutamente confermati. Aspettiamo il disco e poi ci godremo la loro continua ascesa.

The Wolfhounds: gruppo storico che non conoscevo a chiudere la prima serata. Ottimo songwriting, bel suono che porta con sé sia aggressività che cupezza, ottimo impatto live. Il tutto però si protrae un po’ troppo e alla lunga si finisce per stancarsi un po’. 40 – 45 minuti di live sarebbero stati perfetti, questi 60 invece sono sembrati un po’ troppi. Comunque bravi, l i approfondirò.

The Groovy Cellar: gruppo storico tedesco di cui ignoravo l’esistenza prima che fossero annunciati qui, si presentano in quartetto prettamente acustico e personalmente mi incantano per la bellezza delle melodie in brani del tipo ballad e semiballad dal forte sapore britpop. Ovviamente è facile che una roba del genere mi prenda bene, però davvero, hanno delle melodie bellissime che meritano di essere ascoltate e amate.

The Reserve: altro gruppo storico che propone semplicemente un indiepop vecchia scuola fatto di impatto e melodie. Ben fatto, niente da dire, bravi.

Alpaca Sports: con loro è una questione di cuore, di affetto, di legame emotivo proprio. Quando mi vedono fa sempre loro molto piacere, si vede proprio che amano avere fan che li seguono in giro. Si fermano sempre a chiacchierare e sono persone squisite che ogni volta amo sempre di più. E poi è molto bello vedere l’unione sincera tra di loro, quando rimangono a ballare dopo i live e anche quando Amanda ha cantato nel live dei Brilliant Corners e quando è scesa Andreas e Carl l’hanno abbracciata con una tenerezza e un affetto quasi commoventi. Ok, voi direte, la musica. Va bene. Come all’Indietracks, anche qui avevano musicisti aggiuntivi, con soprattutto Miguel dei Felt Tips alla chitarra solista, ed erano in sette sul palco. Purtroppo, i citati problemi sui suoni non hanno certo favorito il bilanciamento tra tutti gli elementi, anche se dopo un paio id canzoni le cose sono state messe un po’ a posto. In ogni caso, ascoltare live i loro brani con una band così grossa è fantastico. Adesso hanno delle date in Giappone poi nel 2014 arriverà l’album e io già non vedo l’ora di riabbracciarli.

The Felt Tips: indiepop con bellissimi arpeggi di chitarra e cantato vagamente morrisseyano che crea ottime atmosfere. Le melodie sono anche belle, a a voler essere stronzo, potrei usare il singolare invece che il plurale. Sì, perché purtroppo le canzoni appaiono tutte troppo simili tra loro e insomma, l’effetto monocanzone si fa sentire e non è proprio bellissima come cosa.

The Brilliant Corners: immensi, inarrivabili, sconvolgenti. Semplicemente, non è immaginabile un live migliore di questo rimanendo nello stile indiepop. Ci sono certamente altri generi musicali che dal vivo hanno un impatto emotivo e sonoro maggiore, ma se si rispettano i canoni di questo genere, non si può fare meglio di quanto ha fatto questa band, almeno in questa occasione. Basta, ogni tentativo di maggior dettaglio sarebbe inutile, voi pensate all’indiepop e pensate a come sarebbe se fosse tutto al livello assoluto di perfezione e avrete l’idea di questo live incredibile e indimenticabile.

 

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Pubblicato il ottobre 7, 2013 su Uncategorized. Aggiungi ai preferiti il collegamento . 1 Commento.

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