One week in England

La vacanza che aspettavo da mesi, quella che era nata come una gita normale e poi si è trasformata in un’intera settimana grazie solo a fortunate coincidenze nella programmazione dei concerti, è finita. È stata stupenda come mi aspettavo: ho passeggiato per città che non conoscevo e per luoghi che ho visto ormai decine di volte ma la cui bellezza non smette di darmi piacere; ho visto un sacco di bei concerti, appunto; ho bevuto ottime birre; ho fatto tantissimi acquisti musicali a buon prezzo; ho incontrato un sacco di persone bellissime, tra amiche italiane che vivono fuori, amici italiani e stranieri venuti apposta per i concerti, anche se non sempre per gli stessi, colleghi di lavoro con cui ormai c’è un rapporto di amicizia, musicisti e amici dei musicisti e amici dei miei amici. Sono stato davvero bene e ora l’idea di essere nel mondo reale è dura e lo sarà ancora di più domani quando dovrò tornare in ufficio, nonché giovedì quando ci andrò dopo essere stato mercoledì sera a rivedere i Baustelle a Torino… Qui sotto proverò a fare un riassunto di quello che mi è sucesso in questa meravigliosa settimana inglese.

Shed Seven + Mark Morriss @ O2 Academy, Liverpool
Non ero mai stato a Liverpool è l’ho trovata una città carina, senza grandi attrazioni turistiche ma con luoghi in cui è molto piacevole fare una passeggiata. Le vie centrali col mercatino di natale e la zona dei docks mi hanno dato diverse ore in cui era bello semplicemente essere lì e guardarsi intorno con la massima calma. Inoltre, ho trovato in un paio di occasioni persone decisamente ospitali e simpatiche. Andiamo con ordine: l’ostello intanto era ottimo: letti comodi, bagno e doccia in camera, tutto pulito, buona wi fi al bar. Lunedì mattina vedo che l’acqua della doccia non scarica, vado a dirlo alla reception e dieci minuti dopo un operaio ha già risolto tutto, manco fossimo in un grande albergo. L’unico problema era la mancanza totale di armadietti dove tenere custodite le proprie cose, ora va bene che nessuno metterà mai le mani nella valigia altrui per rubargli dei vestiti, però insomma l’idea di lasciare potenzialmente alla mercé di chiunque le proprie cose non è mai bellissima. Domenica sera vado al Cavern Pub, entro e mi metto a guardare i memorabilia alle pareti. Un gruppo di 45enni mi vede da solo e mi dice vieni qui, ti offriamo una birra e iniziamo a chiacchierare. Lunedì dopo i giri in città ho appuntamento all’Academy alle cinque di pomeriggio, perché gli Shed Seven hanno aggiunto il mio nome ai vincitori della competition per assistere al soundcheck e incontrare la band, così abbiamo modo di salutarci e loro sono sempre contentissimi di vedermi e io lo sono di vedere loro. Una volta fuori, i vincitori veri della competition mi invitano anche loro a bere una birra tutti insieme. In giro vedo comunque solo gente come minimo della mia età se non più grande, mi viene detto poi che invece se fossi stato lì venerdì e sabato sera avrei visto un sacco di giovani in giro, chissà se un giorno capiterà, certo da come mi è stata descritta la vita notturna nel weekend dev’essere interessante passarci una volta.
Il concerto è aperto da Mark Morriss, che alterna una canzone propria e una dei Bluetones. In un posto grande come l’Academy la resa solo voce e chitarra acustica non è la stessa di cui avevo goduto in una situazione molto più intima a Ancona, però il live è di buon livello comunque e Mark ha voglia di scherzare col pubblico ed è molto simpatico. Gli Sheds stavolta non sono più legati a A Maximum High come nel 2011, quindi possono prendere altrove le poche canzoni che non fanno parte del loro nutrito carniere di hit single. La scelta cade su On An Island With You dal primo disco e su Let It Ride e Goodbye da Let It Ride. Il resto sono le solite canzoni irresistibili e il pubblico va dietro alla band in modo totale. All’inizio in realtà la gente è un po’ tranquilla, ma a Rick Witter basta dire due cose giuste prima di High Hopes, terzo brano in scaletta, e tendere il microfono verso il pubblico per il ritornello, che tutti sono ai suoi piedi. Il pubblico degli Sheds si conferma il mio preferito in assoluto, un misto tra partecipazione e educazione senza pari in tutta la mia lunga esperienza di concerti. La serata è quindi un trionfo e mi fa andare a dormire con la gioia nel cuore.

Kurt Vile & The Violators @ Shepherd’s Bush Empire
Finalmente vedo il famosissimo Shepherd’s Bush Empire e lo trovo una location bellissima. È fatto tipo teatro e ha tre livelli di posti a sedere, oltre la platea in piedi, e l’impressione è che anche da su si stia piuttosto vicini al concerto, non come alla Brixton Academy per esempio, dove stare su è fortemente sconsigliato. Comunque io sono in prima fila e aspetto il concerto principale sperando di apprezzare i due gruppi spalla. Niente di tutto questo purtroppo: sia i true Widow che i Quasi mi fanno schifo al cazzo, tanto per parlare in modo forbito. I primi sembra che stiano facendo delle prove in studio: parte un giro di chitarra su uno stile shoegaze ma dal suono più vigoroso, basso e batteria seguono in modo scolastico, una voce maschile e una femminile si alternano ma sono volutamente nascoste e si sentono appena. Stop, della serie facciamo un po’ di cose fiche che fanno gli alternativi fichi. I Quasi, tanto decantati da svariati amici di cui stimo molto il gusto musicale, sono un duo in cui lei suona anche bene la batteria, ma lui si alterna tra un tastierone vintage e una chitarra proponendo una serie di accordi e una parte vocale molto di impatto, ma dietro tutto questo non c’è nemmeno una canzone vagamente decente, ma è solo posa. Lui si agita un sacco mentre suona la chitarra, poi riprende la tastiera, la fa cadere per terra, ci si sdraia sopra, striscia una chiappa sui tasti, tutto molto cool, peccato che di canzoni dietro nemmeno l’ombra. A un certo punto lei dice “stiamo facendo del nostro meglio ma questi due ragazzi qui hanno le facce tristi” indicando me e un altro. Cara mia, mi spiace per te ma erano le facce che ti meritavi e mi dispiace davvero che questa gente che di artistico non ha niente venga invece ritenuta una band di culto. Per fortuna arriva Kurt e lo strazio viene immediatamente cancellato. Il lavoro che fa la band nel dare alle canzoni il giusto impatto live è splendido, curato nei dettagli, perfettamente eseguito e non basato sul formalismo ma sulla voglia di fare le giuste vibrazioni alla platea. Non ci sono voli pindarici ma in ogni canzone le scelte su come eseguirla sono perfette, con un’ottima interazione tra Kurt e gli altri due che si alternano tra l’altra chitarra e il basso. Non manca il momento con solo Kurt in acustico, splendido anche quello, e quando la band è al completo il ventaglio di soluzioni è ampio, passando da uno stile più sognante a uno più pop a uno più rock rumoroso, tutto, ripeto, perfettamente funzionale alla resa live di ogni singolo brano. Questo è essere artisti: portare sul palco le proprie canzoni, già meravigliose, senza stravolgerle ma scegliendo con cura il modo in cui farle rendere al meglio nella dimensione live.

Darren Hayman with The Wave Pictures @ Vortex Club
Nel pomeriggio mi incontro con I suddetti colleghi di lavoro inglesi, che mi portano in un microbirrificio che vende direttamente le proprie birre nel relative pub. Il nome è london Fields, si trova a Hackney e lo consiglio a chiunque: birre che rispettano strettamente e rigorosamente le tradizioni inglesi, quindi leggere e luppolate ma non amarissime in modo esagerato e con un aroma comunque ben definito. Le birre sono buonissime e poi mi sembrano leggere, così ne bevo una, due, tre, quattro, fino a arrivare a sei. Sei sono tante, possono essere leggere finché vuoi ma sono sempre sei. Arrivo al club, che essendo un jazz club ha tutti posti seduti al tavolino, e inizio a sentire qualche svarione. Oddio, vuoi vedere che mi perdo il concerto che ha fatto nascere tutta la vacanza perché mi sono ubriacato al pomeriggio? Se succede non me lo perdonerò mai. Il set dei Wave Pictures purtroppo non me lo godo molto, sono impegnato a riprendermi e devo anche andare due volte in bagno. Fortunatamente quando sale Darren con gli stessi Wave Pictures come backing band, mi sono ripreso e mi godo la performance al meglio. E meno male, perché è semplicemente stupenda, in pratica è l’incrocio perfetto tra il suono degli Hefner e quello dei Wave Pictures stessi, anche se di canzoni degli Hefner ne vengono suonate solo due. Il concerto non è lunghissimo, ma risulta davvero intenso e di altissima qualità, pure in un’atmosfera tutta particolare come questa, molto informale nonostante la tipologia di location. Darren si dimostra ancora una volta uno degli artisti più poliedrici e di maggior personalità, inteso proprio come identità stilistica, del panorama indipendente contemporaneo.

The Indelicates @ Camden Head
Oggi ovviamente l’alcol non lo voglio vedere nemmeno da lontano (in realtà un sidro al pub lo berrò a un certo punto) e penso solo alla band cui ho comprato più cose negli ultimi anni che finalmente vedrò dal vivo per la prima volta. Per la prima volta non sono da solo a un concerto, ma c’è Tommy, amico che periodicamente lavora a Londra e che per questo motivo ha già visto gli Indelicates due volte prima di questa e che stavolta ha convinto i colleghi suoi a venire. Il Camden Head è un pub con una sala concerti al piano di sopra molto piccola, salgo e vedo Julia in persona che controlla gli ingressi. Dico no dai non è lei, sarà una che le somiglia, lei mi chiede il nome, glielo dico e lei risponde “ah sì, di solito ti spedisco cose via posta” quindi è proprio lei. Seguono chiacchiere con lei stessa e con Simon ed è davvero un piacere trovare subito affinità personale con due musicisti a cui ho dato così tanto ultimamente. Potevo senz’altro aspettarmelo, però può anche capitare che la gente dal vivo non sia com’è su internet e invece loro sono proprio genuini e veri come si presentano online. Il concerto è aperto prima da Chris Hodges, bravo nelle sue canzoni voce e tastiera, e poi da Keith TOTP, ex coinquilino di Eddie Argos e si vede, canzoni rock dal suono molto crudo e dai testi dissacranti. Poi arriva il quintetto che tanto aspettavo: il suono è semiacustico, nel senso che la chitarra di Simon è elettrica ma ha un suono piuttosto attutito, poi c’è Julia alla tastiera e poi chitarra acustica, basso e batteria. La setlist prende quasi equamente tra tutti gli album, esattamente 4 canzoni dal debutto, 3 dal secondo disco, altre 3 dal terzo e 2 dall’ultimo più un paio di cover natalizie e un brano, Vladimir, che appartiene ai primissimi vagiti della band. La bellezza, il tiro e il dinamismo di tutta la parte musicale sono davvero su livelli altissimi e anche le due voci se la cavano egregiamente e per me essere lì, finalmente, a poter cantare le canzoni a un metro da chi le sta suonando, è incredibile e indescrivibile. La gente è molto coinvolta e c’è davvero tanta partecipazione e il clima è davvero elettrico, siamo tutti felici di esserci e vogliamo dare ai nostri idoli tutto il riscontro che è in nostro potere. I colleghi di Tommy dicono “possibile che con pezzi così belli abbiano un pubblico così piccolo?” e io rispondo che ormai ho smesso di farmi certe domande e che mi godo la musica nel contesto in cui è, che sia uno stadio o una saletta da poche decine di persone. L’importante, per gli Indelicates, è che nessuno di coloro che li ha sostenuti in questa loro lunga avventura da band realmente indipendente li abbandoni, ma finché i concerti saranno così e loro saranno persone così, rimarremo sempre tutti dalla loro parte.

Big Pink Cake Christmas Party @ Betsy Trotwood
Oggi è la giornata lunga, che prevede 4 gruppi in acustico al pomeriggio e 5 in elettrico la sera, tutto a questo pub a Farringdon che ha sia una sala per l’acustico che una per l’elettrico. Le dimensioni sono ridottissime, ma d’altronde i gruppi in programma non sono esattamente di richiamo per le masse. Oggi è anche la giornata delle public relation, nel senso che di gente che conosco, tutta del giro dell’Indietracks, ce n’è tanta, e non solo da Londra: ci sono amici da Spagna, Germania e Norvegia e ce n’è un altro che è venuto apposta da Leeds. Ognuna di queste persone mi presenta altri amici ed è tutto un fare conoscenza e fare tante, tantissime chiacchiere e si sa che queste sono le situazioni che mi piacciono. Poi davvero, finora non ho mai incontrato una persona che non mi sia piaciuta in questo contesto, e anche questa giornata non fa eccezione, a cominciare da Matthew, l’organizzatore nonché leader dei Fireworks, personaggio fantastico. La parte pomeridiana è arricchita da un buffet con snack salati e dolci inusuali e di buona qualità e comunque davvero sembra di essere in una famiglia allargata. Qui sotto due parole su ognuno dei gruppi in cartellone

Electrophonvintage
Trio francese che a giudicare da come suona qui è decisamente twee. Niente di originale ma le melodie sono belle, quindi va benissimo così

Flowers
C’era curiosità nell’ascoltarli solo voce e chitarra acustica, ma la prova è superata brillantemente. L’impronta ovviamente è diversa, meno drammatica e più sognante, ma la qualità è altissima comunque. Finito il concerto Rachel mi presenta sua madre, che parla un italiano con cadenza romana perfetto, perché ha vissuto a Roma diversi anni e ci torna ancora ogni anno. Molto simpatica.

The Felt Tips
A Berlino mi avevano dato l’impressione che le canzoni si somigliassero troppo, qui invece visto che si pone più l’accento sulle melodie che non sugli arpeggi di chitarra, mi sembra che i brani abbiano più identità. Bravi

The Garlands
Della sessione pomeridiana era il gruppo che aspettavo di più, in realtà in due o tre brani c’è qualche impaccio perché il chitarrista è un membro nuovo di pacca (suona anche nei Peru, che si esibiranno nella sessione serale) ma comunque la resa è ottima, sia delle canzoni che conoscevo che di quella nuove. Segue chiacchierata con la cantante in cui le dico che quando verranno a suonare in italia troveranno senz’altro un pubblico partecipe e coinvolto e lei si mostra molto contenta.

Peru
Svedesi, sono i primi della sessione serale. Indiepop per nulla originale ma piacevolissimo

T.O.Y.S.
Fantastici, una macchina da live, davvero irresistibili e il modo giusto per essere tamarri senza uscire dal contesto indiepop.

The Fireworks
Dal vivo la delicatezza della voce femminile un po’ si perde, coperta com’è da un suono bello robusto. Però nel complesso la performance è ottima e le canzoni sono tutte bellissime.

The Electric Pop Group
La band che aspettavo di più in assoluto suona quasi solo canzoni che non conosco, perché ha scritto del materiale nuovo e vuole testarlo dal vivo. Il bello è che anche se non le conosco le canzoni mi piacciono tanto subito e quindi mi aspetto un nuovo disco stupendo come il precedente. Unico difetto del live, la batteria è registrata e la cosa toglie un po’ di anima al tutto.

The Spook School
Belli carichi e compatti e travolgenti, qui la batteria è vera e si sente, è il vero motore del set e anche tra una canzone e l’altre è il batterista il mattatore. Comunque non tutte, ma una buona metà delle canzoni ha melodie ottime e insomma, devo approfondire.

Basta, la vacanza è finita, si torna alla realtà, l’anno prossimo dovrò prendere delle decisioni e essere selettivo, avrei voluto farlo quest’anno ma non ne sono stato capace, in ogni caso ricorderò il 2013 come un anno in cui mi sono divertito tanto e ho conosciuto un sacco di gente fantastica.

 

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Pubblicato il dicembre 16, 2013 su Uncategorized. Aggiungi ai preferiti il collegamento . 2 commenti.

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