Madrid Popfest 2014

Il 2013 per me è stato l’anno delle Popfest e eventi similari: tra Madrid, Berlino e Londra, ho partecipato a tre di questi eventi dal costo e dalla quantità di pubblico limitata e dal cartellone fatto solo da gruppi di nicchia quella vera. Quest’anno non avevo idea di quanto sarei riuscito a continuare con questo andazzo, e infatti alla Popfest di Madrid sono andato solo al sabato e non per tutti e tre i giorni. Ci tenevo comunque a esserci perché l’anno scorso è stato davvero troppo fantastico il clima che si respirava e devo dire che ho fatto bene e farmi lo sbattimento che mi sono fatto, intendo dire prendere un aereo da Linate alle 12.20, arrivare a Madrid, recarmi al luogo dell’evento dopo qualche ora, assistere a tutti i 6 live e ballare per le successive 4 ore di dj set, poi riprendere la metro verso l’aeroporto e salire sul volo di ritorno alle 9 di mattina, arrivando a casa alle 12.45 senza aver dormito.

Ne è valsa la pena per i concerti, certo, e perché la Sala Clamores ha dimostrato anche quest’anno di avere un’acustica incredibile, tra le migliori se non la migliore in cui mi sia mai imbattuto per locali di quelle dimensioni, ma anche, se non soprattutto, per la gente che organizza e frequenta la Popfest. Mi sono sentito accolto con sincero affetto, sia dagli organizzatori che dagli avventori che avevo conosciuto lì l’anno scorso, tutti mi hanno fatto un sacco di feste e mi hanno presentato altre persone e poi ho fatto anche qualche chiacchiera con Ben dei Lodger, un po’ sulle sue, e con i When Nalda Became Punk, molto simpatici. C’era davvero un’atmosfera incredibile: per il primo anno, la Popfest è andata sold out e tutti erano lì per supportare al massimo i gruppi e per ballare alla morte nei momenti di dj set: le sensazioni di autenticità e di calore che già avevo provato l’anno scorso, quest’anno erano amplificate. Io non lo so se a Madrid ci siano ritrovi periodici di natura similare alla Popfest, tipo dei dj set a cadenza fissa, so solo che la gioia di essere lì e la voglia di mostrarla attivamente non le ho viste da nessun’altra parte se non lì nella mia limitata esperienza di questo tipo di eventi.

Vado con due righe sui gruppi e mi riprometto che l’anno prossimo dovrò assolutamente farmi tutti e tre i giorni, no matter what.

When Nalda Became Punk: avevo sentito qualcosa qua e là di questa band ma non li avevo mai ascoltati con attenzione. Rimedio stasera e con le cinque canzoni che hanno a disposizione mi convincono pienamente e compro l’album in cd e il nuovo EP in 7”. Indiepop di quelli belli tirati e senza fronzoli, chitarre taglienti con dei begli inserti di tastiera e la voce femminile dal timbro vocale che si adatta perfettamente alla rotondità delle melodie e all’equilibrio tra pulizia e spigolosità del suono. A un certo punto è salito Andreas degli Alpaca Sports, alla Popfest in veste di spettatore ma che ha prestato la voce in quel caso, facendolo ovviamente molto bene. L’EP l’ho già ascoltato ed è molto bello e ha la copertina più figa da un sacco di tempo a questa parte. Consigliatissimi insomma.

Coach Station Reunion: un uomo da solo sul palco con voce e chitarra acustica che fa folk melodico o pop acustico, come volete chiamarlo voi, quella roba lì comunque, avete capito. Niente per cui strapparsi i capelli ma interessante abbastanza da tenermi lì tutto il tempo a ascoltarlo per una quarantina di minuti senza alcuna fatica.

El Ultimo Vecino: una delle rivelazioni indie spagnole del 2013, così leggiamo sulla fanzine di presentazione, e effettivamente tutto il pubblico della Sala Clamores mostra grande apprezzamento per loro. Dark pop molto synth ma anche con un po’ di chitarre, sono estremamente catchy grazie sia alle melodie, che a come vengono usati i synth e corroborati con la chitarra, che alla parte ritmica. La gente canta e balla tutto il tempo e anche io che non li conoscevo sono sinceramente impressionato. Peccato che a quanto pare vendano il disco solo digitalmente, visto che le 500 copie in cui era stampato sono finite, l’ho appena ascoltato ed è una bomba, lo compro sicuro perché è troppo bello.

Joanna Gruesome: per quanto mi riguarda, la sorpresa della serata. Dico così perché su disco non mi sembravano male ma niente per cui andare pazzo, invece il live è una figata galattica. Il merito è tutto dell’impatto e anche di come riescono comunque a eseguire le canzoni puntando non solo sulla potenza, ma anche mantenendone una struttura e facendo capire che non è solo casino. È anche brava la cantante a riuscire spesso a avere un timbro vocale bello deciso che si fa notare in mezzo a tutto il rumore degli strumenti. In ogni caso, il cuore del live è proprio la botta di chitarre, basso e batteria. È un ruggito travolgente e irresistibile, è un’esplosione incontenibile di adrenalina. Il mio amico Jonathan dice che fanno sempre la stessa canzone, per me un po’ è vero, ma non così tanto come dice lui. In ogni caso, la gente impazzisce e pian piano perde ogni freno inibitorio e per le ultime canzoni inscena un pogo violento che non sarà quello dei concerti metal, ma è assolutamente impensabile in un ambiente indie. Un divertimento incredibile.

The Lodger: da me erano i più attesi, perché la loro musica l’ho ascoltata tanto ma non li avevo mai visti e ormai è un po’ che non si fanno sentire, con il leader Ben che si era imbarcato in un altro progetto, i Birthday Kiss. Dopo le prime canzoni, ben dice che “negli ultimi tre o quattro anni è la seconda volta che suoniamo dal vivo” e verrebbe da dirgli che si sente, non perché le cose stiano andando male, ma perché comunque un po’ di ruggine la si percepisce, soprattutto nell’esecuzione di una perla come “My Finest Hour”. L’impostazione del live da un lato si rivolge solo al lato più allegrone della band, lasciando da parte totalmente quello più malinconico, e dall’altro calca molto più la mano sul ritmo e propone un suono delle chitarre più secco e tagliente. Il bello è che la gente li supporta alla grande e loro, probabilmente un po’ perché si sono scaldati e un po’ perché spinti dalle visibili manifestazioni di apprezzamento del pubblico, vanno migliorando a ogni canzone e le ultime vengono davvero bene, soprattutto la trionfale conclusione con “Good Old Days”. Sarebbe il caso che tornassero a suonare con continuità, visto ciò che hanno mostrato di saper fare quando sono caldi.

The Brilliant Corners: come mi piace dire spesso, quando ci si imbatte nella perfezione non è il caso di descriverla ulteriormente, la perfezione è perfetta e basta. Dopo averli visti a Berlino ho scritto che era semplicemente impossibile anche solo immaginare un live più bello in ambito indiepop, ma in realtà non li avevo visti alla Madrid Popfest. Loro in realtà fanno le cose in modo ugualmente perfetto, ma come dicevo l’acustica della Sala Clamores e il pubblico della Madrid Popfest sono anche essi i migliori che ci si possa immaginare. Risultato: la perfezione, e basta. Davey a un certo punto dice che dopo questo faranno ancora tre o quattro concerti e poi basta per sempre. Che spreco.

I dj set successivi sono, come l’anno scorso, un misto tra pop in spagnolo e varie cose ballabili di cui praticamente nulla è indiepop, ma va benissimo così, è la musica migliore per far divertire tuti e tenerli lì a ballare fino alle cinque e mezza del mattino. Alla fine tuti felici e contenti e già non si vede l’ora del ritorno della Popfest nel 2015. E questa volta ci sarò per tutto il programma, assolutamente.

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Pubblicato il marzo 10, 2014 su Uncategorized. Aggiungi ai preferiti il collegamento . 1 Commento.

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