Antonello Venditti @ Arcimboldi, Milano – 15/04/2014

Come molti sanno, il mio primo concerto è stato di Antonello Venditti. Era il 28 maggio 1992 e per il tour di “Benvenuti In Paradiso”, Antonello suonò nientepopodimenoche a San Siro. Quel disco l’avevo ascoltato spesso, perché me l’avevano passato due compagne di classe, ed era proprio il disco giusto per quel periodo, in cui ero uscito dal tunnel del primo Jovanotti per raggiunti limiti d’età (miei). Era un disco accattivante, dai suoni caldi, dalle melodie immediatissime, dai testi che ti davano sempre una speranza, anche quando raccontavano di cose che stavano andando male. Avevo tra i 16 e i 17 anni, ero uscito da un periodo durato qualche mese in cui non riuscivo a trovare lo stimolo né di studiare e nemmeno di fare alcunché di costruttivo. Niente depressioni o cose del genere, solo un enorme smarrimento interiore che mi faceva sembrare tutto quello che avevo intorno vuoto e inutile, tranne giocare a calcio e soffrire per la Roma. Ero uscito, comunque, da quella fase, mi sentivo convinto del mio posto nel mondo e che sarei arrivato da qualche parte e quello era l’ascolto giusto per coccolare quel mio stato d’animo. Quindi volli andare al concerto, con le due compagne di classe e un caro amico dell’epoca. Ho un grande ricordo di quella giornata e soprattutto mi ricordo ogni momento: l’arrivo allo stadio in pieno pomeriggio, ma non per stare davanti, ma per prendere un buon posto a sedere, che magari dal prato non si vede bene; l’emozione di cantare le canzoni del mio idolo del momento con decine di migliaia di persone; l’esperienza del volume alto ai concerti; il classico cuoricino illuminato che andava forte in quel periodo e che in quel caso era a forma di mela morsicata come la copertina del disco; il collegamento in diretta con Samarcanda. Ricordo anche i batticuore dei giorni dopo nel ricordare i momenti che più mi avevano emozionato.

Da lì in poi, Antonello ha fatto cose ben al di sotto dell’impresentabile e nel frattempo mi ero innamorato dei Guns n Roses e iniziava il momento rock generalista del mio percorso musicale. Ovviamente non mi sono mai più nemmeno immaginato di tornare a un concerto del mio ormai vecchio idolo. Ma “certi amori non finiscono, fanno dei giri immensi e poi ritornano”, così, tantissimi anni dopo, vengo a scoprire che Antonello suonerà dietro casa mia le canzoni appartenenti solo ai suoi anni Settanta e Ottanta. Non si può mancare e, complici i miei che mi regalano il biglietto, mi presento in settima fila centrale al rendez vous con colui che ha aperto il mio rapporto con la musica dal vivo.

Entro a teatro e inizia a scorrere nella mia testa il film di quella serata di 22 anni fa, escono ulteriori ricordi, che non pensavo nemmeno di avere, mi sento un po’ stranito e un po’ emozionato e soprattutto spero di non rimanere deluso. Quello che so per certo è che Antonello non si limiterà a cantare, ma parlerà tantissimo: è nel suo personaggio e figurati se si lascia scappare l’occasione di raccontare ampiamente queste canzoni così importanti per lui. Infatti, pochi minuti dopo le 21, Antonello si presenta da solo su un palco buio e inizia a raccontare e per un bel po’ di tempo saranno più i racconti che non i momenti in cui canta e suona. Ora uno potrebbe pensare che palle, sono venuto a sentire un concerto, mica un monologo autocelebrativo. Ma io dico che ci sono pochissimi artisti che se lo possono permettere il lusso di impostare uno spettacolo così. E Antonello è uno di quelli, non solo perché le canzoni di quella fase sono bellissime, non solo perché comunque le storie sono sempre ben raccontate, ma perché la sua storia si intreccia con quella culturale di Roma e dell’Italia in un decennio delicatissimo che va da metà anni Sessanta a metà anni Settanta. Il fermento musicale delle piazza di Roma, lo scontro generazionale sotteso alle manifestazioni del Sessantotto, i discografici illuminati, le collaborazioni, i primi embrioni di strategie di marketing, le cattiverie del giornalismo, i problemi con la mentalità conservatrice e cattolica della gente comune, delle istituzioni e dei mass media.

Antonello racconta di storie sue, che però sono perfetti spaccati di tutte le contraddizioni miste a spinta propositiva che si vivevano in quel periodo e quindi risulta interessante per questo. Poi quando canta e suona lo fa da solo al pianoforte e intona una serie di canzoni semplicemente incredibili, di una qualità sconvolgente. Dalle prime composizioni da adolescente ai primi classici (“Roma Capoccia”, “Le Cose Della Vita”, “Compagno Di Scuola”), il valore artistico di questi brani è inestimabile, e l’autore li interpreta con una sensibilità straordinaria, mostrando una forma vocale invidiabile. L’apice, secondo me, è “Lo Stambecco Ferito”, canzone sociale con la S maiuscola, dura, spietata, lancinante, capace di stimolare rabbia e sconforto, una cosa pazzesca, inimmaginabile. Per me riascoltare adesso queste canzoni, con tutto il vissuto, musicale e non, che ho ora è frastornante e toccante, mi sento trasportato in un altro mondo e mi gira la testa.

Uno del pubblico, però, non è d’accordo con la mia idea sui lunghi racconti e inizia a urlare che si è rotto le palle, che vuole sentire le canzoni, che se dovevi fare una roba così allora non chiamarla concerto. Antonello dice mi dispiace ma questo sono io e sono sempre stato così, se vuoi ascoltare una serie di canzoni comprati un mio disco, se dopo passi ti do i soldi per farlo e comunque questa cosa è perfetta perché negli anni Settanta c’era il dibattito. Questo continua e Antonello dice ok, ora però hai rotto il cazzo tu, mentre tutto il teatro gli urla vai a casa. Io sto zitto, ma penso dai, lo so io che Antonello parla ai suoi concerti, io che l’ho visto solo 22 anni fa. Comunque nel frattempo viene svelata la scenografia completa del palco, un salotto con due divani su cui vengono invitate a sedersi le prime 16 donne che si presentano. Arriva una band di 4 persone e si ricomincia con le canzoni, “Le Tue Mani Su Di Me”, “Marta”, “Giulia”, “Lilly”. Qui i discorsi si fanno più brevi, ma non credo sia una conseguenza della lamentale di cui sopra, credo che semplicemente Antonello lo avesse impostato così fin dall’inizio, tanto racconto nella prima parte e un po’ meno con lo scorrere dello spettacolo, che tanto poi le canzoni sono più conosciute e c’è meno bisogno di presentarle. Arrivano i superclassici, le canzoni proprio conosciutissime, tipo “Sara”, “Bomba O Non Bomba”, “Sotto Il Segno dei Pesci” e i racconti si fanno più personali e meno legati al contesto sociale, ma come detto sono anche più brevi e va benissimo così.

Devo dire che, di tutte le canzoni che ha suonato dopo “Lilly”, solamente “Modena” ha retto il confronto qualitativo con tutte quelle suonate prima. Non che queste altre siano brutte, però insomma quelle di prima erano autentici capolavori. Dove non arriva la forza artistica dei brani, però, arriva quella dei ricordi del concerto di San Siro. Le emozioni in me sono a mille, mi sento in una dimensione parallela dove in effetti sono seduto su una poltrona di teatro a 39 anni e dopo aver visto centinaia di concerti, ma al contempo mi sto sporgendo da una finestra che dà direttamente su quel 28 maggio 1992, su quello stadio, su quel me che di concerti non ne aveva visto nemmeno uno. Arrivano gli anni Ottanta, altri superclassiconi, “Notte Prima Degli Esami”, “Dimmelo Tu Cos’è”, “Stai Con Me”, altri racconti di vita vissuta da Antonello e la mia fluttuazione nella dimensione parallela continua. Si chiude senza nemmeno presentarle, che non ce n’è bisogno, con “Ricordati Di Me” e “In Questo Mondo Di Ladri”. Lo spettacolo è finito in trionfo e sono le 00.45, Tre ore e quaranta di viaggio nel tempo, non solo musicale, e di un’intensità emotiva che non dimenticherò mai.

Uscito dal teatro, sento una marea di pensieri disordinati vagare a caso in me e mi dico che appena riuscirò a rimetterli in ordine scriverò un post sul blog. Invece il post l’ho scritto subito e onestamente non credo di aver reso l’idea di cosa abbia significato per me questa serata. Ma è venuto così e così lo lascio e forse credo che sia più giusto mantenere il disordine quando vorrò ripescare i miei ricordi di questo spettacolo indimenticabile.

APPENDICE questi sono gli esempi pratici di quanto ha raccontato Antonello in quella prima parte densa di parole, riferiti ai concetti generali che ho espresso prima:

Il fermento musicale nelle piazze di Roma: in ogni piazza si esibivano poeti e musicisti davanti alla gente, formando gruppi spontanei. I migliori erano i Folk Studio Singers, sei persone di colore che facevano spiritual e raccoglievano un sacco di soldi, che poi reinvestivano in iniziative culturali tramite il Folk Studio. Sì, proprio quello da dove hanno iniziato Antonello e De Gregori. Antonello si esibiva nella stessa piazza e col suo vocione attirava più attenzione di quanto i Folk Studio Singers volessero, così l’hanno invitato a cantare e suonare i bonghi con loro.

Lo scontro generazionale sotteso alle manifestazioni del Sessantotto: la vita studentesca di Antonello è fatta di occupazioni, di mollare casa per creare una comune, cose così, quindi ovviamente nel Sessantotto ci è entrato in pieno. Peccato che suo padre, anarchico da giovane, fosse nel frattempo diventato vice prefetto…

I discografici illuminati: il boss del Folk Studio che prese lui e De Gregori tra un’infinità di candidature e quello che poi pubblicò il disco suo e dello stesso De Gregori insieme e che li aveva presi separatamente

Le collaborazioni: con de Gregori ma non solo, c’era molta comunanza di intenti con i cantautori dell’epoca.

I primi embrioni di strategie di marketing: nell’estate del 1974, si capì che la Romagna era la zona più remunerativa per ottenere profitti dalla stagione estiva. Così, nello stesso albergo, dormivano Antonello, De Gregori, Baglioni, Dalla, Cocciante e De André e ogni sera ognuno andava in un locale diverso e i locali a giro ospitavano tutti.

Le cattiverie del giornalismo: i nostri di cui sopra se la passavano bene e ordinavano champagne con naturalezza (glielo portava Maifredi, sì, l’allenatore) e così un giornalista venne a fare un report dicendo cose tipo “questi fanno tanto i comunisti ma poi sono pieni di soldi e pasteggiano a champagne”.

I problemi con la mentalità conservatrice e cattolica della gente comune, delle istituzioni e dei mass media: dapprima Antonello subisce molto l’insistenza di sua madre e di sua nonna a frequentare assiduamente e più volte in una giornata la messa domenicale, poi una volta, mentre sta cantando la canzone “A Cristo”, viene denunciato per vilipendio alla religione da una signora del pubblico e da un maresciallo presenti, per via del passaggio “ammazza Gesù Crì quanto se’ fico”. Viene condannato in tutti i gradi di giudizio, Cassazione compresa, a sei mesi di reclusione. Poco tempo dopo, viene bannato per sei mesi da radio e TV perché la censura della RAI non gradisce il passaggio di “Compagno Di Scuola” in cui si dice “la dava a tutti tranne che a te”, peccato che poi non diranno nulla né su “Giulia”, dove si parla di omosessualità femminile, e nemmeno su “Lilly”, dove si parla di crisi di astinenza da eroina.

Annunci

Pubblicato il aprile 16, 2014 su Uncategorized. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: