Neutral Milk Hotel @ Ex Macello, Padova, 04/06/2014

“Ai tempi del collettivo Elefant 6 c’erano un sacco di altri gruppi come i Neutral Milk Hotel, ma voi non ve li cagavate” ho letto poco fa su Facebook. E in realtà, io non mi cagavo nemmeno i Neutral Milk Hotel, né quando uscì il celebratissimo ‘In The Aeroplane Over The Sea’, né prima e nemmeno dopo. Nel 1998 avevo ancora pochi soldi in tasca per poter effettuare una vera esplorazione tra ciò che proponeva il panorama musicale indipendente e allo stesso tempo ero ancora troppo legato al britpop per interessarmi davvero a quello che succedeva di là. Ricordo che i dischi che ascoltai con più piacere, tra quelli usciti in quell’anno, furono ‘Six’ dei Mansun, ‘Version 2.0’ dei Garbage e ‘Big Calm’ dei Morcheeba, quindi immaginatevi quanto potessi essere lontano dall’opera del collettivo nato in Lousiana. Ma le vie dell’hype sono infinite e ricordo bene quando ho iniziato a sentir nominare i Neutral Milk Hotel. È la fine del 2004 e un mio carissimo amico nonché guru musicale scrive su un forum “ho ascoltato il disco di questi Neutral Milk Hotel, siamo a fine anno ma faccio in tempo a includerlo di diritto tra i migliori del 2004” e un altro risponde “il disco è del 1998 e la band nel frattempo si è sciolta, questa è solo una ristampa”.

Da lì in poi è stato un crescendo costante nel numero di volte in cui la band veniva indicata tra le influenze di questo e di quell’altro e anche delle lodi sperticate al disco in sé, definito da tantissimo in modi iperbolici quali disco della vita, tra i più importanti degli ultimi n anni, ecc… ecc.. In realtà a me è sempre piaciuto ma ho sempre trovato esagerato questo entusiasmo, sta di fatto che tre giorni dopo l’annuncio delle date italiane, mi sono precipitato a comprare il biglietto. Data di acquisto 28 novembre 2013, concerto in programma il 4 giugno 2014. La volpe e l’uva in pratica, dico che si esagera con gli entusiasmi, poi però decido oltre sei mesi prima che in ogni caso questa trasferta padovana me la sarei fatta. Ce l’ho tanto col presenzialismo, con il concetto di evento a prescindere, però mi sono affrettato a assicurarmi la presenza a quello che è il non plus ultra dell’evento che comporta quasi la necessità di essere presenti al di là di chi suona.

E quando arrivo alla location padovana, la respiro veramente l’aria dell’evento. La quantità di gente che conosco e che so essere appassionata di lungo corso come me è impressionante. Ci siamo praticamente tutti e proveniamo da ogni parte d’Italia, perché poi all’Hana Bi è gratis ma ci sarà tanta di quella gente che non si vedrà niente con quel palco, meglio spendere 15 euro, cioè una cifra contenuta, e essere sicuri di vedere e sentire bene. Io credo che a questo concerto ci sia stata la maggior quantità di bella gente che io abbia visto tutta assieme. Gente a cui voglio un bene dell’anima o con cui comunque vado d’accordo a livello umano e con cui condivido lo spirito di come vivono la passione per la musica. Ne incontro spesso ai concerti, ma davvero, mai così tanta. Tutta questa qualità del pubblico ha un piccolo risvolto negativo: voglio godermi il più possibile la loro compagnia e le chiacchiere, che praticamente i Jennifer Gentle non li ascolto, o almeno non li ascolto con attenzione. Da quello che percepisco, il live è sui loro standard abituali, cioè ottimo, ma davvero, non me la sento di dire niente di più di così. Spero di rivederli presto in un contesto in cui avrò meno distrazioni.

Arriva poi il momento in cui il concerto inizia davvero e ok la piacevolezza delle persone intorno a me, ma il concerto lo si ascolta e lo si vive al meglio. Jeff Mangum inizia da solo con la propria chitarra e poi arrivano gli altri e la band parte a pieno regime. L’ora e mezza scarsa che segue è una sorta di lezione di storia della musica, perché, ascoltando queste canzoni dal vivo, è ancora più chiaro di come i vari Beirut, Decemberists e Mumford And Sons abbiano preso a mazzi dallo stile dei Neutral Milk Hotel, e risulta altrettanto evidente l’originalità di chi sta suonando stasera rispetto a chi si è ispirato a essi. Il suono sul palco è di quelli unici e riconoscibili immediatamente, capace di avere un equilibrio irriproducibile tra sporcizia e aggressività da un lato e ricchezza e cura dei dettagli dall’altro. L’attenzione ai particolari è in ogni singolo elemento: non solo la presenza della musical saw, della fisarmonica e dei fiati amplia la struttura degli arrangiamenti, ma anche le stesse chitarre e la stessa sezione ritmica hanno sempre un qualcosa di ricercato e di fuori dagli schemi, senza per questo andare fuori giri e esagerare rispetto alla propria funzione. Questa maggior ampiezza di soluzioni fa sì che la band tocchi territori indie-rock puri che su disco non toccava e ogni canzone può essere o una rappresentazione di un mondo musicale ben preciso, oppure, più spesso, un’unione tra due o più mondi, tra indie-rock, folk, canzone popolare, psichedelia. Ci può essere il momento introspettivo, quello adrenalinico, quello da singalong collettivo, quello epico e pomposo, quello in cui la mente viaggia per conto proprio. Tutto assieme, con una coerenza stilistica ferrea e, ripeto, un’originalità cristallina.

Jeff e i suoi sodali ci hanno ringraziato più volte per essere rimasti sotto al palco nonostante il diluvio che è sceso sulle nostre teste per buona parte del set. Noi, o almeno io, però siamo comunque in debito, perché abbiamo assistito a una rappresentazione pratica di storia della musica, o almeno di una sua parte. Questo è uno dei casi in cui è giusto dire W l’hype e W l’isteria collettiva da presenzialismo, perché hanno regalato a tanta gente che se la meritava una serata che ricorderanno a lungo.

 

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Pubblicato il giugno 5, 2014 su Uncategorized. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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