Olimpia Milano campione d’Italia 2013 – 2014: cosa mi ha lasciato questa vittoria

In tutti questi anni, ogni volta che L’Olimpia terminava una stagione in modo insoddisfacente – ovvero quasi sempre – tutti noi tifosi abbiamo tentato di trovare le cose che sarebbero dovute cambiare per sperare in un ritorno alla vittoria nel campionato italiano. Una società serie, che sapesse farsi sentire con i giocatori quando serviva, motivarli e gestirne le personalità complicate; un allenatore capace, che non facesse chissà quali miracoli, ma semplicemente desse le disposizioni giuste per valorizzare le caratteristiche dei giocatori e capisse al momento giusto quali cambi effettuare e quando chiamare i timeout; una società e un allenatore insieme che lavorassero in modo efficace nella costruzione della squadra durante il mercato, mettendo insieme giocatori compatibili tra loro, per  caratteristiche tecniche e personali, e adatti alle idee di gioco dell’allenatore; giocatori che avessero come prima idea quella di formare un gruppo unito, che combattesse fino alla morte per l’onore proprio e della maglia che indossava, ma senza che questo significasse atteggiamenti tipo “adesso la vinco io perché sono il più forte mentre voi altri fate cagare”. Oppure, c’era un’altra possibilità: sperare che tutte le altre squadre in Italia finissero talmente male dal punto di vista economico da far sì che le qualità tecniche dei giocatori bastassero da sole, senza necessità di società seria, allenatore capace, atteggiamento mentale giusto.

Dopo la stagione scorsa, il timore è stato che questa seconda possibilità non fosse percorribile, che per come è fatto il basket, nessuna inferiorità puramente tecnica e di conseguenza economica fosse incolmabile dagli altri aspetti sopra evidenziati. Ci siamo quindi rimessi a guardare le mosse della società, le scelte dell’allenatore dal punto di vista delle strategie di gestione della partita, la compatibilità dei giocaotir a roster, il loro atteggiamento mentale. All’inizio sembrava che ci fossero i soliti alti e bassi, poi a un certo punto è apparso a tutti che si fosse creato un gruppo vero, e vai di 19 vittorie consecutive in campionato e di playoff di Eurolega col fattore campo e la Final Four in casa. Beh dai, che bello, non saranno perfetti tecnicamente, ma lottano come dei dannati e vogliono essere per prima cosa una squadra, ecco, questo è quello che vogliamo. Purtroppo, però, le personalità dei giocatori sono davvero complicate, così è bastata una partita storta persa stupidamente in casa e addio non solo Final Four di Eurolega in casa, ma soprattutto gruppo di lottatori vogliosi di vincere a ogni costo sfruttando la forza del collettivo.

Così sono arrivati i playoff che avrebbero dovuto consegnarci uno scudetto in carrozza, non per i nomi a roster delle squadre partecipanti, ma proprio per come i nostri avessero dato l’impressione a tutti di essere diventati una cosa sola in termini di spirito di squadra. Invece, i primi due turni sono stati superati solo per limiti oggettivi degli avversari e con tanti, troppi patemi d’animo. E poi è arrivata la finale, contro l’avversario che ha vinto gli ultimi 7 scudetti, spesso contro di noi, ma che ora sembrava chiaramente inferiore e che tra l’altro era già destinato a sparire al termine di questa stagione. Questo avversario, fino all’anno scorso, ha commesso atti contrari non solo allo spirito sportivo, ma anche alla legge, e senza i quali non avrebbe potuto permettersi economicamente di costruire le squadre che sono risultate vincenti, però è anche sempre stato capace di tirare fuori il meglio del meglio da ogni singolo giocatore o quasi. Chiunque vada lì dà il meglio di sé, ha sempre l’attitudine giusta, aumenta il proprio rendimento quando le partite sono decisive. Sempre. Però nelle due partite di campionato la nostra squadra aveva vinto piuttosto nettamente, e lo stesso è successo nelle prime due partite al Forum. A quel punto, nella testa di noi tifosi, gli unici pensieri erano cose del tipo “speriamo che vincano sabato che li andiamo a aspettare di notte fuori dal Palalido, anzi no, speriamo che vincano lunedì così festeggiamo a casa nostra”.

Evidentemente, il pensiero era balenato anche nelle psicologie dei giocatori, così non solo non hanno vinto sabato, ma nemmeno lunedì e – guarda un po’ – se non avessero vinto nemmeno mercoledì, a casa loro, ecco qui un’altra stagione fallimentare. E rieccoci, noi tifosi dell’Olimpia, a tiare fuori tutte le nostre certezze: senza una società seria, un allenatore capace e un gruppo di giocatori dall’attitudine giusta, non si vince e quello che vedevamo con i nostri occhi erano giocatori disinteressati a giocare col collettivo, un allenatore che non capiva mai chi dovesse giocare e chi fosse meglio che stesse fuori e una società che non si faceva sentire né motivava. Messi con le spalle al muro, i giocatori si sono mossi in campo un po’ meglio rispetto alle partite perse nella serie, ma non certo come nei mesi prima del playoff di Eurolega. Se l’avversario avesse mantenuto le qualità che lo avevano portato a arrivare a un passo dalla vittoria, avrebbe vinto. Invece, per prima cosa, un tiro che in tutti i 7 anni precedenti in quel momento sarebbe entrato è sfortunatamente uscito e una volta tanto, la scelta di un nostro giocatore di volerla vincere lui da solo una volta avuto il pallone in mano ha portato alla vittoria. Successivamente, ottenuto un vantaggio che per tutti i 7 anni precedenti sarebbe stato indiscutibilmente mantenuto, l’avversario si è sciolto come neve al sole e ha permesso ai nostri giocatori un parziale da fantascienza.

Cosa mi lascia questo scudetto? Essenzialmente, due insegnamenti: che lo sport non è una scienza esatta e che dovrei smetterla di fare il piccolo direttore sportivo e vivermi di più i risultati della mia squadra, gioendo quando vince e incazzandomi quando perde ma tenendo sopra di tutto l’orgoglio di far parte delle persone che tifano Olimpia, e non Cantù o Varese o Bologna o Siena o quelle altre robacce che odio. Col calcio riesco a farlo di più, riesco comunque a mettere davanti l’orgoglio di essere romanista e non laziale o juventino o milanista, ma col basket mi viene più difficile, il lato negativo mi si manifesta prepotente anche nelle vittorie. L’altra sera ci ho messo venti minuti a sciogliermi nella gioia da campioni d’Italia, perché ero incazzato col nostro allenatore, che aveva fatto una serie di scelleratezze in partita, poi, quando iniziavo a godermi il momento, quello che ha combinato uno dei nostri giocatori mi ha nuovamente fatto scendere la catena, che per carità poi è risalita, però non è giusto. Non è giusto per tutto il tempo, i soldi e l’intensità emozionale che ho impiegato nel seguire questa squadra: questa vittoria dovevo godermela dal primo secondo, senza se e senza ma. Non sarà facile cambiare atteggiamento, ma questa vittoria mi ha detto che devo provarci, per me stesso, perché me lo merito.

Non credo che tornerò a abbonarmi all’Olimpia l’anno prossimo, non ce la faccio a non seguire il football americano la domenica. Però l’abbonamento all’Eurolega potrei farlo, oppure quelli periodici che ogni tanto fanno uscire fuori, e sicuramente farò quello dei playoff. Non voglio tornare a vedere più spesso la squadra solo perché ha vinto, ma perché questa vittoria mi ha insegnato qualcosa e voglio far fruttare l’insegnamento. E chi se ne frega se Proli è stronzo, se Banchi è idiota e se Hackett è una merda: devo lasciarmi andare di più alle pure sensazioni irrazionali da tifoso. Tranne il fatto che Hackett non lo applaudirò mai e che quando lo speaker chiamerà il suo nome all’inizio urlerò comunque “merda” al posto di Hackett: fare diversamente sarebbe troppo.

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Pubblicato il giugno 29, 2014 su Uncategorized. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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