Indietracks 2014: sempre la stessa gioia

Ho già ampiamente espresso negli anni scorsi – qui e qui – cosa renda speciale un evento come l’Indietracks, ma è sempre bello trovare conferma ogni anno che i motivi che mi spingono a andare continuamente sono ancora tutti lì e, soprattutto, non c’è un calo dell’eccitazione dovuto alla mancanza di un effetto sorpresa. So benissimo cosa mi aspetta e quando sono lì vivo esattamente quello che so che vivrò, ma la gioia che mi dà è sempre la stessa della prima volta due anni fa. Vedremo se tra molti anni mi sembrerà più una routine, per ora sento di essere molto lontano da questa cosa e quindi non mi vedo proprio a saltare anche un solo anno di questo weekend.

Quest’anno saltavo il venerdì sera per via di un matrimonio al quale volevo assolutamente esserci (la cosa curiosa è che anche altri due ragazzi inglesi con cui ho parlato mi hanno detto la stessa cosa… amici non sposatevi nel weekend dell’Indietracks, io vi voglio bene e se me lo dite prima che io prenoti, come ha fatto l’amico di questa volta, io ci vengo al matrimonio, però se scegliete un altro weekend è meglio). Questo ha comportato un viaggio iniziato prestissimo la mattina del sabato, che purtroppo si è protratto per più tempo del previsto proprio nell’ultima parte e che mi ha fatto perdere un paio di live che avrei visto volentieri e dato una stanchezza enorme per la prima giornata. Ho fatto di tutto per nascondere a me steso quanto fossi distrutto, ma in alcuni momenti la stanchezza è emersa prepotente e appena finiti i concerti non mi sono fermato a ballare ma mi sono precipitato in tenda. Ah sì, perché questa cosa di dover arrivare il sabato mi ha impedito di unire le forze con gli amici di Bologna e mi ha costretto a tornare al camping, cosa che comunque non è stata per niente negativa, si sa che adoro campeggiare ai festival e quel camping è sempre spettacolare. Questo mi ha comunque spinto a voler dare il massimo domenica, quando ero bello riposato dalla mega dormita, così dopo i concerti ho fatto per la mia prima volta (al festival, s’intende, non certo in generale) party hard fino a notte inoltrata, andando a dormire – in condizioni non certo ottimali – giusto quattro ore prima di dovermi svegliare per fare il bagaglio, smontare la tenda e iniziare il lungo viaggio di ritorno. Mi sono divertito un casino a ballare e cantare nelle tende adibite a discoteca, prima nell’area festival e poi nel campeggio, e non riesco mai a smettere di stupirmi di quanto bevano gli inglesi.

Le novità di quest’anno, oltre al partying hard di cui sopra, iniziano dalla totale assenza di pioggia, che ha reso il tutto senz’altro più piacevole, anche se nei palchi al coperto il caldo era davvero fastidioso a volte. Dal punto di vista musicale, dico che c’è una sempre minor presenza di pop classico e la voglia sempre crescente delle band di fare qualcosa di diverso, che sia potenza, o ruvidezza, o distorsioni/feedback, o contaminazioni più ampie, inclusa l’elettronica. Visto che i concerti mi sono piaciuti tutti, direi che non mi lamento e va bene così. Infine un aspetto logistico: l’aeroporto di East Midlands che era affollatissimo e si è mostrato totalmente impreparato a gestire un flusso di passeggeri del genere. Una disorganizzazione terribile e una capacità di adattarsi alle situazioni pari a zero.

Un pensiero lo voglio dedicare alle persone con cui passo questo weekend e che accomuna gli amici di Bologna e tutti gli altri internazionali. Ho fatto il mio primo passo in questa comunità indiepop proprio all’Indietracks e quella prima volta ha coinciso con una valanga di conoscenze nuove. Da lì ho iniziato a andare ai vari eventi più piccoli e il numero di conoscenze è aumentato mentre il rapporto con chi già conoscevo si solidificava ogni volta. Alla fine con tute queste persone non faccio grandi discorsi, raramente parliamo di cose che vanno al di fuori della musica, di molti non so nemmeno che lavoro facciano, però mi piace chiamarli amici perché sento che sono esattamente come me, che hanno la mia stessa vision e della vita e le mie stese priorità. Passare i weekend immerso in eventi fatti come piacciono a me, con la musica che piace a me e con persone che allo stesso modo sono come piace a me è fantastico e la presenza di queste persone è uno dei motivi principali per cui non mi passerà tanto presto la voglia di essere presente a questi eventi e di essere invidioso nei confronti di chi va quando invece io non posso andare.

Ecco ora le classiche due righe di commento su ogni band.

Wolf Girl: aprono il mio festival con tanta potenza, sia nelle chitarre, che nel ritmo, che nel cantato femminile. Bravi, belli compatti, ottima resa live.

The Royal Landscaping Society: ecco loro si mantengono sull’indiepop classico, con arpeggi di chitarra gentili e delicati ma anche con un suono volutamente obliquo a ricordare certe cose degli anni Ottanta. Le canzoni sono belle e già lo so e il live conferma la qualità di questo gruppo. Sanno anche aumentare i decibel quando salgono sul palco Andreas degli Alpaca e la sua attuale fidanzata Cristina, anch’ella cantante, e tutti insieme fanno il remix di un brano degli Alpaca presente nel loro disco di remix. Molto bene.

Dorotea: chitarre graffianti e canzoni corte per questo progetto svedese, tutto fatto bene comunque, bel songwriting e altrettanto buona esecuzione, dritti e essenziali ma senza banalità.

The Manhattan Love Suicide: stessa cosa di cui sopra ma con in più feedback e distorsioni e un cantato femminile. Suonano in chiesetta, dove si stramuore di caldo, ma loro sparano un concerto fucilata di 20 minuti di grande qualità e impatto che giustifica pienamente il culto che si erano creati e l’aura di evento che questo set si portava con sé.

The Spook School: non li vedo in realtà, ma li ascolto mentre sono in coda per la cena. Ne parlo comunque perché ogni volta questi ragazzi fanno qualcosa di fantastico quando sono sul palco, una bomba assoluta ogni volta e tra l’altro in questo caso una loro canzone è arricchita dalla presenza di fiati che ci sta ottimamente. Meritano tutto, qualsiasi livello di popolarità dovessero ottenere nella loro carriera sarà solo meritato.

The Popguns: il primo dei quattro live tra i quali non so scegliere come migliore del festival. Riformatisi due anni fa con l’ultimo album ufficiale che risale al 1996, questi musicisti di Brighton mi fanno letteralmente impazzire per tutta l’ora del loro set. Chitarre scintillanti, arpeggi irresistibili, due voci femminili che lavorano insieme perfettamente, melodie affascinanti, di gran classe e qualità. Le canzoni sono principalmente gentili e rotonde, ma non manca la capacità di graffiare e affondare di più il colpo e in ognuna delle due versioni è sempre meraviglia e emozione. Faccio poi amicizia con le due cantanti e il chitarrista, che mi dicono che in autunno uscirà il nuovo album e che a suonare in Italia ci verrebbero di corsa. Speriamo.

Gruff Rhys: non è la prima volta che vedo live l’artista gallese, tra Super Furry Animals e carriera solista, ma ogni volta il Nostro stupisce per come imposta il concerto. In questo caso, dato che il suo ultimo disco è un concept su esploratori gallesi partiti alla scoperata dell’America molto prima – pare – di Colombo, Gruff alterna le canzoni con lunghi discorsi di spiegazione di tutta la storia accompagnati da slide. Tutto è molto divertente e non appesantisce assolutamente lo spettacolo e poi le canzoni sono interpretate splendidamente, con una formazione essenziale a tre ma con un suono molto caldo e avvolgente. Finale con cartelli tipo Skiantos per un musicista che non smette di avere il sacro fuoco dell’ispirazione artistica con sé.

Axolotes Mexicanos: giovane trio spagnolo dalla voce femminile che canta nella propria lingua canzoni brevi e dall’attitudine punk ma anche con un pizzico di tastiere. Anche loro fanno parte di quella schiera di band che mostra come essere diretti e lo fi non significhi non avere idee e loro ne hanno eccome. Bravi.

Lisa Bouvier: Lisa si porta anche all’Indietracks il suo circus, con amici che suonano a turno con lei, ma essendo sul treno c’è molto meno spazio per la follia e il casino e molto di più per le canzoni, che in questa veste acustica rendono decisamente bene.

The Wendy Darlings: dalla Francia, anche loro voce femminile e anche loro chitarre graffianti. Bravi, non mi strappo i capelli ma bravi.

Emma Kupa: set acustico solitario per Emma nel tendone del merch. Avendola vista con gli Standard Fare due anni fa, dico che è molto più adatta a suonare in elettrico con la band e l’amplificazione che non così. In ogni caso il live viene benino e quando canta un brano della sua ex band è singalong collettivo, segno che la gente dell’Indietracks non ha smesso di amarli.

The Hobbes Fanclub: anche loro sono iscritti al club delle chitarre graffianti e potenti, della ritmica serrata e della melodia in primo piano e svolgono il loro compito piuttosto bene.

The Very Most: qui torniamo invece all’indiepop più classico con questa band attiva da tanti anni ma di cui a casa ho solo l’ultimo EP. Come musicisti non mostrano capacità particolari, ma le canzoni sono talmente belle di loro che il live è molto valido solo per quello. Devo approfondire. Purtroppo vedo solo venti minuti perché il loro palco è in ritardo e si incrociano coi Cosines.

Cosines: quest’altro palco è però ancora più in ritardo, così credo di arrivare a concerto già iniziato da dieci minuti e invece eccomi qui in coincidenza proprio della prima canzone. Meno male, perché questo è il secondo dei magnifici quattro concerti di cui sopra. Loro li ho seguiti passo passo fin dall’inizio, comprando proprio i singoli in tempo reale e il disco proprio qui all’Indietracks appena arrivato. Il live mi fa capire che ho fatto la scelta giusta. Ci sono un sacco di suoni, con due tastiere e alcuni fiati ospiti che appaiono ogni tanto, nonché una seconda chitarra alla fine. In ogni caso, la band mostra dal vivo dei punti di forza invidiabili: melodie meravigliose, voci magnifiche, un suono straripante, una personalità già fortissima e una capacità di superare problemi tecnici con una nonchalance da veterani. Una caratura davvero superiore e una performance varia e sempre entusiasmante e irresistibile. Metteteci pure un superlativo a caso, che va sempre bene per loro.

The Yearning: l’accumulo dei ritardi fa sì che io veda solo due canzoni di questo gruppo, di cui mi piacciono molto i singoli ma meno l’album, buono ma dal suono un po’ freddo per quanto mi riguarda. Col set acustico in chiesetta ritrovano il calore che tanto mi piace e queste due canzoni vengono splendidamente.

The Flatmates: il continuo accavallarsi di band mi permette solo venti minuti sotto il palco di questa band storica dalla lineup rinnovata. Ci sono Lisa e Mattias e quindi casino e divertimento, probabilmente il concerto più agitato e caratterizzato dal puro divertimento di tutto il mio festival.

Night Flowers: becco solo un quarto d’ora ma mi innamoro perdutamente di questa band. Anche qui, potenza unita a distorsioni ma sarebbe troppo semplicistico ridurla così, perché in ogni canzone c’è un bilanciamento diverso sia tra nitidezza e distorsioni che tra potenza e delicatezza e insomma, vedi sempre alla voce avere tante idee. Bravissimi e il loro EP che ho comprato è una bomba.

The Just Joans: gli accavallamenti sono finiti e posso godermi con calma tutto il set di questo gruppo che amo tantissimo e che anche stavolta mi conquista completamente, con il loro set che rappresenta il terzo dei magnifici quattro. In realtà loro sono sempre loro stessi: forte accento scozzese, particolarità nelle armonie tra voce maschile e femminile, suono strutturato ma non certo pretenzioso e che valorizza lo scheletro della canzone. È che a loro proprio non resisto e nemmeno voglio farlo, voglio continuare per sempre a avere la faccia e il cuore adorante al solo vederli e sentirli suonare. Penso che se lo meritino e me lo merito anche io.

Withered Hand: avevo ascoltato qualcosa del secondo disco del progetto capitanato dallo scozzese Dan Wilson e volevo assolutamente vedere il live, che si rivela di altissimo livello ed è il quarto dei magnifici quattro. La voce di Wilson ha un mix strabiliante di potenza, pulizia e tonalità alte e intorno la band suona a meraviglia per dare il giusto impatto live a canzoni semplici ma dalle melodie di altissima qualità. Un grande autore e una grande band, speriamo che non passino altri cinque anni per un nuovo disco e soprattutto per un nuovo live.

The Hidden Cameras: il loro suono strutturato, il timbro vocale molto grosso e il presentarsi sul palco a petto nudo con una fascia argentata non sono molto indiepop, ma la gente mostra di apprezzarli e loro la ripagano con un live di ottima fattura e che si ivela la perfetta conclusione per un altro fantastico Indietracks.

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Pubblicato il luglio 29, 2014 su Uncategorized. Aggiungi ai preferiti il collegamento . 1 Commento.

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