Giovedì 21 agosto

Me lo ricordo bene, quel giovedì. Ero nella casa in campagna della mia famiglia, come sempre in quel periodo perché c’erano condizioni molto migliori rispetto a Milano per prepararmi alle sessioni d’esame autunnali dell’Università. Quell’anno era il primo nel quale mi ero messo in testa di studiare seriamente e i risultati si vedevano, certo non prendevo i 30 e lode, però i 27 e i 26 sì, e davo anche più esami degli anni precedenti. Lo studio di quelle settimane era dedicato nello specifico a Diritto Industriale, che avevo preparato molto sommariamente tra giugno e luglio e avevo preso un 22. Il professore mi disse “si vede che lei è sveglio però ha studiato poco, io le darei 22 ma le consiglio di rifiutarlo e di ripresentarsi a settembre che sicuramente prenderà un voto molto più alto”. Io accettai il consiglio, prima e unica volta in cui rifiutai un voto all’Università.

Quel giorno, però, il mio cervello proprio non riusciva a concentrarsi sullo studio. Quel giorno segnava l’uscita del terzo disco del gruppo che mi aveva finalmente indirizzato verso la musica che davvero mi piaceva, o meglio, mi aveva fato capire qual era il tipo di musica che mi sarebbe piaciuta più di tutti gli altri. Ed era la prima volta nella mia vita che vivevo la pubblicazione di un loro disco in diretta. Le loro canzoni già le ascoltavo da tempo in radio e in TV e avevo iniziato a ascoltare Morning Glory per intero un mesetto dopo l’uscita. Avevo ascoltato fino allo sfinimento Do You Know What I Mean, avevo imparato a memoria il testo che era su un TV Sorrisi e Canzoni che un mio amico comprava sempre, avevo letto un’intervista in un’altra rivista in uno dei bar del paese, dove loro dicevano di essersi stufati del paragone coi Beatles e che quindi in questo disco erano passati a somigliare ai Rolling Stones. Mi ero messo d’accordo con mi madre che il disco me l’avrebbe comprato lei a Milano e me l’avrebbe portato il giorno dopo, visto che tutti i venerdì i miei usciti dal lavoro venivano lì per passare il weekend con me, mio fratello e mia nonna. Fino al giorno prima ero tranquillo, dicevo ok, esce giovedì, io potrò ascoltarlo il venerdì sera, ok. Ma quel giorno fu infernale, non riuscivo a togliermi dalla testa che avrei potuto benissimo prendere l’auto e andare a Cremona a cercare un negozio di dischi che sicuramente l’aveva in vendita. Probabilmente se l’avessi avuto in mano non avrei nemmeno avito bisogno di ascoltarlo per tranquillizzarmi, ma l’idea che un nuovo disco degli Oasis fosse fisicamente esistente e disponibile e io non l’avessi lì con me mi dava un tormento che non riuscivo a calmare.

A un certo punto però mi sono dato una calmata, ho accettato serenamente di dover aspettare un giorno e mi sono rimesso a studiare. Tutto lo sconvolgimento è durato quindi solo alcune ore, ma è stata una sensazione così intensa e particolare che mentre sto scrivendo la sto rivivendo come se davvero la stessi provando ora. Arrivò mia madre, mi diede la cassetta (non avevo ancora un lettore cd ai tempi), io la misi su e mi tufai in una full immersion anche quella indimenticabile per la sua intensità. Non era vero che somigliavano ai Rolling Stones, c’erano più chitarre elettriche, ok, ma di beatlesianità ce n’era ancora tanta. Non avevo ancora imparato a prendere col beneficio d’inventario tutto quello che dicevano gli Oasis nelle interviste: loro dicevano Blur merda e io Blur merda, loro dicevano non assomigliamo più ai Beatles e io non assomigliano più ai Beatles. In ogni momento libero che avevo, nelle pause studio, prima e dopo i pasti, in qualsiasi momento, schiacciavo play e il nastro ripartiva da dov’era rimasto la volta precedente e non ho mai tolto la cassetta dal lettore se non quando siamo tornati a Milano. Si può dire tutto quello che si vuole su Be Here Now, per me rimane un grande disco di una band che all’epoca era in un meraviglioso stato di grazia e che aveva tutto quello che serviva, a livello sia di canzoni che di carisma dei personaggi, per attirare a sé una folla di fan sterminata, non solo in UK ma in tutto il mondo. Io ancora oggi non mi spiego come gli Oasis qui in Italia non abbiano mai davvero fatto il salto, siano rimasti sempre a suonare per un numero di persone relativamente contenuto e non abbiano mai suonato a San Siro e non abbiamo portato 80 – 100 mila persone all’Heineken quando ci sono andati. Non me lo spiego e non me lo spiegherò mai, so solo che per me sono stati una delle cose più importanti della mia vita e secondo me meritavano di esserlo per le vite di tutti.

Ah, non era vero nemmeno che a settembre avrei preso un voto più alto. Trovai un’assistente stronzissima che per due errorini marginali a fine interrogazione mi diede 20. Me lo presi e imparai a non rifiutare più un voto. Due anni dopo imparai anche a non leggere le dichiarazioni degli Oasis come se fossero Vangelo e comprai il mio primo disco dei Blur.

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Pubblicato il agosto 21, 2014 su Uncategorized. Aggiungi ai preferiti il collegamento . 2 commenti.

  1. se posso dire la mia, io avevo 15 anni e iniziavo ad ascoltare cose a caso su mtv quando una mattina mi capitò davanti il video di the hindu times. non li conoscevo e pensai fosse un brano di fine anni ’70.
    il percorso poi è stato simile: ho capito che mi piacevano quelle chitarre lì, e da lì sono partito per arrivare a tutto quello che ascolto ora.
    il tempo passa, cambia la percezione che abbiamo di un sacco di cose, ma è sempre bello leggere post come questo. siamo diventati altro (io, sicuramente, ma immagino anche tu), ma ci sarà un motivo se siamo partiti da lì.

  2. Beh io ora ascolto anche altro, ma quelle cose mi piacciono sempre

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