La fine della strada – edizione 2014

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Era la prima volta che tornavo all’End Of The Road dopo aver saltato l’anno precedente e dopo che l’ultima edizione di due anni fa mi aveva lasciato sicuramente meno soddisfatto rispetto alle tre precedenti. C’era quindi il rischio che questa edizione 2014 sancisse definitivamente il mio disamoramento per questo festival che per me ha significato tanto, e invece è successo tutto il contrario: sono stati giorni meravigliosi che hanno riportato altissimo il mio amore per la rassegna di fine estate dei Larmer Tree Gardens. Ovviamente non sono più ripetibili la magia e la perfezione organizzativa delle prime due edizioni, quando il pubblico era poco più della metà rispetto a ora e l’area era più piccola, però, per le dimensioni di adesso, è difficile pretendere di più dal festival sotto tutti i punti di vista: qualità della lineup, ordine dal punto di vista logistico e organizzativo e correttezza del comportamento del pubblico. Ho nuovamente provato l’ebbrezza di scoprire una quantità elevata di gruppi o artisti di cui non sapevo nulla, in un ambiente in cui la clientela che paga il biglietto è messa perfettamente a proprio agio e dove l’educazione è tornata protagonista nell’atteggiamento della gente durante i concerti, con pochissimi e isolati casi di disturbatori chiacchieroni in un contesto di rispetto quasi assoluto per chi suonava. La prima volta che è successo mi sono sentito quasi portato indietro nel tempo e pensavo sarebbe stato un caso isolato, invece poi è successo praticamente sempre ed è stato bellissimo. È stato anche bello fare come sempre chiacchiere sparse e rivedere gente conosciuta gli anni scorsi, tra cui anche qualche musicista, con tutti che si ricordavano di me e io di loro.

 

Le due innovazioni migliori dal punto di vista organizzativo sono state il raddoppio del numero delle docce, così che la durata dell’attesa per potersele fare è sempre stata assolutamente umana, e il fatto che il servizio per caricare le batterie del cellulare fosse attivo 24 ore al giorno, così ad esempio io l’ho portato il sabato notte prima di andare a dormire e la domenica mattina alle 8 ce l’avevo già indietro. Ci sono stati due piccoli problemi di scarsa rilevanza: il fatto che per la prima volta non sempre si trovava la carta irgienica nei bagni e quindi ho dovuto comprare lì un rotolo e portarlo con me e il fatto che venerdì al Garden c’è stato un ritardo di mezz’ora per un buon periodo di tempo salvo poi scoprire che un artista in programma aveva solo mezz’ora prevista e non un’ora e che quindi era stato fatto tutto iniziare mezz’ora dopo. In alcuni casi ci sono stati altri gruppi che hanno suonato meno rispetto al tempo che avevano a disposizione, magari sarebbe stato meglio accordarsi bene prima. Comunque, come noterete, niente di insormontabile e per il resto orari sempre ben rispettati e nessun problema di chi invece sforava come era successo due anni fa, coi Grandaddy headliner che avevano suonato meno per colpa di Patti Smith e di chi non le aveva impedito di suonare oltre l’orario stabilito.

 

Dal punto di vista dei servizi offerti, c’erano alcune cosine in più rispetto al passato: l’area giochi è stata arricchita con il boomerang bowling e soprattutto con il mio amatissimo cornhole, purtroppo ho giocato poco perché di concerti da vedere ce n0erano tanti e la mattina me la prendevo comoda tra doccia e colazione. Poi c’erano ben tre cocktail bar, dai quali ho bevuto sempre benissimo, purtroppo con prezzi non molto popolari ma ci sta togliersi gli sfizi a un festival. Per quanto riguarda il beveraggio più tradizionale, cioè birra e sidro, solita qualità altissima di sempre e anche il mangiare era molto buono, ma purtroppo anche qui i prezzi erano altini, più che in passato. Alla fine non ho quasi comprato dischi, visto che i prezzi erano poco invitanti, ma ho comunque speso un sacco di soldi. Poi certo, non dico che mi sono limitato all’essenziale, anzi, non mi sono fatto mancare niente, però normalmente non spendevo tutti quei soldi coi soli mangiare e bere.

 

La cosa più bella, comunque, è stata la lineup. La figata di andare nei palchi a caso, leggendo solo le descrizioni che c’erano sul programma, e di trovare cose che invariabilmente erano valide, è stata una sensazione impagabile, tutto il contrario di due anni fa, quando prima che iniziassero i nomi conosciuti, potevi stare quasi certo che chi suonava facesse cagare. Purtroppo non ho comprato dischi quasi per niente perché ormai le vendite sono tutte demandate al tendone della Rough Trade, con prezzi non propriamente popolari, e quindi ho comprato solo dischi di quei gruppi che erano lì a firmarli, almeno ho speso qualche euro in più ma ora ho anche l’autografo con dedica sui dischi. In ogni caso ho visto un sacco di roba, spesso non per tuta la durata ma solo per una parte, e sono state poche le cose che non ho apprezzato. Ho fatto una playlist su Spotify con una canzone di ogni gruppo che, chi più chi meno, mi ha soddisfatto, certo non tutti mi sono piaciuti alla stessa maniera ma tutti questi gruppi presenti nella playlist li ho trovati in qualche modo meritevoli o almeno interessanti. Se avrete voglia di ascoltarla, noterete la grande varietà nelle proposte e anche nella popolarità dei gruppi/artisti presenti e sono certo che se scorrerete tutte le canzoni, qualcosa che non conoscevate e che vi piacerà la troverete sicuramente. Noterete che, nel descrivere ognuno dei live, parlerò spesso di personalità e secondo me il fatto che davvero si notasse così spesso questo pregio è una cosa molto importante. Ora, inizio la lunga descrizione gruppo per gruppo, non prima di aver espresso cosa penso di fare per l’anno prossimo. L’idea è che ovviamente dopo un’edizione del genere e contando che il 2015 segnerà il decimo anniversario del festival, la scelta migliore sia quella di tornare, però dovrò vedere un po’ le altre opzioni disponibili, tra altri festival e football a Wembley, insomma, spero tanto i farcela ma non posso dire che ci tornerò al 100%.

 

Speak Galactic vorrebbero fare psichedelia cosmica ma il risultato è una tragedia e non si capisce come abbiano fatto a vincere la competition per essere qui

 

AK/DK electropop lo fi prevalentemente strumentale, freschi, originali e con buone idee e una buona ispirazione, da seguire

 

Cheatahs purtroppo il bilanciamento dei suoni non è dalla loro parte, nel senso che le chitarre sono violentissime e le voci quasi inesistenti, a me piace comunque ma immagino che chi non li conosceva non sia rimasto molto colpito

 

Ezra Furnam molto bravo nel mettere assieme diverse influenze tra rock n roll, psichedelia abrasiva e il primo David Bowie. Belle canzoni e bella personalità

 

Mazes si parla bene di questa band ma per quanto mi riguarda questo live non convince per niente, piatti e insipidi, senza un solo aspetto che li renda almeno interessanti

 

Bird Courage adoro il folk bucolico o naturistico o come si voglia chiamarlo e loro lo fanno perfettamente, con anche ottimi stacchi strumentali che non appesantiscono per nulla la proposta e anzi la rendono ancora più coinvolgente e personale

 

Laish è un piacere rivedere Danny Green dal vivo, accompagnato dalla fidanzata Talitha e da una nuova band che ha trasformato il suono da acustico con archi a elettrico con pianoforte. Viene tutto benissimo comunque e non vedo l’ora che la band registri un disco. Danny e Talitha mi riconoscono ricordandosi di quella sera in cui ci siamo conosciuti a Milano e li incontro spesso durante tutto il weekend

 

Wave Pictures la band sicurezza per eccellenza, non possono sbagliare e non lo fanno nemmeno stavolta, come sempre belli dritti, solidi e intensi emotivamente, li vedrei mille volte

 

All We Are vedo solo una canzone ma mi piace, bella melodia, chitarre pulite e potenti, voce anche, li voglio ascoltare meglio

 

Wytches erano tra i gruppi che attendevo di più e non sono stato affatto deluso, il loro rock n roll dark e psichedelico alla Birthday Party sul palco è bruciante, acido, abraviso e adrenalinico. Grandissimi

 

Peggy Sue non so perché dopo il primo disco mi sia ‘perso di vista questa band ma il live mi ha convinto a recuperare il tempo perduto. Grande impatto sia chitarristico che ritmico che vocale, band molto cresciuta rispetto al debutto semiacustico, davvero molto molto bene

 

Black Lips vedo un quarto d’ora, suonano tranquilli, senza pazzie, le canzoni sono buone e loro sono buoni musicisti, un bel live insomma per quel poco che ho visto

 

Benjamin Clementine attenzione perché questo potrebbe diventare popolarissimo su larga scala. Si esibisce solo voce e pianoforte ed è un Antony non teatrale e non sofferente. Timido ma simpatico tra un pezzo e l’altro, incanta la folla con le sue melodie, il suo tocco sul pianoforte e soprattutto la sua voce. Un set scarno dal magnetismo incredibile. Di tutte le scoperte che ho fatto qui, scommetterei su questa per quanto riguarda il successo critico e commerciale

 

Jenny Lewis avevo molto apprezzato il debutto solista dell’ex cantante dei Riley Kilo uscito nel 2008. Allora si trattava di electropop, mentre questo secondo disco, così come il live, è più sul soft rock dal potenziale radiofonico tipo ultimi Cardigans. Non è male ma in realtà è difficile innamorarsi di una proposta così, perché poi in realtà non ci sono melodie particolarmente memorabili e allora sì, stai lì, ascolti, non ti dispiace, ma finisce lì

 

British Sea Power vedo solo 5 canzoni perché ci tengo a non perdermi i Temples; erano 7 anni che non vedevo dal vivo questa band e in quel poco tempo che le ho concesso mi ha davvero entusiasmato, un live semplicemente perfetto sotto tutti i punti di vista

 

Temples loro invece sono al disco di debutto e si sente. Non male, direi bravini, ma niente più, devono ancora acquisire lo spessore dei grandi, e ci sta anche, non è che tutti possono essere già perfetti dal vivo fin da subito. Siamo sulla buona strada comunque, perché, ripeto, li live è comunque almeno discreto

 

The Gene Clark No Other Band questo progetto di recupero di un disco sottovalutato del passato si rivela riuscitissimo: il suono è lussureggiante, i cantanti che si alternano alla voce sono ogni volta perfetti e anche le armonie vocali delle seconde voci sono ottime, davvero un’ora da sogno

 

Lily And Madeleine folk pop con armonie vocali femminili molto pulito esteticamente e anche ben fatto, purtroppo alla lunga sembra sempre la stessa canzone, quindi è il caso di augurarsi una maggior dimestichezza col genere in futuro per non sembrare così sempre uguali

 

Barr Brothers gruppo incredibile che in ogni brano parte da un’impostazione folk ma amplia gli orizzonti sia compositivi che sonori. Una miniera inesauribile di idee e una grande capacità di realizzarle. Musicisti ottimi e con un’ispirazione fuori dal comune. A ottobre esce il disco nuovo, sto già fremendo

 

Sweet Baboo indiepop rotondo e morbido e ben fatto, fresco, tenero e delicato e genuino come si richiede al genere. Bravo

 

Zachary Cale folk delicatissimo anche questo ben fatto, grande sensibilità interpretativa e canzoni molto ben scritte, bravissimo

 

Cate Le Bon mi piace la sua voce nelle canzoni dei Manics, ma le sue, di canzoni, non mi piacciono per niente. Pop-rock prevedibile, noioso e senza melodie valide

 

Eagulls suonano bene e c’è anche una buona varietà tra un brano e l’altro ma fondamentalmente mancano proprio le canzoni in sé, non hanno niente al di là del suono potente

 

Hookworms loro invece hanno tutto oltre alla potenza: hanno tantissime idee sia come songwriting che come arrangiamenti, hanno una voce particolarissima, hanno insomma la capacità di unire impatto, qualità e personalità. Fantastici, peccato aver visto solo metà set per la voglia di non perdermi gli Horrors

 

Horrors per fortuna la scelta di andare da loro lasciando per strada gli ottimi Hookworms ha pagato, nel senso che sono stati ottimi anche loro. Era la quarta volta che li vedevo ma non sono mai stati nemmeno lontanamente così bravi come stavolta. La giusta energia, la giusta espressività e le canzoni, si sa, ci sono e il live eseguito così è splendido

 

Unknown Mortal Orchestra continuo a non capire perché tanta gente impazzisca per questi qui. Sono una band normalissima, che si distingue dalla media giusto per qualche bel passaggio strumentale e basta, non valgono assolutamente l’hype che hanno

 

Flaming Lips alla quinta volta che li vedo, penso sempre la stessa cosa: c’è tanto intrattenimento, ma anche tanta musica, una band che suona sempre splendidamente e canzoni eccezionali. Poi certo, li ami anche per i coriandoli, i costumi e la verve di Wayne, ma il live è valido a tutto tondo, assolutamente

 

Archie Bronson Outfit l’ingresso di un sax nella lineup ha già reso la proposta particolarmente efficace e personale su disco, e dal vivo è la stessa cosa: il quartetto macina tutto e non fa prigionieri, man mano che scorre il concerto la gente è sempre più esaltata ed è giusto così. Grandissima band

 

The Melodic sono un quintetto ma, come dicono loro stesso, si presentano in tre perché, dopo ore drammatiche in mattinata, gli altri due sono stati cacciati via dal festival. Ovviamente c’è una certa curiosità sui motivi, ma sta di fatto che per fortuna quello più bravo è rimasto, cioè quello che suona l’ukulele e la melodica. La sua abilità dà grande verve ai brani che comunque hanno buone melodie e i tre se la cavano bene in questa versione semiacustica. Anche loro, quindi, intendo seguirli in futuro

 

Lyla Foy anche lei si pone nel solco del pop-rock potenzialmente radiofonico come Jenny Lewis e Cate Le Bon, ma rispetto alle altre due, è molto più brava, in tutto, songwriting, arrangiamenti, sensibilità vocale. Bravissima sempre, anche quando si addentra in un terreno molto scivoloso come la cover di Cornflake Girl e ne esce alla grande

 

Lucius questo quintetto, capitanato da due donne che cantano insieme, sforna un live stupendo, mostrando di avere ottime canzoni e tantissime idee dal punto di vista dell’arrangiamento. Ci sono pezzi con una chitarra elettrica e gli altri quattro alle percussioni, ce ne sono altri con una formazione più canonica, ogni tanto si danno anche all’acustico e sempre, dall’inizio alla fine, la qualità è altissima. Compro il disco per farmelo firmare, mi dicono che suoneranno a Milano il primo novembre, cazzo la sera dei Raveonettes, ma si sbagliavano, è il 2, ottimo, ci sarò e dovreste esserci tutti, il live è davvero imperdibile

 

Daniel Rossen suona da seduto quindi o sei davanti o non vedi niente, così mi metto nel retro al fresco sorseggiando un cocktail. Lui è bravo, la voce ce l’ha,m le canzoni pure, e in acustico rende tutto molto bene.

 

Deer Tick rispetto al passato il loro stile cosiddetto americana è molto più rock, comunque dal vivo se la cavano sempre bene

 

Woods questa band ha sempre alternato canzoni belle a momenti di psichedelia rompicazzo. Per fortuna la seconda è in netta minoranza rispetto alle prime e così il live è fantastico, trascinante, emozionante. Sensazionali.

 

Andrew Combs modern counrty per questo songwriter che qui suona in trio. Molto bravo a prendere dal passato ma a suonare moderno e con la giusta intensità emotiva

 

Yo La Tengo vedo solo una mezz’oretta durante la quale il trio passa da un momenti quieto e rilassato a un altro bello elettrico e rock. In Ogni caso la loro bravura non è certo in discussione e il live la conferma pienamente

 

Felice Brothers una roba pietosa. Subiscono l’infausto effetto del folk trasformato in sagra paesana. Non c’è il banjo, di solito molto presente in proposte di questo tipo, ma violino e armonica lo sostituiscono (in)degnamente. Dopo tre canzoni scappo inorridito

 

Horse Thief ho venti minuti per vedere questa band, che poi le Bestie Selvagge iniziano e non posso certo perdermele ne tantomeno stare troppo indietro. Comunque rimango molto soddisfatto, fanno un indie-rock di quelli enfatici e volutamente di alto profilo ma senza per nulla essere pretenziosi e con belle canzoni. Anche loro da seguire

 

Wild Beasts a Milano il suono era bilanciato malissimo, qui è tutto perfetto e il live è sontuoso. La gente sta un po’ ferma, a parte pochi che si agitano per tutto il tempo, tra cui me ovviamente, ma loro su un palco grande e in un headlining slot di un festival di nome mostrano di poterci stare perfettamente.

 

Chad VanGaalen chiudo con un paio di canzoni di questo songwriter che fa un country super elettrico e bello d’impatto. Una bella chiusura

 

 

 

 

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Pubblicato il settembre 2, 2014 su Uncategorized. Aggiungi ai preferiti il collegamento . 1 Commento.

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