L’indipendenza musicale vera e quella sbandierata

Nella giornata di ieri, Giordano Sangiorgi, capo di tutta l’organizzazione legata al Meeting delle Etichette Indipendenti, ha annunciato che quella di questo weekend sarà l’ultima edizione della kermesse, proprio a vent’anni dalla prima. Dico subito che mi sa di annuncio fintissimo, perché tra il fatto che in fondo al comunicato si dica che “chiude ma potrebbe vivere sotto altre forme” e che nei commenti alla news su Ondarock lo stesso Sangiorgi dica “questo è l’ultimo MEI ma non è l’ultimo”, mi fa capire che qualcosa ci sarà comunque anche negli anni successivi. Mi concentro, quindi, solo sui passaggi del comunicato in cui si enunciano i motivi della – presunta – crisi della musica indipendente italiana e i relativi rimedi suggeriti.

Si dice che la musica indipendente italiana sia in crisi per colpa dei talent e del rap italiano, che occupano sui media gli spazi di maggior visibilità, impedendo invece alla musica indipendente di farsi conoscere come merita. La soluzione sarebbero fondi straordinari per gli artisti emergenti e imposizione di una quota per la musica indipendente italiana a radio e TV. Ora, io qui non posso far altro che ripetere un concetto che ritengo sempre molto valido: se a tante persone piace una determinata cosa, nel momento in cui togli spazio a questa cosa per darlo a un’altra cosa, quest’altra cosa otterrà consenso solo se avrà i requisiti per essere apprezzata da chi già era amante della prima cosa, quella a cui hai tolto lo spazio. Se un anno Sky dicesse “ok ragazzi, X Factor non è più tutte le settimane, ma è una volta ogni due settimane, nella settimana in cui non c’è X Factor trasmetteremo un programma in prima serata sulla musica indipendente italiana, con ascolto di canzoni nuove, interviste e retrospettive”, in quanti di quelli che guardano X Factor lo guarderebbero? Io penso solo coloro che già la conoscono la musica indipendente italiana (purtroppo molti di questi lo guardano eccome X Factor, ma questo è un altro discorso). È lo stesso errore di quelli che dicono “per colpa de Lo Stato Sociale la gente non conosce questo gruppo fantastico che però fa musica complicata e non fatta per piacere a tanti”. Appunto, se non è fatta non per piacere a tanti, piacerà a pochi, se a una persona non interessa niente della musica complicata e con la musica vuole solo qualcosa di leggero, se tu la musica complicata gliela fai sentire a forza, di certo non ci si appassiona.

Poi certo, c’è sempre l’utopia secondo cui “questo disco piace solo a me ma soltanto perché gli altri non lo conoscono, se venisse trasmesso in radio in TV sai in quanti lo apprezzerebbero”. Ci siamo passati tutti, ma purtroppo la verità non è questa, perché per piacere a un pubblico più vasto rispetto agli appassionati incalliti non basta avere una bella canzone pop facile e purtroppo noi appassionati incalliti non ci rendiamo nemmeno conto di cosa serva, perché per noi sono più facili e immediate tantissime cose in più rispetto a ciò che lo è per la massa. E soprattutto mettiamoci in testa una cosa: i direttori artistici delle grandi radio e TV sanno fare perfettamente il proprio lavoro e sanno benissimo quando una canzone potrebbe fare colpo e quando no. I Perturbazione sono stati scartati 5 volte da Sanremo, poi però hanno trovato il suono giusto, portato la canzone giusta e hanno fatto il botto, almeno a livelli di passaggi in radio e visualizzazioni su YouTube. Sarebbe successa la stessa cosa anche con le cinque canzoni precedentemente scartate – posto che non so nemmeno quali siano se non forse una? Io non credo.

Siamo nel 2014, ci sono internet, i social network, i canali streaming audio e video, decine di recensioni per ogni singolo disco di musica che viene prodotto, il modo per farsi sentire c’è e non è possibile sperare di occupare gli spazi istituzionali, proprio perché tanto non servirebbe e chi gestisce questi spazi sa meglio di noi qual è la maniera migliore di occuparli. E poi, dopo oltre due anni in cui ho girato per un discreto numero di eventi indiepop in Europa ho visto che fuori di qui la mentalità è totalmente diversa da quella espressa nel comunicato di Sangiorgi: lì infatti si sa benissimo che la propria musica è destinata a rimanere in un giro ristrettissimo, anche se si meriterebbe più seguito, nessuno si lamenta per la scarsa visibilità, si impiegano tempo e risorse per la musica fin quando si riesce fisicamente e economicamente, non si pretende necessariamente un riscontro economico ma si fanno le cose essenzialmente per il piacere di farle e quando invece non ce la si fa più, i gruppi si sciolgono e le etichette chiudono, con dispiacere ma senza rimpianti, cercando di portarsi dentro la bellezza di tutto quello che si è fatto. E poi magari dopo dieci o vent’anni ci si rende conto che in fondo adesso un nuovo disco si riesce a farlo, o magari anche solo un po’ di concerti, e li si fanno. Tutto qui, senza vittimismi ne pretese di aiuto esterno, l’indipendenza è tale anche perché o ce la fai da solo, oppure finché ti diverti e hai i soldi vai avanti e quando mancano una di queste due condizioni smetti. E il festival più grande tra tutti questi eventi, quello dove ci sono proprio tutti, ha circa un quarto del pubblico dei MiAmi.

Impariamo a non lamentarci del destino cinico e baro e del governo ladro, mettiamoci in testa che siamo indipendenti anche perché la roba che facciamo non potrà mai piacere a più persone rispetto a quelle che la apprezzano già e abbiamo il coraggio di dire “smetto perché mi sono stufato/ho finito i soldi”, senza aggiungere “certo io sono arrivato fino a qui e invece quello lì che vale un decimo di me è arrivato fino a lì”. Vivremo tutti più felici e contenti e avremo incarnato al meglio il concetto di indipendenza, senza sbandierarlo solo a seconda delle convenienze.

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Pubblicato il settembre 25, 2014 su Uncategorized. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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