In giro per l’Europa, novembre 2014

Avevo grandi aspettative per questa lunga vacanza itinerante. Me ne ero già organizzate altre, ma mai così dinamiche negli spostamenti e nemmeno con nomi per me così importanti tutti insieme dal punto di vista dei concerti da vedere. Anche il poter visitare in una volta due città in cui o non ero mai stato o ero stato tantissimi anni fa mi esaltava molto come idea. Certo, c’era l’elemento pazzia della deviazione a Parigi che un po’ faceva sì che mi chiedessi se davvero ne sarebbe valsa la pena, mentre per il resto sapevo di andare incontro a un bellissimo periodo. Così è stato e tutto è andato come meglio non sarebbe potuto: aerei e treni sempre in orario, tempo accettabile, nel senso che non ha mai piovuto, città bellissime, ostelli di gran qualità (almeno i due principali), concerti straordinari, venue dei concerti pazzesche, birre ottime e in Scozia un sacco di quality time coi miei amici che vivono lì.
Qui sotto inizio un racconto a capitoli per immortalare come si deve la mia miglior vacanza itinerante di sempre.

L’ITINERARIO
Per far capire bene la portata della vacanza e il tempo che ho passato in ogni città, faccio un riepilogo degli spostamenti: venerdì mattina presto sono partito per Copenaghen, da lì ho preso un treno per Goteborg e sono arrivato nel pomeriggio, sono rimasto fino a domenica mattina e sabato ho visto i Mew. Domenica mattina ho ripreso il treno per Copenaghen, sono arrivato nel pomeriggio e sono rimasto fino a martedì mattine e domenica sera ho visto Tweedy. Martedì mattina ho preso un aereo per Parigi, sono arrivato nel pomeriggio e la mattina dopo sono ripartito per Milano, in questo breve tempo ho visto Lykke Li. Sono stato a Milano da mercoledì all’ora di pranzo fino a venerdì mattina, poi sono ripartito er Glasgow, dove sono stato fino a domenica pomeriggio e sabato ho visto i James con gli Starsailor. Domenica pomeriggio mi sono spostato a Edimburgo e lunedì nel primo pomeriggio sono partito per Milano.

LE CITTÀ
Parigi, Glasgow e Edimburgo le ho girate poco o niente, la prima per mancanza di tempo, la seconda perché mi sono dedicato di più alle chiacchiere con le due coppie di amici che mi ospitavano in ognuna delle due città. Quindi qui parlerò solo di Goteborg e Copenaghen
Goteborg
Non ci ero mai stato e mi è piaciuta tantissimo. Molto ben organizzata col trasporto pubblico con una logistica molto facile da capire per il turista, che può muoversi liberamente coi tram senza rischiare di prendere quello sbagliato, visto che la piantina delle varie line è molto facile da consultare e capire. La zona più piacevole per passeggiare è Haga, ma anche in altri posti dell’area centrale è facile imbattersi in belle vedute. Non ci sono attrazioni turistiche specifiche, ma basta essere in un qualunque punto in centro o al massimo adiacente alla stazione per trovarsi in un posto carino dove è bello guardarsi in giro e ci si sente bene. Per la sera, nelle vie di fianco a Haga ci sono un sacco di pub uno attaccato all’altro, con una buona selezione di birre e al Pustervik, che è sempre lì in zona e dove ho visto il concerto, c’è un ottimo programma di musica live e anche serate per ballare.
Copenaghen
Sicuramente più grande e con più posti da vedere rispetto a Goteborg, è stupenda ma ha l’handicap che l’organizzazione dei mezzi pubblici non è semplice da capire, visto che di metro non ce n’è quasi e va tutto a autobus per cui bisogna un po’ scervellarsi per capire dove vadano. Inoltre, il biglietto del bus si può comprare solo a bordo pagando cash, almeno così mi hanno detto, e io stando poco non avevo prelevato e andavo solo con la carta di credito. Per cui alla fine, visto che di visita avevo solo un giorno, ho scelto di stare solo nel quartiere centrale e di camminare, che l’ostello mi aveva dato una mappa molto comoda da consultare. È stato bellissimo passeggiare per ore e ore passando da canali con casette colorate attorno a palazzi bellissimi, a parchi, a vedute cittadine altrettanto splendide. La cosa migliore è probabilmente organizzarsi dei percorsi prima e noleggiare una bicicletta, che lì ce ne sono come in nessun’altra città in cui sia stato.

GLI OSTELLI
In Scozia ero ospitato in casa, quindi qui parlerò della prima parte della vacanza.
Linnéplatsen Hostel, Goteborg
Gli ostelli si dividono fondamentalmente in due categorie: quelli tranquilli dove l’utenza viene spinta a passare del tempo e quindi a fare conoscenza con altra gente all’interno della struttura, tramite la presenza di spazi accoglienti destinati all’uopo, e quelli dove invece si è invogliati a rimanere lì solo a dormire, lavarsi e fare colazione. Questo ostello fa parte della seconda categoria e comunque è davvero ottimo, tra i migliori in cui sia mai stato. Struttura moderna, letti comodi, servizi tutti perfettamente funzionanti, grande cura nei dettagli, colazione eccellente. Certo non era economicissimo e la colazione si pagava a parte, ma ne vale davvero la pena. È anche ottimamente ubicato rispetto alle zone più belle della città
Downtown Hostel, Copenaghen
Questo ostello invece fa parte della prima categoria di cui sopra e in tanti momenti della giornata c’è la possibilità di fare gruppo con altre persone lì presenti. Io non ho sfruttato l’occasione perché comunque avevo le mie cose da fare, ma in ogni caso ho apprezzato anche questo ostello. Anche qui letti comodi e servizi molto buoni e il plus di trovarsi il letto già fatto, mentre di solito si ricevono le lenzuola in mano e si deve fare da soli. Anche qui colazione a pagamento che valeva assolutamente la pena. E anche qui la location è eccellente
Woodstock Hostel, Parigi
Di buono c’era la pulizia e un buon wi fi. Sul resto, il problema peggiore era la mancanza di prese per ricaricare i cellulari e poi tutti gli spazi erano ridottissimi e insomma, uno grande e grosso come me non era esattamente a proprio agio. Va bene per una notte, anche perché non ci vuole molto a arrivare agli aeroporti, soprattutto Orly, ma non di più secondo me.

LE BIRRE
A Parigi non ho avuto tempo di fare niente, ma nel resto della vacanza non mi sono fatto mancare le birre.
Goteborg
Come dicevo, c’era una zona specifica della città con diversi pub uno attaccato all’altro, e la selezione delle birre che conoscevo non era affatto male, niente di ricercatissimo, ma nemmeno niente di industriale, c’erano birrifici come Brooklyn o Fuller per esempio, insomma cose di medio alto livello. Accanto a essi c’erano un po’ di birrifici locali e così ho provato di qua e di là e devo dire che anche in questo caso non ho trovato capolavori ma un livello più che buono sì. Certo, non sarebbe stato male sapere se quella era la creme de la creme della Svezia o se c’è di meglio in giro, penso di sì perché ad esempio Dugges, molto amato da gente di cui mi fido, non c’era.
Copenaghen
Qui il mio guru Vincenzo mi aveva detto dove andare, così ho provato questi due posti, il bar di Mikkeller e l’Olbaren. Il primo è un’esperienza di vita, nel senso che si trovano cose che davvero solo lì. Ottima la scelta di servire le birre più intense come sapore e/o gradazione in bicchieri da 20cl, così si godeva del prodotto senza che diventasse troppo. Ho provato una wit (questa in un bicchiere più grande ovviamente), una white stout (colore ambrato chiaro ma quando la si beve è in tutto e per tutto una stout, davvero una primizia), una triple IPA da 10,5 gradi intensissima anche di sapore e una stout da 21 gradi (avete letto bene). Spettacolo veramente. All’Olbaren, invece, c’è una raccolta di birrifici danesi che propongono birre senz’altro più dentro i canoni stilistici classici. Tutto ottimamente fatto, niente da dire, c’è chi critica la Danimarca birraria per non avere abbastanza personalità e non sapere uscire dagli stili, ma per me vale la stessa cosa della musica: se è fatta bene me la bevo e anche volentieri.
Scozia
Tra Glasgow e Edimburgo ho provato una lager spettacolare, due ottime creamy ale a pompa e un’altrettanto ottima brown ale che in realtà era a metà strada tra la brown ale stessa e la stout. Come in tanti altri aspetti, la Scozia non tradisce mai nemmeno sulle birre.

IL JUNK FOOD
Non ho mai nascosto la mia passione per il junk food, non che ci vada tutti i giorni, però non ho problemi a andarci quando capita. Mi piace anche andarci all’estero, perché di solito i prodotti del momento non ci sono in Italia. In questo caso ho dato ampiamente a Goteborg e Copenaghen, e in entrambi i posti Burger King aveva il chilli cheese burger, mentre McDonald proponeva il salsa burger. Vince nettamente il primo, davvero un gran panino che spero arrivi anche qui. Ho avuto modo di assaggiare anche un fast food locale, Max Burger, davvero valido, panino ottimo e gran chicca la salsa per le patatine che era sour cream e pepe. Ah, non è junk food ma a Glasgow ho provato il miglior hot dog di sempre: il wurstel era avvolto dal bacon e c’era anche il pulled pork messo nel panino prima del wurstel, con formaggio e salse a profusione.

LE VENUE DEI CONCERTI
Quattro posti fantastici che in Italia non ci possiamo nemmeno sognare.
Pustervik, Goteborg
Entri e ti accoglie un bel bar con una selezione di birre pari a quella dei pub circostanti e un buon numero di tavoli per sedersi e un piano superiore. Quando ci sono i concerti c’è una sala apposita, con altri bar, che tiene 750 persone ed è bellissima perché riproduce un campo da basket con tanto di canestri ai due lati. Il suono è spettacolare e tra l’altro ho trovato una barista molto gentile con cui ho fatto un po’ di chiacchiere. Una cosa bella è che quando il concerto è sold out, la gente senza biglietto non può nemmeno entrare a bere. Ci perdono dei soldi ma offrono un servizio come si deve a chi invece il biglietto l’ha comprato. Ragionamenti simili si fanno anche in Italia, no? Ah, orario d’inizio del concerto ore 20 e solo perché era sabato, durante la settimana iniziano alle 19.
DR Koncerthuset Studie 2, Copenaghen
Dei quattro posti, questo è stato l’unico con cui non ho avuto un buon impatto. È di fronte a una fermata della metro ma in mezzo al nulla ed è quadrato, buio e freddo quando arrivi. Poi però mi sono reso conto che è molto funzionale. La Koncerthuset, infatti, tiene ben 4 diverse venue, quella principale fatta a anfiteatro, dove la stessa sera del mio concerto c’era Asgeir, e le altre tre, tra cui lo Studie 2 dove sono stato io, normali sale con posti in piedi. La sala, anche qui da circa 700 persone, è stupenda, la presenza di parquet e di tante cose color legno chiaro ti dà davvero tanto calore. Il suono anche qui era davvero fantastico. Guardaroba gratis. Anche qui, concerto finito ampiamente in tempo per riprendere la metro e sono stati attenti a non farlo finire in contemporanea con l’altro per non creare code al guardaroba.
Casino de Paris, Parigi
Arrivi e ti trovi la hall di un teatro di classe. La platea non ha posti a sedere, sugli altri tre lati del palco si sono altrettante balconate di posti, che rimangono separate l’una dalle altre, quindi c’è la balconata frontale, dov’ero seduto io, e le due laterali. Non sono riuscito a farmi un’idea della capienza ma direi sulle 500 persone. La visuale sul palco da dove si è seduti è perfetta e il suono anche qui è bellissimo. Nella hall ci sono due bar e accanto al teatro c’è un posto che fa baguette molto buone.
The Hydro, Glasgow
Arena da 15mila persone bellissima nella struttura, con dei bei colori sul verde fuori quando arrivi, una logistica di entrata e uscita perfetta, una sistemazione dei vari bar e guardaroba perfetta e lo spazio concerti tondo e accogliente. Anche qui, si sentiva in modo fantastico. Glasgow aveva già la propria arena, il SECC, e l’Hydro l’hanno costruita lì di fianco per avere uno spazio più grande e più moderno. Anche qui mi sembra che in Italia si usi la stessa logica.

I CONCERTI
Mew @ Pustervik, Goteborg

Adoro i Mew principalmente per gli ultimi due dischi, mentre di quelli precedenti conosco giusto qualche singolo e non lo trov(av)o all’altezza di questi due splendidi album. Speravo quindi in un live più incentrato sulla roba recente, invece hanno spaziato in modo equilibrato per tuta la discografia, aggiungendo ovviamente qualche canzone nuova. Il bello è che sono stato completamente trasportato dal primo all’ultimo secondo del concerto grazie all’abilità del quintetto come live band, che mi ha anche fatto venir voglia di riascoltarle queste cose vecchie, per magari apprezzarle di più. Comunque questi musicisti meritano di essere considerati tra le migliori live band in circolazione, in particolare il batterista è mostruoso in come crea dei groove irresistibili. Tutti, comunque, svolgono il proprio ruolo come meglio non potrebbero e l’ora e quaranta di concerto è stata un continuo fiume in piena di emozioni. Bravi anche nell’intrattenere il pubblico, compito svolto dal cantante e dal chitarrista in inglese e dal bassista in svedese.
Tweedy @ DR Koncerthuset Studie 2, Copenaghen
Dopo 8 volte con gli Wilco, vedo Jeff Tweedy con un’altra band e parzialmente un altro repertorio. Il disco mi era sembrato indice di una voglia di provare a fare cose che un po’ si distaccassero ma non troppo dal repertorio del suo gruppo madre, in termini di songwriting e di produzione, e mi era sembrato interessante. Dal vivo la band ci sa fare e il suono è anche più pulito che su disco e forse sarebbe stata una scelta migliore produrlo così come suona live. Poi quando la band se ne va e Jeff rimane da solo a intonare solo voce e chitarra acustica un misto di classici degli Wilco, ripescaggi degli Uncle Tupelo e cover, c’è della vera e propria magia. Ottimo finale in cui torna la band con altre cover e “California Stars” che chiude spesso i concerti degli Wilco. Due ore di bellezza nelle quali mi sono sentito letteralmente in un altro mondo.
Lykke Li @ Casino de Paris, Parigi
L’artista per cui più mi sono speso in questa vacanza, come dicevo sopra, si avvicinava a questa data scrivendo su Facebook che era molto ammalata. Temevo arrivasse senza voce, invece la voce ce l’aveva eccome e intorno a sé l’impostazione del live ha mostrato personalità e quasi sfrontatezza in tutti gli aspetti. Mi riferisco in particolare alle luci, con profondi contrasti tra ombre e neon in modo che sul palco non si vedesse quasi niente di quello che succedeva: detta così sembra una stupidata, ma giuro che l’effetto visivo mescolato alla suggestione della musica era di grandissimo impatto. Poi suono caldo, lei appunto ottima al canto, salvo un paio di piccolissime sbavature nella parte finale, e molto interessanti le scelte su come riprodurre le canzoni, visto che tra il passato dell’artista e il suo presente ci sono delle belle differenze. Ogni tanto era tutto come su disco, altre volte, invece, passato e presente si venivano incontro creando sempre un grandissimo risultato. I 75 minuti di durata totale possono sembrare pochi, ma sono stati densi e intensi come raramente avviene. Dal punto di vista del rapporto con il pubblico, lei verso la fine si è lasciata andare, in modo tutto suo, non sempre rispettando il protocollo ma assolutamente senza filtri nel senso positivo dell’espressione.
James + Starsailor @ The Hydro, Glasgow
Dire che adoro gli Starsailor non basta a far capire l’intensità del mio amore verso questa band, e ritrovarmeli sul palco in questo stato di forma mi ha dato i brividi che giuro mi scuotevano le punte dei capelli. Si percepiva soprattutto la grandissima voglia di tornare a suonare assieme, che è stata perfettamente veicolata in un giusto equilibrio tra energia e pulizia. Lo stesso si può dire della eccellente voce di James Walsh, squillante e espressiva come e più di sempre. Setlist di sole 8 canzoni per 45 minuti con la prima metà che ha riprodotto fedelmente nell’ordine le quattro canzoni iniziali del disco di debutto – e non credo di dover spiegare come mi sentivo – e la seconda metà con tre singoloni come “Tell Me It’s Not Over”, “Four To The Floor”, “Silence Is Easy” e la solita chiusura con “Good Souls” e coda strumentale, nella quale James ci ha infilato un pezzo di “Tomorrow Never Knows”.
Dopo James, ecco i James, che entrano dal fondo dell’arena, si posizionano sugli spalti e intonano una versione acustica stupenda di “Lose Control”, poi salgono sul palco e sparano subito un altro colpo di quelli seri con “Seven”. Da lì si va avanti tra canzoni nuove, che tengono ottimamente la scena, e vecchie, con cui la gente si esalta. In particolare “Laid” è davvero irresistibile, e non è nemmeno tra le mie preferite su disco. Tim Booth ha un rapporto strano con la folla: da un lato ringrazia spesso per il grande riscontro in termini sia di applausi che di canti, ma dall’altro non apprezza un paio di comportamenti e lo dice con gentilezza e professionalità ma senza mezzi termini. Finale bomba col trittico “Tomorrow”, “Born Of Frustration” e “Sometimes”. Certo, di pezzi da novanta ne mancavano in scaletta, ma due ore di questo livello e con canzoni tutte così belle sono solo una benedizione, e chi si lamenta su twitter con la band – e purtroppo ce ne sono – non capisce niente e sarebbe meglio per tutti che se ne stesse a casa.

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Pubblicato il novembre 19, 2014 su Uncategorized. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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