Indietracks 2015: la magia si ripete sempre più forte

L’Indietracks è il secondo festival a cui vado per quattro anni di fila. L’altro è l’End Of The Road, e alla fine del quarto anno avevo avuto da lamentarmi di un sacco di cose, tanto che l’anno successivo non sono volutamente andato, poi per fortuna nel 2014 il festival si è riabilitato ai miei occhi e quest’anno non vado solo perché ho il viaggio in USA, se no sarei andato sicuramente. Beh, alla fine di questo quarto anno consecutivo di Indietracks sono più esaltato di quando ho iniziato e non vedo l’ora che vengano annunciate le date per il 2016, che tra l’altro segnerà la decima edizione.

I motivi di questa mia differente percezione sono principalmente due. Dal punto di vista organizzativo il festival è riuscito a rimanere uguale a se stesso ma senza mostrare immobilismo e anzi mutando intelligentemente la proposta musicale. Ci sono sempre i soliti punti in cui si suona (non tutti sono definibili esattamente “palchi”), sempre i soliti servizi (cibo, birre, spazio merchandising, spazi per ballare nel luogo del festival e nel campeggio, le piacevolezze legate ai treni del Midlands Railway Center), la solita gente, però gli organizzatori sono bravi a fare scelte che da un lato non sono scontate e dall’altro sanno accontentare la maggior parte dei presenti. Il secondo aspetto è possibile grazie alle ridotte dimensioni sia del festival che del giro indiepop in generale, per cui basta che nella messageboard di riferimento ci sia ampia richiesta di una o più band e non è troppo difficile contattarle, mentre la prima qualità è frutto della capacità del team organizzativo di stare sul pezzo, come notava un amico che quest’anno è venuto dopo diversi anni e si è proprio accorto di questa cosa.

L’altro motivo è proprio la presenza della solita gente, che ho conosciuto in questi anni in cui ho frequentato sia l’Indietracks che altri eventi più piccoli e che è sempre un piacere incontrare. Come dicevo già l’anno scorso, si tratta di gente con cui è proprio piacevole passare del tempo, chiacchierare e ballare. Penso che tuti abbiamo tra le nostre conoscenze persone con cui siamo contenti anche solo di stare in compagnia e per fortuna tutti quelli che ho conosciuto in questo giro fanno parte di questa categoria. Purtroppo qualcuno che avrei avuto piacere di vedere non c’era, ma erano comunque tante le persone amiche che ho incontrato lì e ho anche fatto qualche bella conoscenza nuova. Come l’anno scorso, non mi sono fatto mancare il party hard dopo i concerti, ma mi sono limitato al sabato, perché venerdì il viaggio in bus è stato lungo e estenuante e faceva freddissimo e la domenica ero devastato dai bagordi del sabato, ormai ho un’età, due notti consecutive di festa potente con una giornata di festival in mezzo non riesco a farle.

Il tempo è stato molto variabile: venerdì umido ma soprattutto freddissimo, davvero troppo anche per me che speravo di scappare dal caldo italiano, sabato era bello mentre domenica era piovoso ma per fortuna non freddo come venerdì. Ero comunque ben coperto e non ho avuto alcun problema, per fortuna poi quando era il momento di montare e smontare la tenda non pioveva.

Quest’anno ho esteso la vacanza alle notti precedente e successiva al festival soggiornando a Nottingham. Mi è piaciuta tantissimo, non è come le solite città inglesi dove passeggi per una o due vie e hai finito lì, ci sono diversi bei positicini da vedere e si passeggia piacevolmente anche per un tempo abbastanza ampio senza stufarsi. Come attrazioni ho fatto in tempo solo a visitare il cortile del castello, davvero stupendo, non è come un castello standard ma è davvero bello e diverso dal solito, vale la pena assolutamente visitarlo. Il tour delle caverne invece l’ho saltato, lunedì ero molto stanco e l’idea di stare lì a ascoltare spiegazioni sulle caverne per un’ora almeno non mi allettava molto. C’è anche un bel negozio della Rough Trade con annesso un caffè molto bello. A Nottingham mi sono anche goduto il warm up show del giovedì sera, con 5 gruppi che avrebbero suonato anche al festival. Tutto molto bello e il locale, il Chameleon, mi è piaciuto molto, con un’ottima selezione di birre locali, cosa che tra l’altro è ampiamente presente in tutti i pub della città.

Come acquisti al merchandising non mi posso lamentare, ho trovato tuti i vinili che volevo e ne ho presi un paio stuzzicanti che non mi aspettavo di trovare, soprattutto mi sono dato alle cassette, ormai sempre più irresistibili per me quando le vedo. Alla Rough Trade ho comprato la riedizione in CD della C 86, più stereotipo di così…

Ecco le consuete due o più righe su tutto quello che ho visto. Buona lettura.

Fever Dream: il giovedì sera a Nottingham si inizia con quelle che sempre più è la miglior proposta in giro di reinterpretazione moderna del rock shoegaze. Rispetto al bellissimo disco uscito a fine aprile si notano meno le raffinatezze negli arrangiamenti è c’è più impatto, come è giusto che sia essendo un live in un piccolo posto chiuso. Sempre e comunque bravissimi.

Lost Pets: c’è la mia amica Verity al basso e la canzone che avevo ascoltato mi piaceva, quindi sono molto curioso di questo quintetto femminile. La prova è ampiamente superata, grazie a canzoni ispirate melodicamente, con un bel suono e interpretate bene. Si tratta di indiepop rotondo e compassato ma che non manca di vitalità. Brave.

Eureka California: una ragazza voce e chitarra e un ragazzo alla batteria che fanno canzoni rock rumorose, di solito i duo fatti così mi sembrano sempre tutti uguali, ma loro invece mi piacciono molto proprio perché hanno soluzioni fuori dagli schemi ma con la logica giusta da potersi inserire perfettamente nel contesto canzone. Da seguire.

Bunnygrunt: loro sono una band completa e non sono troppo diversi dal duo precedente, mi colpiscono un po’ meno ma comunque li trovo interessanti.

Evans The Death: il disco mi piace, dal vivo c’è qualche problema, nel senso che sia la voce che il suono sono un po’ piatti. Non male ma dopo una serata di suoni prettamente elettrici il fatto che loro si pongano su un livello inferiore me li rende faticosi da ascoltare fino alla fine.

Fever Dream: il venerdì all’Indietracks inizia come la sera prima a Nottingham. La differenza è che il suono è più pulito e si disperde di più, quindi si notano meglio le raffinatezze di cui sopra. In ogni caso, mi piacciono sempre tantissimo.

The School: li avevo visti al mio primo Indietracks e non mi avevano fatto una bella impressione, per colpa soprattutto di canzoni troppo banali. Ora invece ci sono l’eleganza e la classe giuste affinché una proposta di stampo retrò come la loro meriti comunque di essere ascoltata. Grande interpretazione e curiosità per il nuovo disco in uscita a settembre.

Cinerama: avevo già visto David Gedge coi Wedding Present e qui ovviamente la proposta è più pop e il suono rotondo. Ci sono sempre l’esperienza e il piglio giusti che rendono il live coinvolgente dall’inizio alla fine. Una sicurezza.

Cristina Quesada: il sabato si inizia in chiesetta con Cristina accompagnata da Andreas degli Alpaca Sports e da qualche base registrata. L’artista spagnola conferma anche dal vivo la caratteristica più importante del suo disco, ovvero una vocalità che unisce classe e sensibilità in modo raro, con un’estensione non indifferente e la capacità di non essere troppo zuccherosa ma avere la giusta quantità di concretezza. Purtroppo devo abbandonarla dopo un quarto d’ora, ma non mi posso perdere i miei idoli Los Bonsais.

Los Bonsais: loro invece, duri e puri, rimangono solo con chitarra elettrica, basso e batteria, anche se il disco ha qualche suono in più. Si perde un po’ in varietà ma si guadagna in impatto live, loro suonano molto compatti e le canzoni ovviamente sono bellissime. Con loro ormai sono di parte, ma credo sia impossibile negare la solidità di questo live.

Rémi Parson: conosco bene il synth pop di Rémi, sia su disco che dal vivo, e mi fa sempre piacere riascoltarlo. Anche questa volta vale lo stesso, se vi piace l’idea di suoni tipo 8 bit arricchiti da chitarre acustiche non vi potete perdere questa proposta che merita davvero molto.

Lost Pets: le rivedo volentieri, anche qui rispetto a Nottingham il suono è più pulito, rimangono i pregi che ho notato due giorni prima.

Jack Hayter: il mio primo set acustico nello spazio merch non può che essere per questo ex membro degli Hefner. Ignoravo che si fosse dato anche lui alla carriera solista e invece ha due dischi in vendita, che ovviamente compro. Tra l’altro visto che Darren Hayman è presente al festival, speravo che lo raggiungesse per suonare qualcosa degli Hefner stessi, ma ciò non avviene. Comunque le canzoni di Jack sono belle e lui ha una gran voce, quindi ho fatto bene a presenziare qui.

Desperate Journalist: una cosa pazzesca, davvero non mi viene in mente altro per descriverli. Se state leggendo qui probabilmente li conoscete, ecco pensate alle aspettative più alte che possiate avere su come possano venire le canzoni dal vivo e sappiate che il live le supererà. Davvero un qualcosa di esaltante e, ripeto, pazzesco.

The Haywains: nonostante l’assenza per motivi di salute della seconda voce Rachel, questi indiepoppers di vecchia scuola mettono in piedi uno spettacolo fantastico. Hanno un tiro, un’energia e la capacità di veicolare il tutto in modo diretto e efficace che molti giovani si sognano. Musicisti esperti ma vitali come dei ragazzini e che si divertono un mondo e di conseguenza fanno divertire. Purtroppo abbandono gli ultimi dieci minuti per via del clash coi Tigercats.

Tigercats: mi perdo l’inizio sempre per via del clash, ma mi godo comunque una band che dal vivo conferma gli enormi miglioramenti del nuovo disco. Melodie mozzafiato e un suono lussuoso e ricercato senza perdere mai il carattere pop della proposta. Una gioia per le orecchie, semplicemente.

Colleen Green: dopo un trio clamoroso come quello che mi sono appena goduto, sarebbe difficile per chiunque fare una buona impressione. La musica di Colleen non sarebbe neanche male, sempre varia e interessante, ma il live manca di mordente e intensità e soprattutto il suo atteggiamento ostentatamente annoiato toglie ogni empatia. Se non te ne sta fregando un cazzo a te, figurati quanto può interessare a me.

Owl & Mouse: secondo set acustico al merch per questa band a cui ho comprato il disco d’esordio sulla fiducia e ho fatto decisamente bene. Lo so che dal vivo sono bravissimi e anche in questa versione super essenziale in trio non deludono. Grandi canzoni e grande cuore nell’interpretarle.

The Pains Of Being Pure At Heart: li rivedo in formazione a cinque, con il ruolo di tastierista e voce femminile occupato da Jen Gonna degli A Sunny Day In Glasgow, cioè colei che ha registrato il disco. Come interazione con la voce di Kip rimango convinto che sia più adatta Jessica dei Fear Of Men, ma quando Jen canta da sola è uno spettacolo. Il resto della band suona bene come sempre e l’atmosfera è di grande festa, con la cover finale di Laid dei James che spacca davvero tutto.

The Hi-Life Companion: entro in chiesetta la domenica a caso e ne esco con una nuova band che voglio seguire. Il pop rotondo arricchito dal violino e dalla tromba è proprio fatto come piace a me. Purtroppo abbandono dopo un quarto d’ora che ci sono i miei amici Firestations, ma mi riprometto di riascoltarli presto.

Firestations: tra le persone più simpatiche che si possano incontrare nel giro, sono anche molto bravi. La loro è una proposta elettrica, un po’ cupa e malinconica e tendente più al songwriting che non al pop. L’ascolto perfetto per la leggera pioggia che sta cadendo, e me li godo con molto trasporto anche perché il suono esce in modo meraviglioso. Anche qui abbandono prima perché ci tengo anche ai Fire Island Pines, ma sono comunque molto contento di ciò a cui ho assistito.

Fire Island Pines: anche qui elettricità ma più ritmo e più pop, con grande uso di giri di tromba a arricchire. Assoluta conferma anche in questa occasione delle grandi qualità di questa band.

The Catenary Wires: adoro quest’ultimo progetto di Amelia Fletcher e del suo compagno Rob Purley e anche la loro proposta è perfetta per il clima leggermente piovoso. Anche qui, quindi, mi piazzo in prima fila e me li godo un sacco.

Colour Me Wednesday: scoperti al mio primo Indietracks, li ho sempre seguiti e finalmente posso rivederli conoscendo tutte le canzoni. Sono tra le band di tutto il giro di cui sono più fanboy, quindi davvero il mio giudizio non vale, ovviamente sono davanti a agitarmi e a sparare pugni in aria come mi piace fare ed è tutto di una bellezza esagerata, anche se la voce di Jennifer si sente poco per colpa di un cattivo bilanciamento dei suoni. Tocca anche qui abbandonare un pochino prima, ma ci sono i Fireworks del mio amico Matthew che mi piacciono anche loro tantissimo.

The Fireworks: a livello proprio di live band sono stati tra i migliori e mi hanno davvero impressionato. Danno un corpo fantastico alle loro canzoni quando le interpretano dal vivo. Uno stile di cui è senz’altro facile cogliere i riferimenti ma che non manca di personalità, come si nota anche dalla riuscitissima rielaborazione di 1970 degli Stooges.

The Tuts: mi piacciono un sacco e hanno suonato tantissimo in questi anni, quindi dal vivo sono un macchina perfetta. Peccato abbandonarle dopo un quarto d’ora, ma i Popguns in acustico nello spazio merch non me li posso perdere.

The Popguns: due cose non sono mai mancate a questa band: le grandi melodie e l’immensa sensibilità vocale. Queste doti risaltano ancora di più in questo acustico ed è semplicemente Paradiso.

Frida & Ale: finalmente un progetto in cui sono coinvolti musicisti italiani e che oltretutto mi piace molto. In realtà rispetto al disco le canzoni sono suonate molto più elettriche e poi ci sono anche cover delle Rough Bunnies (il gruppo precedente di Frida) e dei Soda Foutain Rag (la band della batterista). Il set è di grande fascino e c’è una bella atmosfera, nonostante sia necessario qualche aggiustamento in corsa, dovuto al fatto che i musicisti si sono uniti per il piacere di suonare assieme ma materialmente avevano provato pochissimo. Quando c’è talento e voglia di fare i risultati arrivano comunque.

Euros Childs: le sue canzoni sono senz’altro più convenzionali rispetto a quelle dei Gorky’s ma comunque c’è una certa capacità di proporre un suono ricco e non scontato. Il live è bello e avvolgente e suona davvero molto ma molto bene.

Martha: idoli dell’Indietracks, raccolgono un gran pubblico adorante. A me piace molto il loro modo di fare punk-rock tendente all’indiepop e il live è davvero incendiario. Qualche problema di voci che non sempre si sentono non inficia la buona riuscita del set, con i quattro che alla fine dell’ultima canzone abbandonano il palco con crowdsurfing, un bel modo per farsi volere ancora più bene da una platea che li adora come pochi altri.

The Go! Team: la merda. Un suono davvero brutto da sentire, con una parte vocale che se possibile è peggio, il tutto su canzoni che non sono né belle né brute, ma semplicemente non esistono. Io non so come possa piacere questo schifo, invece la maggior parte dei commenti sono stati positivi, boh, sarò io.

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Pubblicato il luglio 29, 2015 su Uncategorized. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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