DIY London Popfest 2016

È ormai qualche anno che partecipo con buona continuità a eventi indiepop e la prima edizione di questo weekender londinese mi attirava particolarmente per diversi motivi. Innanzitutto l’idea di poter unire la visione e l’ascolto dal vivo di diverse band che conoscevo unita alla possibilità di scoprirne tante altre che invece mi mancavano, poi la possibilità di vedere finalmente una venue dove suonano un sacco di concerti che mi interessano come lo Shacklewell Arms, infine la voglia di rivivere la bellezza dell’atmosfera che si crea in questo tipo di rassegne. Ammetto che quando ho prenotato non avevo ben ponderato cosa significasse vedere 28 gruppi dal vivo in tre giorni, in termini di stanchezza che una roba del genere inevitabilmente porta; una volta usciti gli orari mi sono ben reso conto di quanto sarebbe stato impegnativo il weekend ma ormai la scelta l’avevo fatta.

 

Devo ammettere che i 12 gruppi del sabato sono stati un po’ troppi proprio dal punto di vista di quante energie fisiche e mentali ti porti via assistere a un numero così elevato di band diverse. Ok che non c’è calca, ok che i concerti durano poco, però sono comunque tanti gruppi diversi, tutti in uno stesso posto piccolo. Una cosa è stare in un festival, dove hai ampi spazi, cambi palchi e puoi facilmente sdraiarti per rilassarti intanto che ascolti la musica live. Qui per ascoltarla devi stare in piedi in una saletta piccolina un po’ buia e non hai altre possibilità. Dopo un po’ entri in una specie di loop e ti sembra di essere finito in un mondo parallelo, e meno male che gli ultimi gruppi mi piacevano molto, se no non so come avrei fatto. Domenica erano solo 10, e si potrebbe pensare che in fondo non cambia molto, ma in realtà i due in meno hanno fatto tutta la differenza del mondo. Certo, mi si potrebbe dire che avrei potuto saltare qualcosa, ma del resto sei lì, i concerti li vuoi vedere, se no te ne stavi a casa. Ovviamente se qualcosa non mi entusiasmava uscivo dalla sala e cercavo un posticino in cui sedermi e rilassare le caviglie.

 

Nel complesso mi sono divertito, perché su 28 gruppi ce ne sono stati sicuramente più di 20 che mi sono piaciuti del tutto, e degli altri solo uno mi ha fatto proprio cagare. Poi la venue mi è piaciuta molto, è un pub con ottima cucina, discreta selezione di birre e staff carinissimo, l’ostello in cui ero era anche bello e anche qui merita di essere menzionato lo staff fatto di persone davvero molto gentili, inoltre mi sono goduto un po’ di piaceri birrari e gastronomici intorno all’evento. Nello specifico, le colazioni al bar collegato all’ostello erano molto buone, così come lo è stato il pranzo della domenica in un ristorante turco vicino all’evento (la zona era monopolizzata da negozi turchi e quindi ho giustamente voluto provare il cibo), e ho poi finalmente provato un pub di Londra di cui avevo sentito parlare bene e effettivamente è diventato il mio preferito in città per una selezione di birre davvero straordinaria. Mi sono goduto la vita, insomma.

 

È andata meno bene del solito sull’aspetto di socializzazione, un po’ perché di gente che già conoscevo ce n’era poca, un po’ perché i concerti si susseguivano, come ho detto, e per come sono fatto io quando un gruppo suona io lo ascolto. Normalmente in questi eventi le chiacchiere le faccio finiti i concerti, ma visto quanti erano, appena finivo me ne scappavo a dormire. Ho comunque rivisto volentieri un po’ di bella gente, musicisti e non, persone che è sempre bello vedere e che continuano a loro volta a mostrarsi contente di vedermi, il che ovviamente mi fa sempre molto piacere.

 

Sulla musica, il discorso generale che posso fare è che ormai l’indiepop ha preso sempre più la piega verso il proprio lato ruvido e punk a discapito di quello morbido e melodico. Il genere ha sempre avuto queste due anime, solo che da ormai diverso tempo la prima ha preso il sopravvento sulla seconda. A me la cosa un po’ dispiace, perché non c’è niente di meglio di una bella melodia che ti prende il cuore con un suono semplice ma che sa farti sognare, però vabbè, magari un giorno tornerà. Per ora mi godo quello che c’è, che in tanti casi è comunque molto buono.

 

Ecco due parole per ognuno dei gruppi, qui potete ascoltare una canzone per ogni band, se volete farvi un’idea. Buona lettura.

 

Breakfast Muff: si comincia senza infamia e senza lode con un po’ di ruvidezze e feedback, carucci, niente di più.

 

Tin Ten Yen: musicista solitario che fa del pop molto gradevole aiutandosi con una serie di campionamenti e suonicchiando qualcosa qua e là, intrigante.

 

Neurotic Fiction: bell’equilibrio tra rock n roll, ruvidezza e velo cupo. Belle armonie vocali, bei suoni, belle canzoni, bello tuto.

 

Makthaverskan: tra tutti i gruppi che non conoscevo prima di sapere che avrebbero suonato qui erano quelli su cui avevo più aspettative e non mi hanno deluso. Anche dal vivo, infatti, hanno reso perfettamente il loro pop con melodie, qui sì, cristalline e una parte musicale molto dinamica e ondeggiante. Fantastici.

 

Sacred Paws: un duo che punta molto sul ritmo, non sarebbero male ma è praticamente la stessa canzone per tutto il tempo.

 

Cat Smell: molto classici, sempre dal punto di vista dell’indiepop un po’ più lo fi, si lasciano ascoltare.

 

Peaness: tre ragazze giovani, melodie già ottime, suono fresco e coinvolgente, mi sono proprio piaciute.

 

Crossmakers: un po’ più robusti e cupi e molto interessanti soprattutto per le armonie vocali a cui prendono parte tutti e tre, compresa la batterista.

 

Whitebelt: vorrebbero creare un mix diverso dal solito tra chitarre e tastiera e anche tra batteria e ritmiche digitali, l’idea è buona ma nella pratica ancora non ci riescono, magari prima o poi.

 

Wolf Girl: tra mi migliori tra quelli che non conoscevo, pop-punk tipo Spook School con canzoni interessanti e efficaci, davvero capaci di coinvolgere molto chi li ascolta.

 

T-Shirt Weather: anche loro sono più sul lato punk e dal vivo hanno un bell’impatto, suonano e cantano bene e le canzoni ci sono, già mi piacevano su disco e dal vivo si sono confermati.

 

Seconds: loro invece sono più sul lato post-punk, non sarebbero male ma alla lunga mi sembrano un po’ piatti e non mi prendono.

 

Two White Cranes: Roxy viene da Bristol e suona in diverse band ma ha anche questo suo progetto solista molto valido. Dal vivo suona un po’ da sola, e quindi fa prevalere il lato acustico, e un po’ con basso e batteria, in entrambe le situazioni, bellissima voce e ottime canzoni.

 

Try The Pie: altra ragazza da sola, stavolta statunitense, usa solo la chitarra elettrica e anche qui voce e canzoni sono valide, anche se un po’ meno rispetto alla musicista precedente.

 

T.O.Y.S.: sono un fan accanitissimo di questa band e vorrei tanto che li conoscessero in tanti e che soprattutto questi tanti venissero a vederli dal vivo, perché un groove irresistibile come il loro oggi non esiste, a qualunque livello e giuro che non sto esagerando. Se ascoltate le canzoni su disco magari non esce, e comunque vale la pena dare loro una chance, ma è il live che fa letteralmente impazzire.

 

Milky Whimpshake: questi veterani di solito mi piacciono ma a sto giro sono partito molli e sembrava fossero lì a fare il compitino senza metterci passione, poi un po’ si sono ripresi però boh, mi aspettavo di più.

 

Kid Canaveral: ecco una band che finalmente non ha paura di fare pop-rock, perché di questo si tratta, con chitarre dal suono forte e arioso, una voce pulita e forte allo stesso tempo e melodie rotonde e ampie. Anche qui già li conoscevo ma il live me li ha fatti apprezzare molto di più.

 

Maybe Don’t: ottimo inizio la domenica con questo trio che ricorda un po’ gli Weezr in salsa indiepop. Bravi e coinvolgenti.

 

Camp Shy: ecco loro proprio no, ok lo slacker, ok il fuzz, ok la ruvidezza, però devi essere un minimo capace, questi invece erano solo pretenziosi.

 

Oh Peas: donna gallese da sola, molto classica e morbida, si lascia ascoltare, niente di più.

 

Good Grief: bei chitarroni ma finisce lì, non hanno niente che meriti di essere ricordato.

 

Otoboke Beaver: queste quattro giapponesine sono arrivate, hanno spaccato tutto e sono andate via da trionfatrici. Poco pop e quasi tendenti al noise, ma non è un rumore a caso il loro, è tutto anzi sempre molto strutturato, con arrangiamenti tutt’altro che banali e suonati ottimamente con grande perizia tecnica. In più sul palco sono scatenatissime e nessuno può resistere.

 

Dirtygirl: ecco qui delle belle melodie, con un suono semplice ma efficace, purtroppo sono stati martoriati da problemi tecnici ma si è comunque sentito che ci sanno fare.

 

Haiku Salut: posso dire a me stesso quello che voglio, ma se sono venuto qui è soprattutto per loro e mi hanno emozionato come mi aspettavo. Hanno un talento unico, canzoni incredibili e tanta fantasia. Sono poi così preparate come musiciste, che quando sono arrivati dei problemi, li hanno risolti al volo con una naturalezza estrema, le adoro e in tutto questo ambito credi di adorare solo gli Allo Darlin come loro.

 

Chorusgirl: già apprezzati live lo scorso dicembre, mi sono piaciuti anche di più qui, in una sala dal suono senz’altro migliore. Bella voce, belle canzoni e buona capacità di proporre un suono elettrico e un pochino cupo quanto basta.

 

Soda Fountain Rag: conosco questo progetto norvegese solo dalla scorsa estate, ma subito mi è piaciuto tantissimo e sono contento che quest’anno sia tornata e che potrò vederla diverse volte, lui e la sua band nella quale ci sono anche due italiani. Il live ha un suono più forte rispetto al disco e ci sta tutto, la voce è tra le migliori in circolazione e le canzoni nuove sono bellissime.

 

Trust Fund: si chiude con uno dei migliori live del weekend, anche loro puntano sull’energia come tanti però c’è un livello davvero alto, con armonie vocali e strumentali azzeccatissime e un tiro complessivo davvero di grande impatto. Sono contento di poterli rivedere quest’estate.

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Pubblicato il maggio 2, 2016 su Uncategorized. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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