Indiefjord 2016: emozioni indelebili

Due anni fa avevo aderito all’invito della mia amica Silja a recarmi al festival che lei e l’allora fidanzato Mattias avevano organizzato con lo scopo principale di invitare un po’ di amici dalle loro parti, un po’ a suonare, un po’ a ascoltare, tutti insieme a godersi la magia del luogo e dello stare in compagnia di belle persone. Era stato uno dei weekend più irreali e emozionati che avessi mai vissuto, e c’era quindi tanta voglia di tornare. L’anno scorso non ce l’avevo fatta, ma stavolta mi sono organizzato con grande anticipo e sono tornato, partendo anche un po’ prima per visitare la cittadina di Alesund, quella dove si atterra quando si deve andare all’Indiefjord. Il risultato è stata una vacanza tra le più intense che ricordi: certo, mi è costata qualche soldo, però le emozioni di questi giorni me le sento già indelebili addosso.

 

Alesund è una bellissima cittadina, caratterizzata dal fatto che tutti gli edifici del centro sono in stile art nouveau. Un incendio distrusse tutto nel 1904 e al momento di ricostruire, quello era uno stile architettonico che stava conquistando attenzioni, così spontaneamente, chi costruiva seguiva quello stile. Il risultato è che ovunque ci si ritrova circondati da edifici decorati con minimalismo ma allo stesso tempo gusto e stile, e il colpo d’occhio d’insieme è spettacolare. Aggiungeteci poi le vedute mozzafiato del fiordo e vi trovate in un posto dove magari non ha senso stare per più di un paio di giorni, però quelle 48 e qualcosa ore vengono vissute davvero benissimo, fattore economico a parte.

 

Bjorke, il villaggio dove si svolge l’Indiefjord, mi ha dato la sensazione di essere uno di quei posti in cui ti senti subito a casa e, tornandoci dopo due anni, mi sentivo come se in realtà me ne fossi andato da lì giusto ieri. Il festival è molto cresciuto in questi due anni, sia sotto l’aspetto puramente organizzativo che dei servizi offerti agli ospiti. C’è ancora più attenzione alle attività giornaliere, in tanti posti puoi comprare da mangiare e pagare con carta di credito (due anni fa ci si doveva portare il cibo da fuori e esistevano solo i contanti), gli spazi per rilassarsi sono molto meglio strutturati, con tanto di pub e caffetteria. L’unico punto debole di tutto il festival era l’acustica della sala dei concerti serali, ebbene Silja quest’anno ha assunto un service professionale e si sentiva in modo perfetto e spettacolare. C’è stata una crescita anche dl punto di vista del pubblico: noi da fuori siamo più o meno gli stessi come numero, ma i locali sono prepotentemente aumentati, così il sabato sera era sold out in prevendita e anche la domenica era bella affollata.

 

Uno degli effetti principali dell’aumento di pubblico è stato l’essersi goduti in pieno di dj set dopo i live. Due anni fa non ballava praticamente nessuno, qui invece grandi danze e party fino a ore tardissime. La musica, come spesso avviene agli eventi indiepop, aveva poco a che fare col genere ma era più pop nel senso amplissimo del termine. Io sabato ho mollato un po’ prima, ma erano comunque le 2, mentre domenica ho tenuto brillantemente fino alla fine, ben oltre le 3, con tanto di stage invasion finale e gente che suonava la batteria. Grande merito alla mia amica Natalie di aver trovato subito il tipo di musica che potesse piacere a più gente possibile e aver tenuto la barra alta nel miglior modo possibile, del resto lo fa da tantissimo tempo e l’esperienza si è vista tutta.

 

La lezione principale che si impara dal modo in cui il festival si è evoluto è questa: se fai le cose col cuore, senza altro fine che non sia quello di stare bene e di aumentare la positività, e ovviamente hai anche le competenze giuste, i progetti migliorano e diventano sempre più speciali. Silja può contare sull’apporto di una comunità locale e di una famiglia che le danno il massimo del supporto, e dire massimo non rende davvero l’idea del lavoro collettivo che fanno tutti, però se lo merita proprio per la purezza d’animo con cui ha deciso di iniziare a fare questa cosa e di portarla avanti nel corso di questi anni.

 

Una nota sulla birra: ho davvero bevuto benissimo. Conoscevo già alcuni birrifici norvegesi (Nogne, Lervig, 7Fjell), e qui ne ho potuti assaggiare altri tutti molto validi (Grim & Gryt, Troll, Geiranger, Austmann). Grim & Gryt l’ho potuto approfondire bene perché tenevano una degustazione lì al festival e mi è piaciuto molto, soprattutto dal punto di vista della personalità, non rimangono mai perfettamente fedeli allo stile ma aggiungono sempre qualcosa di proprio e sempre con costrutto. Certo, qui il fattore prezzi vale ancora di più che per altri aspetti, diciamo che sei in vacanza e decidi di trattarti bene.

 

La cosa più bella dell’Indiefjord, però, è ovviamente stare con la gente. Due anni fa non conoscevo quasi nessuno, stavolta ne conoscevo un po’ di più, però comunque lì si è in un posto talmente magico che si è spinti ancora più del solito a fare amicizia. La mia amica Tansy mi ha detto che secondo lei io sono quello che parla con più gente diversa in tutto il festival, e probabilmente è vero, ma da sempre il mio grado di socievolezza è molto influenzato dall’ambiente in cui mi trovo e davvero non c’è niente che mi spinga di più da questo punto di vista di quel posto lì.

 

Dal punto di vista musicale, anche qui le cose sono cambiate. Due anni fa erano stati invitati per lo più band di amici quindi si insisteva molto sull’indiepop, quest’anno ci sono state centinaia di application e Silja ha scelto molte proposte più legate al songwriting, nel senso ampio del termine. Tanti set acustici o comunque molto morbidi e pochi invece che avessero anche un minimo di energia, che comunque non è mancata, con le cose più allegre e ritmate messe intelligentemente alla fine di ogni serata. Non mi aspettavo tutta questa tranquillità, ma ne sono rimasto contento, un po’ perché quello è un tipo di musica che mi piace e poi perché si adattava molto all’ambiente. Ovviamente conta anche il fatto che fossero tutte proposte di buona o ottima qualità.

 

Mi lancio ora nella classica breve descrizione band per band:

 

Ulises Palacio: ragazzo argentino che è venuto lì per far visita al proprietario di uno dei due ostelli con cui è amico e si è portato la fidanzata che faceva sessioni di yoga aperte a tutti la mattina (uno degli esempi che rende questo evento davvero unico): non ho ben capito se le canzoni fossero sue o di altri, in ogni caso ottima sensibilità nella voce e nel suonare la chitarra.

Benjamin Southworth: sempre voce e chitarra acustica, è il tipo di musicista a cui piace andare fuori dagli schemi e coinvolgere il pubblico, un set pieno di simpatia e vitalità (e una persona tra le più simpatiche e vulcaniche del weekend).

David Callahan: il leader dei Wolfhounds si conferma autore e interprete di classe.

Ingrid Karoline Snoge: piacevole ma nulla più, un po’ troppo educatina e calmina.

The Jet Van Set: Owen dei Finmark! ha lasciato da parte il progetto The French Defense e riparte con questo, che ha un sound ben diverso e lontano dal binomio voce e chitarra acustica che invece porta qui. Si capisce che le melodie e la voce sono sempre buone, però proposte così le canzoni indubbiamente perdono qualcosa.

Avind: in pratica, una versione ammorbidita e con voce femminile dei Kent degli anni Novanta, e già solo questo può bastare a far capire se mi sono piaciuti o no.

Davina Shell: faceva parte egli ottimi Ahs e ora è in giro da sola con canzoni che ancora sembrano un work in progress ma con uno stile sicuramente intrigante e personale, brava.

Joe Innes & The Cavalcades: trio semiacustico senza batteria, belle canzoni e belle armonie.

Robert Post: norvegese, a quanto pare una volta era molto popolare, comunque grande carisma pur con solo voce e chitarra e splendida cover di There There.

Soda Fountain Rag: live eccellente come a Londra due mesi prima, io li amo e loro amano me e insomma vero che non potrei mai parlarne male, però sono certo che chiunque li ascolti su disco o dal vivo non potrà che apprezzarli, sono troppo belli e bravi.

Tuts: set bomba, con la gente che le conosce poco ma che pian piano si scatena e balla con enorme energia, loro fanno quello che sanno fare meglio, ovvero spaccare i culi, e le canzoni nuove promettono benissimo, il disco esce a settembre e sarà una delle uscite indiepop dell’anno, sicuro.

Crying Day Care Choir: trio svedese che scalda l’atmosfera domenicale nel fienile all’ora di pranzo, belle melodie e tante vibrazioni positive.

Dead Flowers: voce e chitarra e molto americana oriented, nel fienile ci sta perfettamente, un bell’ascolto anche se non ho notato canzoni particolarmente incisive.

Elin Grimstad & friends: Elin è spessissimo presente a questi eventi ma stavolta ha messo in piedi una cosa speciale, un live nella chiesa del villaggio con tanti ospiti e un sacco di strumenti diversi, compreso l’organo della chiesa. Bellissimo tutto. Più tardi è stato poi proiettato il corto di animazione della stessa Elin, intitolato Eternal Hunting Grounds, molto ben fatto, un lavoro dal forte impatto poetico.

BOYS: ottimo modo di mescolare un impianto musicale pop-rock con un bel tocco dreamy e un timbro vocale effettato in maniera tale da dare un particolare equilibrio tra l’essere consistente e etereo. Tutto fatto molto bene e tanta voglia di ascoltare l’EP che esce tra un paio di mesi, poi sono amici di Oscar ed è un punto in più.

Lowpines: songwriter classico, suona un po’ da solo e un po’ con altri musicisti, grn classe e il giusto impatto emotivo.

Feivel: l’artista svedese si presenta in trio e consegna al pubblico un live da ricordare, grazie a una personalità e a un’emotività che si incontrano raramente. Ha solo una manciata di EP all’attivo ma dovrebbe arrivare l’album più avanti e sono certo che sarà attesissimo da tutti quelli che erano lì.

Lyla Foy: rispetto al disco e a quando l’avevo vista all’end Of The Road il set è molto asciutto e calmo, comunque la classe non si discute e la sensibilità interpretativa nemmeno.

Red Shoes Diaries: indiepop classico ma fato perfettamente, con melodie e armonie vocali e strumentali di qualità senz’altro sopra la media.

Trust Fund: è stato bellissimo vederli da vicino e rendermi conto meglio di quanta cura dei dettagli e delle armonie ci sia dietro la loro proposta, il tutto va sempre comunque al servizio della resa dei brani e il risultato è che questo quartetto è una macchina da guerra.

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Pubblicato il luglio 12, 2016 su Uncategorized. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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