Yorkshire + Indietracks 2016: una vacanza indimenticabile

Luglio 2016, così come tutto quest’anno finora, è stato ricco di viaggi all’estero, così dopo la Norvegia erano in programma ben 10 giorni in Inghilterra. La scusa era che avevo un concerto a Leeds il sabato e l’Indietracks il weekend successivo, così invece di volare avanti e indietro nel giro di pochi giorni, ne ho approfittato per visitare posti a me nuovi. Ormai credo che di città inglesi con un minimo di nome mi manchino giusto Birmingham e Newcastle, anche se in realtà io vorrei fare un giro in Cornovaglia se potessi scegliere un luogo albionico ancora non visitato. Vedremo se ci sarà modo, ora intanto so che per quest’anno mi manca giusto la toccata e fuga a Malmo in novembre per i Kent e basta, quindi adesso sotto col controllo delle spese e della dieta.

Questi 10 giorni sono stati semplicemente incredibili. Lo Yorkshire, o quantomeno le città di Leeds, York e Sheffield, si sono rivelate posti perfetti per una vacanza, e hanno tutta l’aria di essere città dove si vive bene anche da residenti. Ho visto tante cose belle, mangiato e bevuto benissimo a prezzi ragionevoli (poi vabbè ho speso un sacco di soldi comunque perché purtroppo più passano gli anni e più ho voglia di trattarmi bene quando sono in vacanza), visto tanti bei concerti e incontrato un sacco di bellissima gente, che fossero italiani, inglesi, conosciuti, sconosciuti. Qui cercherò di mettere giù tutto per iscritto, sarà lunga, lo so.

Le città
Leeds ha la particolarità di avere un centro caratterizzato da palazzi con architettura vittoriana e solo per quello è bello passeggiare e guardarsi in giro, dopodiché è un must prendere il bus per visitare le rovine della Kirkstall Abbey e tornare verso il centro a piedi lungo il canale. York è praticamente un posto da cartolina, è stupendo ovunque ti giri, e pur essendo una piccola città, ha un sacco di posti, posticini e stradine da visitare e percorsi a piedi da seguire, c’è un po’ di sovraffollamento da turisti ma del resto ero un turista anche io quindi ho poco da lamentarmi. Per Sheffield ho avuto meno tempo per visitarla però mi è sembrata comunque carina.
In tutti e tre i casi ho dormito in ostello, quelli di Leeds e York li consiglio caldamente (Art Hostel e The Fort rispettivamente), mentre quello di Sheffield (Quick Stop) è buono ma ha la sfiga di trovarsi fuori dal centro e il trasporto pubblico non è esattamente il fiore all’occhiello della città.
Come dicevo sopra, in tutti e tre i casi mi sono trovato molto bene col mangiare e col bere. A Leeds si può andare sul sicuro nel senso che è facile capire se un posto è buono o una trappola per turisti, per York è un po’ più difficile perché c’è un’offerta talmente ampia che davvero si fa fatica, io mi sono fidato di alcuni consigli e me la sono cavata; anche a Sheffield avevo chi mi ha consigliato e mi sono trovato bene. Ho davvero avuto la sensazione che lo Yorkshire sia un’area gastronomica e birraria di grande interesse, o quantomeno mi sono goduto al massimo i pasti e le bevute.

La scena indie
Il contatto più forte l’ho avuto a Leeds, perché ho visto due concerti e avevo già un po’ di gente che conoscevo che mi ha presentato altra gente ecc… L’impressione è che dal punto di vista dei musicisti attivi ci sia davvero un grande fermento, mi è stato raccontato di uno che arriva da Liverpool tutti i weekend per suonare con due o tre band diverse, per esempio. La conseguenza è che di concerti se ne organizzano tantissimi, in modo totalmente DIY e con il coinvolgimento anche di personalità che non ti aspetti, tipo Ellis dei Trust Fund, band che ormai gode di una certa notorietà su scala nazionale ma direi anche internazionale (sempre rimanendo nella nicchia) o Hayley, una giornalista che recentemente ha scritto il suo primo articolo per il Guardian, insomma gente che in teoria avrebbe già i propri meritati riconoscimenti ma che si sbatte, investendo tempo e denaro, per far suonare la gente e mantenere vivo il suddetto fermento.
Il problema di tutto questo è che i concerti sono così tanti che il pubblico rischia di disperdersi: entrambi quelli che ho visto erano semivuoti e quasi nessuno è poi andato al merch per supportare a livello pratico le band. Giustamente immagino che non è che uno possa uscire di casa tutte le sere e mettere soldi in dischi di altri gruppi tutte le sere, per cui non so, io spero che continui a prevalere la voglia di mantenere viva la scena contro le inevitabili difficoltà economiche.
Vivendo e respirando di persona l’atmosfera della scena, penso anche di aver capito del perché, rispetto a qualche anno fa, il lato twee (termine da intendere in senso ampio) dell’indiepop sia ormai quasi totalmente in disuso: l’idea base “suoniamo e facciamo suonare il più possibile nonostante tutto”, ti porta inevitabilmente a sensazioni più spigolose, da esprimersi necessariamente con suoni e stili appropriati. Non è più il tempo di stare nelle proprie camerette a sognare a occhi aperti, è tempo di muovere il culo e sporcarsi le mani.
A York non ho visto concerti indie, ma da quello che mi raccontano le cose stanno allo stesso modo. A Sheffield ne ho visto solo uno e l’impressione è che anche qui la musica sia sempre la stessa. Il bello di questa ideologia DIY è che non è solo un aspetto estetico, ma essa è proprio insita nelle persone, così per queste venue e per chi organizza i concerti, il lucro è decisamente l’ultima cosa che interessa e c’è grande apertura e voglia di far sentire a proprio agio chi, come me, viene da fuori, come ho detto a Leeds poteva essere facile perché già un po’ di gente la conoscevo, ma anche a Sheffield, dove invece avevo giusto un contatto, ho avuto grande facilità a chiacchierare con chi era lì.

Il resto della gente
A Leeds ho passato la prima parte del soggiorno con amici italiani che vedo poco, anche perché una dei due vive a Manchester, e ho conosciuto il di lei fidanzato che è uno che ha più voglia di me di chiacchierare di musica, e penso di aver detto molto. A York e Sheffield ho incontrato amiche italiane che erano lì per vari motivi. In tutti questi casi sono stato molto bene ed è stato davvero bello condividere un pezzo del mio viaggio, che nel totale era più lungo rispetto alle mie abitudini, con loro.
A York ho fatto amicizia coi compagni di stanza dell’ostello, una cosa che non mi capita praticamente mai, e abbiamo fatto delle cose insieme. Si possono avere interessi completamente diversi ma se si condivide lo spirito con cui si fanno le cose, è un attimo che scatti quel qualcosa che rende lo stare in gruppo un vero valore aggiunto, anche se appunto non sapevi dell’esistenza di queste persone fino a poco prima. Mi ritengo molto fortunato nell’aver conosciuto queste persone.

L’Indietracks
Era la quinta volta che andavo e ancora non mi spiego come sia possibile che ogni anno l’intensità delle sensazioni che si provano non solo non sparisce, ma addirittura aumenti. Valgono sempre le stesse cose dette negli anni precedenti, ma ogni anno ti sembra che qualcosa sia migliorato. Stare coi miei amici di lì, alcuni dei quali vedo davvero solo una volta l’anno, è sempre più piacevole, inoltre quest’anno ho fatto più nuove conoscenze dai tempi del primo anno in cui ero andato lì senza conoscere nessuno o quasi. Dal punto di vista organizzativo, la scelta di chiamare qualche band in meno si è rivelata corretta, perché gli orari erano più rilassati, c’erano meno contemporaneità e insomma, ci si godeva il tutto col dovuto senso di relax. Sul cibo, credo che i chioschetti che ci sono ora rappresentino la giusta quadratura e mi auguro che rimangano così per sempre, sulle real ale siamo sempre su ottimi livelli, peccato invece che il sidro sia sempre più trascurato.
La grande novità di quest’anno per me è stato il fatto di aver ballato molto più tempo del solito nelle varie disco alla fine dei concerti e al campeggio. Di solito facevo tardi una notte su tre, quest’anno sono andato costantemente oltre le due di notte. Mi sono un po’ contenuto sul bere perché a fine vacanza avevo già dato in abbondanza e i soldini iniziavano a scarseggiare, ma è andata benissimo così, anzi magari è stato ciò che mi ha dato le energie e la voglia di fare party hard. A propostio della parte danzereccia, finalmente quest’anno c’era molto più indiepop rispetto al solito, e la gente ballava eccome, quindi si è avuta l’incredibile dimostrazione che se metti indiepop a un evento indiepop la gente – guarda un po’ – balla.

I concerti

Millennium Square, Leeds, 23 luglio
Indigo Project: trascurabili, e sono stato generoso.
Sherlocks: un po’ Jam, un po’ maximo Parl, un po’ Arctic Monkeys, magari la personalità non è il loro pregio migliore, però il talento c’è e le canzoni scorrono bene. Da seguire.
Bluetones: nel 2011 quando avevano già deciso di sciogliersi mi erano piaciuti, ma è evidente che ora sono molto più motivati dopo la reunion. Mark Morriss ha ancora quella voce lì e sa intrattenere ottimamente la folla, gli altri lo seguono a ruota in un’esecuzione impeccabile che rende piena giustizia a bellissime canzoni.
Shed Seven: Rick Witter è il solito mattatore irresistibile e la band è la solita macchina da guerra con tutti gli ingranaggi che girano a mille. Il supporto della piazza è infuocato come sempre e insomma, la solita festa piena di adrenalina e felicità.
Ocean Colour Scene: anche qui avevo come paragone solo il 2011 e anche qui molto meglio stasera, certo loro come intrattenitori non ci sanno proprio fare, ma suonano e cantano ottimamente e l’impatto emotivo è mille volte più alto, e con un qualità come la loro, il risultato è bellissimo.

Wharf Chambers, Leeds, 24 luglio
Horowitz: band storica che conoscevo poco, mi sono piaciuti tantissimo dal vivo e mi hanno messo tanta voglia di approfondire (leggasi acquistare al merch). Sono solo in due sul palco, chitarra e basso con una drum machine, lo stile è un indiepop tranquillo e cesellato, le canzoni sono molto belle e qui sono ben suonate e cantate. Bravi
T.O.Y.S.: come dico sempre, non credo ci sia una band oggigiorno che mi manda più fuori controllo di loro, forse se la giocano i !!! ma forse no. In ogni caso il loro groove è sempre più irresistibile e non posso fare a meno di ballare scatenato.
City Yelps: gran bel garage psichedelico, qualche incertezza nell’attacco di un paio di canzoni ma una volta che partono vano via belli dritti.
Expert Alterations: avevo tante aspettative e non sono rimasto deluso, questa è una band di grande qualità e dal vivo sa rivisitarsi in modo perfetto, con un sound più grosso che non snatura le ottime canzoni ma aggiunge una nuova dimensione a una proposta validissima.

Wharf Chambers, Leeds, 25 luglio
Elsa Hewitt: ragazza molto carina che fa un interessante ambient lo fi, non esattamente il mio genere ma mi è piaciuta.
Autobodies: indie-rock acido misto post-punk, gran tiro, esecuzione perfetta e ottime canzoni, bravi veramente.
Porridge Radio: un gran casino, ma molto ben organizzato, su disco sono un po’ più inquadrati, entranbi gli aspetti meritano comunque, ottima scoperta.
Evans The Death: li vedo poco, ma l’impressione è la stessa dell’anno scorso a Nottingham, ovvero non sono male ma non è che siano esattamente la miglior live band in circolazione.

Fibbers, York, 26 luglio
Tax The Heat: un bel rockone con voce potente per scaldare l’atmosfera, niente di particolare ma ci sta.
Ash: a Bologna lo scorso novembre mi erano sembrati un po’ fuori forma, stavolta invece sono in gran spolvero e la setlist è semplicemente perfetta. Tim Wheeler non è certo immune da stecche, ma l’energia è quella giusta quindi chi se ne frega. Serata esaltante.

Regather, Sheffield, 28 luglio
disclaimer: a un certo punto ero seriamente ubriaco, quindi magari qui i commenti sono meno attendibili
Pete Green: gran bel songwriter e ottima esecuzione, con un uso intelligente delle backing track. Bravo.
Maggie8: un po’ songwriting melodico con riverberi, un po’ psichedelia, mi piacciono soprattutto le armonie, sia strumentali che vocali.
Jessica & The Fletchers: stessa impressione rispetto a Madrid a marzo, ovvero un bel noise pop di ispirazione C-86, immediato e catchy.

Indietracks, 29 luglio (outdoor)
Nervous Twitch: ecco le spigolosità che vanno per la maggiore oggigiorno. Di positivo c’è una buona varietà, a conti fatti non sono rimasto particolarmente impressionato, però si lasciano ascoltare.
Simon Love & The Old Romantics: gran bel glam pop-rock, c’è il giusto grado di cazzonaggine ma c’è anche una sostanza fatta di buone canzoni ben suonate.
Spook School: il solito irresistibile e inarrestabile show dei quattro di Edimburgo, e la cover dei Vengaboys è una vera chicca. L’Indietracks è giustamente in delirio.

Indietracks, 30 luglio
Honey Joy (indoor): la peggior band di tutta la mia vacanza, si basano sui chitarroni ma il suono è fuori fuoco e la cantante è stonata come una campana.
Falling And Laughing (church): simpatico duo chitarra-batteria che propone un indiepop immediato e diretto ma non per questo banale, molto interessanti.
Dirtygirl (outdoor): il loro indiepop che rimanda ai Novanta alternativi d’Oltreoceano mi era già piaciuto a Londra tre mesi fa, ma qui c’è già un grande miglioramento. Precisione, calore e ottime canzoni.
Vacaciones (outdoor): li rivedo a quattro anni di distanza e mi piacciono molto di più della volta scorsa, ottimo jangle pop.
Soda Fountain Rag (indoor): la band è sempre più rodata e le dimensioni del live, molto più grandi rispetto alle volte precedenti, non intimidiscono i quattro, ma anzi li esaltano. Ragnhild, in particolare, è carichissima, a un certo punto canta “you can’t stop me, I’m the strongest girl in the world” e si capisce chiaramente che si sta sentendo davvero così.
Boys Forever (outdoor): il batterista dei Veronica Falls è qui sul pinte di comando, buone canzoni e buon live, niente per cui strapparsi i capelli ma vale la pena stare a vedere che potrà succedere.
Just Joans (merch): per me, la band che rappresenta più di tutte le altre l’Indietracks, o almeno il mio rapporto con questo evento. 5 volte che vado e 4 volte che li vedo, due in veste ufficiale e due in acustico al merch. Ogni volta l’emozione e speciale, ai limiti delle lacrime.
Flowers (outdoor): immensi come e più di sempre, le profondità liriche raggiunte da Rachel sono sempre più incredibili e Sam e Jordan ci mettono del loro interpretando perfettamente canzoni che probabilmente mostrano tutto il proprio potenziale solo dal vivo, ed è un potenziale per cui il limite è il cielo.
Po! (indoor): uno dei live più hypati del festival per la sua portata storica (la leader era una protagonista della scena negli anni Novanta ma non si vedeva in giro da tantissimo). Vedo poco perché si incrociavano coi Flowers, ma non mi sembra niente di speciale, poi magari sono io che non comprendo la portata storica dell’evento, ma sono contentissimo della scelta che ho fatto.
Bearsuit (outdoor): anche qui c’era molta attesa perché la band non si faceva vedere da tantissimo e anche qui sono tutti esaltati, ma io invece sono scettico, mi sembra tanto un’accozzaglia di suoni da sagra paesana ma dietro non ci vedo niente.
Emma Pollock (outdoor): rispetto ai Delgados e alle prime cose da solista, Emma ha cambiato approccio e ora è molto più una rockeuse, ma la classe non è acqua, per cui le canzoni sono ottime e il live pure.
Lovely Eggs (indoor): tre anni fa il live era stato incredibile, suoni perfetti e una voce di qualità eccelsa, purtroppo stasera le cose non sembrano stare allo stesso modo, non è male, per carità, ma non si avvicina per niente a quelle vette, così decido di infilarmi in chiesetta per i Secret Shine e faccio benissimo.
Secret Shine (church): terza volta che li vedo, in situazioni completamente diverse, e c’è una grandissima capacità di adattarsi al contesto per dare sempre e comunque agli spettatori un’esperienza non solo musicale, ma sensoriale a tutto tondo. Qui, in una chiesetta da poche decine di persone, c’è il giusto bilanciamento tra elettricità e sogno e si vola altissimi.
Saint Etienne (outdoor): i perfetti headliner da sabato sera. Sarah Cracknell ha classe e carisma, le canzoni sono irresistibili e il live è ben diviso tra beat/sample e parti suonate. Un divertimento in punta di fioretto, raffinato e col sorriso perenne.

Indietracks, 31 luglio
City Yelps (indoor): li rivedo volentieri e il set è migliore rispetto a una settimana fa, non solo per l’acustica del palco ma anche perché loro sono più in palla e tranquilli il giusto per andar via belli scorrevoli senza sbavature e con grande energia.
Witching Waves (outdoor): un bellissimo indie-rock graffiante e d’impatto, di quelli che ti coinvolgono e non te ne puoi staccare, tanto tanto bravi.
Lorna (indoor): qui invece siamo dalle parti di un dream pop con tanto di archi e flauto di quelli che piacciono a me, e questo in particolare mi piace tantissimo e me li godo sentendomi sospeso in un mondo tutto mio. Eccezionali.
Charlie Tipper Conspiracy (outdoor): gruppo relativamente nuovo formato da vecchie glorie della scena indie di Bristol (i membri di questa band erano in gruppi quali Flatmates, Groove Farm, Santa Cruz), sfruttano un buon ventaglio di sonorità con tanto di chitarra acustica e fiati per canzoni solide e interessanti.
Charla Fantasma (indoor): trio femminile dedito a un garage punk molto diretto e immediato e per nulla banale, anche qui un bel live solido.
Seazoo (outdoor): tra le band nuove sono quelli che mi solleticano maggiormente il palato e il live è una bella conferma, si sente meno l’influenza SFA/Gorky’s e si punta più sulle chitarre nude e crude, ma sempre ottime sia la qualità che la freschezza.
¡Ay, Carmela! (indoor): Carmela fa parte delle mie amatissime Colour Me Wednesday e il singolo che anticipava il disco un po’ ricorda lo stile della band madre, ma ascoltando queste canzoni live siamo invece da tutt’altra parte, ovvero su un rock cupo, intimista ma anche intenso e in qualche caso energico. Il live mi lascia un’impressione ottima.
Red Sleeping Beauty (outdoor): il set è lo stesso di Madrid, quindi un po’ di tracce registrate e un po’ di cose suonate live, e in più si aggiunge Julia (Jessica & The Fletchers/Papa Topo) per cantare, giustamente, su Mi Amor. Il clima sereno ma senza che faccia caldo è la cronice perfetta per le canzoni del duo svedese, ed è bellissimo lasciarsi coccolare da esse.
Haiku Salut (outdoor): anche qui, il fattore climatico è ideale per il set delle mie adoratissime, che si mostrano creative come non mai e capaci di dare emozioni come quasi nessuno. Suonano ben due canzoni nuove, che puntano più, rispetto al passato, su elettronica e ritmi vari, e per il resto è il solito campionario di delicate magie. Non so descrivere quanto le amo e ogni volta è sempre di più.
Darren Hayman & The Secondary Modern (outdoor): Darren si presenta in semplice trio chitarra-basso-batteria. Come gli Hefner, diranno i più attenti, e infatti ci sono ben 4 canzoni dalla vecchia band, e che canzoni! The Hymn For The Alcohol, I Tought You How To Dance, Pull Yourself Together e The Hymn For The Cigarettes, tutte eseguite in modo semplicemente wow. Per il resto, alcune canzoni della nuova uscita Thankful Villages e altre cose della sterminata carriera solista, tanta simpatia e gente che gli vuole bene.
Comet Gain (indoor): live impeccabile e emozionante da parte di questi veterani, che hanno dalla loro splendide canzoni e tanta voglia di suonarle al meglio. Il pubblico è completamente rapito e non manca di lasciarsi andare a scene di entusiasmo. Fantastici.
Aislers Set (outdoor): i veterani di San Francisco mostrano di essersi meritati lo slot da headliner conclusivo. Le canzoni sono di qualità altissima e loro le suonano con energia, sensibilità e attenzione ai dettagli. La chiusura perfetta per un festival e una vacanza semplicemente indimenticabili.

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Pubblicato il agosto 2, 2016 su Uncategorized. Aggiungi ai preferiti il collegamento . 1 Commento.

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