What we have, we know that they’ll never have: la mia storia con gli Allo Darlin

Ci sono band che apprezzo, o adoro, solamente, si fa per dire, per quello che mi danno quando ascolto le loro canzoni. Ci sono altre band che, invece, non si limitano a questo, ma sanno darmi qualcosa in più, magari nemmeno per meriti musicali, ma semplicemente per il modo in cui li ho scoperti, o l’aver conosciuto alcuni di loro di persona. L’esempio perfetto sono gli Allo Darlin, che hanno qualità musicali indiscutibili, ma che occupano un posto particolare nel mio cuore anche per altri motivi. Qui sotto ho deciso di lasciare per iscritto tutto quello che mi è successo in relazione a loro, adesso che hanno deciso di sciogliersi e che suoneranno l’ultimo concerto a dicembre.

 

Siamo nel 2010 e sono alla mia seconda partecipazione all’End Of The Road. Ho dieci minuti liberi e mi avvicino al palco più piccolo, dove stanno suonando, appunto, gli Allo Darlin. Mi avvicino ma quello che ascolto non mi convince, mi sembra tutto raffazzonato alla bell’è meglio, una voce fuori fuoco e un’esecuzione grezza. Non do nemmeno il beneficio del dubbio, magari avrei potuto mettermi più vicino e ascoltare attentamente, no, ascolto così al volo mentre mi avvicino, decido che non mi piace, mi giro e me ne vado. Passa qualche mese e, a maro 2011, gli Allo Darlin vengon a Milano, ma io dico no, ho deciso che non mi piacciono, poi ci sono i Glasvegas la stessa sera, figuriamoci. Il mio amico Teo, invece, ci va e si innamora perdutamente della band, a tal punto da voler andare qualche giorno dopo al Mattatoio a Carpi per rivederli. Mi invita ad andare con lui, dicendomi dai, anche se non ti piacerà il concerto, ci facciamo una bella cena emiliana da quelle parti e ce la godiamo. Dico OK, è sabato sera, non ho altro da fare, andiamo, e a noi si unisce Marilù, poi verso Parma ci raggiunge Antonio, ci facciamo la nostra cenetta come si deve e andiamo al Mattatoio.

 

Il live è fantastico, ancora ricordo la potenza delle sensazioni che la musica mi ha dato quella sera. Melodie perfette, voce espressiva, parte musicale capace di tirare fuori ogni volta i giri e i ganci giusti. Un’epifania, e mi chiedo cosa avessi avuto nel cervello quel pomeriggio all’End Of The Road. Vado al banchetto esaltato e compro tutto, album in vinile e tutti i singoli che c’erano, e dico a Elizabeth che li avevo appunto già visti all’EOTR, ma stasera mi sono piaciuti molto di più (evitando di dire che invece quella volta non mi erano piaciuti, ma magari lei l’avrà capito). Passo le settimane successive a ascoltare tantissimo il disco, soprattutto le canzoni che mi avevano colpito maggiormente quella sera, su tutte My Heart Is A Drummer. Adoro proprio l’espressività sia vocale che strumentale, la capacità di rappresentare quasi fisicamente ciò che viene descritto nei testi e di fartelo vivere con enorme trasporto. Sono ormai innamorato perso degli Allo Darlin, e ogni tanto mi chiedo ancora perché quel primo approccio fosse stato così negativo, ma vabbè, ormai il passato è passato e meno male che ho rimediato.

 

Arriva il 2012 e esce Europe, il secondo disco. Un autentico capolavoro, la band si è evoluta musicalmente mantenendo intatte le capacità espressive che me li avevano fatti amare. Solo Elizabeth può cantare parole semplici come “this is live, this is living” e dare all’ascoltatore una botta di emozioni fortissima, anche grazie alle scelte musicali sempre perfette. Il disco piace tanto, sembra che la strada per un po’ di celebrità in più sia aperta, e intanto avevo deciso di andare all’Indietracks per la prima volta e c’erano loro. Sul palo principale, con un casino di gente a vederli e la sensazione che fossero loro i veri headliner del festival quell’anno, pur non avendo quella posizione in cartellone. In realtà, ricordo che avevo avuto l’impressione che lo spazio aperto li avesse un po’ penalizzati, che forse come live band fossero più da indoor, ma il momento in cui Elizabeth canta Tallulah da sola con l’ukulele e il silenzio totale attorno è uno di quelli che uno non si dimentica più per la vita.

 

All’Indietracks compro anche la versione di Europe in cassetta, e sono ancora orgoglioso di possedere, e vedo Elizabeth in giro ogni tanto, vorrei parlarle ma non voglio fare la figura del fan rompiscatole, in fondo lei, come tutti, è qui per divertirsi, e mi sembra fuori luogo andarle a dire quanto mi piaccia la sua band ecc… Passano un paio d’anni, e nel frattempo con lei facciamo due chiacchiere ogni tanto su twitter e sul forum anorak, e l’anno dopo lei è ancora lì, non per suonare, ma per stare con Ola, il suo fidanzato e futuro marito, che suona nei Making Marks, band presente in cartellone. Ovviamente al live lei c’è, e a quel punto potrei andare a dirle chi sono, magari non sarebbe da fan rompiscatole, visto che ci siamo già parlati in rete, però boh, è lì con un gruppo di amici a giocare con un bimbo, e mi dico no, non ha senso, ancora sarei fuori luogo. Passano i mesi, Elizabeth e Ola vengono a vivere in Italia e alcuni amici organizzano loro un tour, che passa anche da Milano. A quel punto sì che ha senso che ci vada a parlarle, il dialogo su twitter si è infittito in quei mesi, e in fondo siamo a Milano, non andrei a disturbarla in un ambiente in cui lei si vuole godere la compagnia di chi già conosce, quindi niente, finalmente mi presento e chiacchieriamo un po’, con tutti e due.

 

Quell’anno, all’Indietracks, saranno davvero headliner, del venerdì sera, che io devo saltare perché un caro amici si sposava. Arrivo il sabato e loro sono già ripartiti, però ci eravamo già visti per il live dei Making Marks a Milano, e tutti e due mostrano in quell’occasione un buon italiano, solo che dopo un po’ preferiscono passare all’inglese. Comunque mi piace molto chiacchierare con loro, sono due persone davvero belle, con cui è proprio piacevole stare in compagnia. Pochi mesi dopo esce il terzo e, purtroppo, ultimo disco degli Allo Darlin: l’impressione è che in giro sia piacuto meno di Europe, però a me piace anche di più, sempre per gli stessi motivi, ovvero una parte musicale ormai definitivamente matura e ricercata, un’esplorazione molto più ampia anche dal punto di vista vocale e una capacità espressiva fuori dal comune, con un realismo davvero pazzesco. Ogni volta che ascolto o anche solo penso alle parole “and the hardest thing we ever have to learn is the ones we love don’t love us in return” mi viene un nodo al cuore, ripeto, non solo per le parole in sé, ma per come Elizabeth le canta e gli altri le accompagnano con la musica. Poi certo, c’è anche magari l’idea che il disco sia stato ispirato dall’Italia, dato che ormai Elizabeth ci abita da tanto, ma non è solo quello, è davvero che, per quanto riguarda le qualità che ho descritto, è difficile immaginare qualcosa di meglio di questo lavoro. Non avevo mai fino a quel momento scritto niente sugli Allo Darlin, ma qui non posso esimermi e ecco la recensione del disco.

 

Purtroppo passerà tantissimo tempo prima di poter godermi queste canzoni dal vivo. La band non si avvicina mai all’Italia, tranne che per un live a Firenze organizzato per i rifugiati, una nobile causa a cui avrei voluto partecipare, ma sono in viaggio per concerti in quei giorni. Niente Indietracks, giustamente, dato che ci erano già stati l’anno prima, e poi una serie di live in UK proprio quando mi ero organizzato di essere lì per gli Shed Seven, e la data di Londra è proprio quella sera. Che sfortuna, non riesco proprio a vederli, è destino. Incredibilmente, però, la data viene raddoppiata nel senso che si suona anche di pomeriggio, oltre che di sera, e mi precipito a comprare il biglietto per la pomeridiana. Antonio mi segue e quel giorno a Londra sarà un’avventura splendidamente a lieto fine, come ho documentato qui. Quella è, a oggi, l’ultima volta che ho visto Elizabeth e Ola di persona, che nel frattempo sono andati a vivere in Norvegia, e paradossalmente hanno più voglia di parlare in italiano rispetto a quando stavano in Italia. Però non posso non citare la volta precedente, che è avvenuta sui colli padovani a vedere Jens Lekman: loro avevano noleggiato un’auto da Firenze ma poi non se l’erano sentita di guidare sulle strade dei colli, così avevano bisogno di un passaggio per il ritorno. Salgono con me, che sono un cittadino, quindi non sono abituato né alle discese, né alle strade strette e nemmeno al buio pesto. Guido lentissimo, mostrando un’insicurezza terribile e loro non lo ammetteranno mai, ma sono certo che abbiamo ringraziato il cielo nel momento in cui siamo arrivati dove avevano lasciato la loro auto. La serata era stata comunque splendida, le chiacchiere di gruppo, con loro e tanti altri amici italiani, mi erano piaciute tantissimo, e Jens è sempre Jens ovviamente.

 

Ecco, siamo alla fine, l’11 dicembre la band suonerà l’ultimo concerto a Londra. Antonio ieri senza nemmeno pensarci mi ha preso il biglietto, e io lo ringrazio tantissimo, e ci sarà anche Erica, e anche Fabio, e Silja, e spero che tanti altri amici abbiano preso il biglietto. Sarà una serata di gioia e malinconia, di amicizia e commozione, sarà una serata dalle emozioni vere e forti, la sublimazione di tutto quello che sono stati gli Allo Darlin per me. What we have, we know that they’ll never have.

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Pubblicato il settembre 17, 2016 su Uncategorized. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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