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NFL monthly review – dicembre 2016

New England Patriots (14-2) passano gli anni e Belichick con il suo coaching staff riescono sempre a massimizzare il rendimento dei giocatori che hanno a disposizione. L’anno scorso, il rendimento senza Gronkoski calava sensibilmente, quest’anno no. Un’organizzazione e un coach da leggenda, pronti per tornare al Super Bowl da favoriti.

Miami Dolphins (10-6) cosa dire di una squadra che parte 1-4 e poi ne vince 9 su 10 e va ai playoff con una giornata di anticipo? Molto0 merito va indubbiamente al nuovo coach Adam Gase, che ha trovato le parole giuste per motivare i suoi e spingerli a fare gruppo. La squadra non eccelle in nulla ma è brava a fare tutto, magari per andare avanti nei playoff non basterà, ma intanto ci sono.

Buffalo Bills (7-9) l’avventura di Rex Ryan e del suo gemello Rob finisce qui, non solo a Buffalo, ma probabilmente nell’NFL. Io a Rex voglio bene e di scusanti per lui ne vedo tantissime, ma non sono il proprietario di una franchigia NFL e temo che nessuna delle 32 persone che occupano quel ruolo sia disposta a prendersi il rischio di assumerlo. Sui Bills, gli infortuni hanno inciso ma l’impressione è che la nuova proprietà non sia ancora stata in grado di portare la mentalità giusta nella squadra.

New York Jets (5-11) stagione disgraziata, con alcuni giocatori chiave che sono invecchiati e/o erano poco motivati e a un certo punto l’aria di rassegnazione ha pervaso tutti ed è andato tutto a farsi benedire. Sarà dura ricominciare a far subito bene, la squadra va ringiovanita e il gruppo va solodificato, e non è una cosa che fai in poco tempo.

Pittsburgh Steelers (11-5) nonostante il talento enorme da entrambi i lati del campo, sono riusciti a entrare nei playoff solo per una questione di centimetri, quelli per i quali il pallone nella mano di Antonio Brown ha superato la linea della end zone contro i Ravens. Gli infortuni non hanno aiutato, ma secondo me anche il coaching staff non è più smart come una volta. Il rendimento ai playoff ci dirà tanto, per ora stagione da minimo sindacale.

Baltimore Ravens (8-8) nonostante il talento limitato da entrambi i lati del campo e un’età media non certo giovane, sono usciti dai playoff solo per una questione di centimetri, quelli per i quali il pallone nella mano di Antonio Brown ha superato la linea della end zone nello scontro diretto contro gli Steelers. Il problema è che è difficile immaginare possano fare meglio di così nel breve periodo, sono una squadra da non più di 10 vittorie, che di solito per i playoff va bene, ma non sempre si riesce a sfruttare tutto il massimo el proprio potenziale, e non è facile sapere che se solo gira storto qualcosa, a gennaio si rimane a casa.

Cincinnati Bengals (6-9-1) anche qui gli infortuni hanno colpito pesantemente, però secondo me era già chiaro che coach Marvin Lewis ha fatto il suo tempo a Cincy, invece a quanto pare rimarrà anche l’anno prossimo, quindi boh, devono sperare di riuscire a dare un po’ più di ricevitori decenti a Dalton e in difesa si devono trovare le motivazioni senza che esse si tramutino in penalità assurde.

Cleveland Browns (1-15) alla fine ce l’hanno fatta a ottenere una vittoria, e comunque qualcosa di decente si è intravisto in alcuni giocatori, ma il processo di ricostruzione sarà ancora lungo e tortuoso e si spera che non debba passare per ulteriori infortuni in serie dei quarterback.

Houston Texans (9-7) i playoff sono arrivati, ma più per l’inferiorità degli avversari di division che per meriti propri. Il dramma, poi, è che iol rendimento è sceso costantemente nel corso della stagione, come se gli avversari avessero preso tranquillamente le misure alla squadra, da entrambi i lati del campo, ma specialmente in attacco. Sono fortunati ad affrontare in casa i Raiders senza il quarterback titolare, ma è certo che il talento del roster, che comunque c’è, non è certo stato sfruttato al meglio quest’anno.

Tennessee Titans (9-7) andava tutto bene, due insperate vittorie contro Broncos e Chiefs avevano tenute vive le speranze di playoff, e poi l’inopinata sconfitta contro i Jaguars ha rovinato tutto. Comunque, la base di gioco ora c’è, un gruppo di giocatori giovane e motivato pure, l’anno prossimo saranno molto interessanti da vedere.

Jacksonville Jaguars (3-13) qui, l’impressione è che con il coaching staff giusto, la squadra sia pronta a spiccare il volo, perché di talento individuale ce n’è a bizzeffe. Speriamo che lo trovino il condottiero adatto, che fa rabbia veder sprecate così le potenzialità di giocatori giovani ed esuberanti.

Kansas City Chiefs (12-4) a inizio anno avevo detto che il progetto tattico di Reed era pronto a sbocciare, e ora sembra proprio che la cosa sia successa. La verità ce la diranno i playoff, ma qui sembra esserci il giusto mix di gioventù e esperienza per arrivare lontano.

Oakland Raiders (12-4) una delle squadre più eccitanti da vedere, rischia di veder tutto rovinato per l’infortunio a Derek Carr. Se anche i playoff dovessero andare male, rimarranno le emozioni regalate a noi amanti dell’NFL da questa squadra finalmente al top e questo allenatore pervaso dal rispettabile germe della sana follia.

Denver Broncos (9-7) Elway ha detto che il problema non è stato il quarterback quest’anno, alludendo chiaramente alla linea offensiva che non ha né protetto Siemian e Lynch e nemmeno dato la possibilità di sviluppare un gioco di corsa decente. Visto che finora il buon John ha avuto sempre ragione, è giusto credergli. Va però aggiunto il problema di una difesa monstre ma che, da quando i Falcons hanno fatto vedere come poteva essere battuta, non è stata impenetrabile in più di un’occasione. Anche questo andrà valutato.

San Diego Chargers (5-11) un’annata in altalena, tra l’inizio con partite giocate bene ma perse per mancanza di capacità di chiuderle, una buona parte centrale in cui si vinceva e un finale disastroso, con infortuni a raffica e il rendimento di Rivers decisamente sceso. Anche qui, sarà importante trovare il coach adatto, perché, come per i Chiefs, c’è un bel mix di gioventù e esperienza, che va sfruttato a dovere.

Dallas Cowboys (14-2) è stato bellissimo vedere i due rookie giocare come dei veterani e dare la giusta scintilla a un gruppo che l’anno scorso si era fatto prendere dalla malinconia per l’eccessiva Romo dipendenza. I playoff, però, sono un’altra storia, e Prescott e Elliott devono essere in grado di mantenere sfrontatezza e sangue freddo, cosa molto più difficile da fare rispetto alla regular season.

New York Giants (11-5) un attacco con dei bei punti di forza ma che manca di solidità e completezza, controbilanciato da una difesa che, con il passare delle partite, è diventata sempre più rocciosa e ora sembra aver toccato il picco di forma al momento giusto. Comunque andranno i playoff, è stato molto bravo Ben McAdoo a render subito competitivo un gruppo che rischiava di abituarsi all’assenza dalla post season.

Washington Redskins (8-7-1) qui invece il punto d forza era l’attacco, ma la discontinuità è stata troppa e le partite no erano chiaramente frutto di errori mentali. Così, allo scontro da dentro o fuori, proprio il leader di questo attacco, ovvero il quarterback Cousins, è imploso nel momento topico. Cousins è free agent e la cosa più sensata da fare è che resti nella Capitale con un contratto non troppo esoso da migliorare nel caso in cui mostri chiaramente di essere maturato, se poi qualcuno invece dovesse offrirgli tanti soldi altrove, la proprietà dovrebbe lasciarlo andare, invece che fare a gara a chi strapaga di più come ama fare.

Philadelphia Eagles (7-9) anche qui, c’è stata una forte altalena di rendimento, ma la sensazione che lascia questo gruppo con un coach e un quarterback al primo anno è positiva. Certo, la division non è mai stata competitiva come adesso, ma anche loro potranno farsi sentire di più l’anno prossimo, magari migliorando il gruppo dei ricevitori e la linea offensiva.

Green Bay Packers (10-6) sei vittorie consecutive ed eccoli qui più caldi che mai nel momento in cuoi conta esserlo. Saranno un brutto cliente nei playoff e soprattutto quest’annata dimostra come questa organizzazione e questo Aaron Rodgers non vanno mai dati per morti finché non lo sono per davvero.

Detroit Lions (9-7) squadra imprevedibile anche all’interno ella stessa partita, è crollata di rendimento proprio nell’ultimo mese e va comunque ai playoff grazie alle sconfitte altrui. Ci vuole più continuità, cosa che manca perché il roster è poco profondo, sia in attacco che in difesa, ma intanto ai playoff ci sono e non saranno certo arrendevoli.

Minnesota Vikings (8-8) purtroppo gli infortuni che hanno decimato la linea offensiva si sono rivelati un problema troppo grosso. Ora ci saranno un po’ di questioni da risolvere: cosa fare con Peterson? Bridgewater tonerà a giocare? La storia dei due defensive back che hanno deciso le marcature come volevano loro invece che come aveva detto l’allenatore, con risultati disastrosi, è un caso isolato o un indice di un gruppo che crede poco nel coach?

Atlanta Falcons (11-5) al secondo anno, coach Quinn e l’offensive coordinator Kyle Shanahan sono riusciti a dare un’invidiabile versatilità all’attacco, e pazienza se la difesa a volte non regge, finché la squadra riuscirà a giocare a chi segna di più, avrà buone possibilità di vittoria, e sarà anche bella da vedere.

Tampa Bay Buccaneers (9-7) Dirk koetter, al primo anno da head coach, non ha dato all’attacco la spinta che ci si immaginava visto il suo passato da offensive coordinator, ma nel corso dell’anno la difesa si è irrobustita parecchio e ha dato del filo da torcere a tutti. Adesso la priorità è mettere posto il gioco di corsa: se ci riusciranno, i Bucs saranno un brutto cliente per tutti l’anno prossimo.

New Orleans Saints (7-9) siamo alle solite, gruppo non abbastanza forte per arrivare ai playoff e non abbastanza scarso da spingere a una ricostruzione, ma così si naviga nella mediocrità e l’anno prossimo Payton e Brees saranno ancora lì e a poco varrà la buona capacità di draftare fatta vedere in questi anni, perché sono stati presi sì giocatori buoni, ma non abbastanza di impatto per elevare il rendimento di tutta la squadra.

Carolina Panthers (6-10) il disastroso inizio dovuto al più classico dei Super Bowl hangover non è stato assorbito, a un certo punto sembrava che la squadra si fosse rimessa in carreggiata, ma poi sono mancate le motivazioni per crederci fino in fondo. In off season andrà rafforzata la linea offensiva perché, cosa non certo nuova, il limite di Newton è quello che spara palloni troppo forti se non si sente adeguatamente protetto, e perché senza un gioco di corsa potente, il sistema offensivo attualmente in uso non funziona. La difesa, con l’andare delle partite, è migliorata, e forse nel lungo periodo la scelta di non strapagare Norman si rivelerà giusta.

Seattle Seahawks (10-5-1) si presentano ai playoff senza gioco di corsa e senza un elemento importante in difesa come Earl Thomas e con una stagione che ha messo in mostra qualche crepa preoccupante. La mia sensazione è che siano giunti a un tale livello di esperienza e malizia da poter beffare tutti e trovare il modo, ancora una volta, di sgusciare al Super Bowl.

Arizona Cardinals (7-8-1) difficile capire cosa non abbia funzionato in una squadra che era la stessa dell’anno scorso con un David Johnson enormemente cresciuto. Forse è l’età, forse, come ho già detto, un gioco che gli avversari ormai hanno capito, fatto sta che i playoff non sono arrivati, forse Fitzgerald si ritira e attorno a lui gli altri ricevitori sono scomparsi. Non mancheranno i grattacapi in off season.

Los Angeles Rams (4-12) Jeff Fisher aveva detto che si era stufato dei 7-9, così non ci è arrivato nemmeno vicino ed è stato licenziato nonostante avesse firmato un’estensione a settembre. Per il suo stile di gioco, è necessario un quarterback magari non spettacolare, ma preciso e freddo, cosa che non c’era minimamente. Anche qui, la scelta del coach giusto sarà vitale, perché a roster i buoni giocatori non mancano, si tratta di valorizzare al meglio le loro caratteristiche.

San Francisco 49ers (2-14) la proprietà si aspettava un inizio difficile e poi un miglioramento, invece è stato tutto difficile dall’inizio alla fine, così vengono cacciati sia Chip Kelly che il GM. La cosa più preoccupante per i tifosi è che, alla domanda su cosa lo rendesse competente per scegliere lui i successori, il proprietario ha detto “beh, io sono il proprietario, mica mi si può mandare via”. Andiamo bene, anche perché, nel roster attuale, non si vede nemmeno l’ombra di un nucleo su cui basare la ricostruzione, e allora forse aveva ragione Harbaugh a sbraitare contro i giocatori e trattarli male, visto che via lui è iniziato il diluvio perenne.

Londra, dicembre 2016

Non avevo ancora scritto niente della mia ultima trasferta perché stavolta ho deciso di fare tutti report “ufficiali, quindi qui sotto metto i link a 4 report che ho scritto. Sul resto della vacanza, è sempre bello stare a Londra e mi è piaciuto molto il fatto che ho incontrato tante persone, tra chi non vedevo da 10 anni, chi non conoscevo proprio, chi conoscevo solo in internet ma non avevo mai visto, più altri amici che invece vedo più o meno spesso. Penso che quando Paul Draper annuncerà le sue date live (speriamo!), tirnerò qui.

 

Ecco i report:

 

Super Furry Animals + Teleman @ Roundhouse

 

Kula Shaker + Rudy Warman & The Heavy Weather @ Forum

 

Ash @ Roundhouse

 

Allo Darlin‘ @ Scala

NFL 2016 monthly review: novembre

New England Patriots (9-2) inizia a vedersi qualche scricchiolio nel meccanismo di Bill Belichick. La colpa è unicamente degli infortuni, però purtroppo sono un fattore anche essi e se per i playoff non sarà tutto sistemato, non sarà facile arrivare in fondo.

Miami Dolphins (7-4) sei vittorie consecutive ed ecco la squadra che passa dall’essere tra le più irritanti della lega a lottare pienamente per i playoff, dove a oggi è dentro. Adam Gase è riuscito a dare ordine tattico e mentalità e la sua missione era esattamente questa.

Buffalo Bills (6-5) si barcamenano, ma è ovvio che hanno bisogno quantomeno di maggior profondità nel roster, per ovviare agli infortuni. Ci sarà lavoro in offseason per Ryan e la dirigenza.

New York Jets (3-8) tutto quello che poteva andare storto è andato, in realtà l’impressione è che non serva una vera e propria ricostruzione, ma che basti cambiare i pezzi giusti, cosa comunque non facile, perché bisogna capire quali sono questi pezzi giusti e trovare i sostituti adatti.

Baltimore Ravens (6-5) continuano a sembrare meno forti rispetto al loro record, ma intanto sono lì, e hanno il vantaggio negli scontri diretti sugli Steelers per giocarsi la vittoria di division e quindi il posto ai playoff.

Pittsburgh Steelers (6-5) loro invece sembra che da un momento all’altro debbano spiccare il volo, ma non lo fanno, e a oggi sarebbero fuori dai playoff.

Cincinnati Bengals (3-7-1) troppi infortuni, ma soprattutto la sensazione che mentalmente Marvin Lewis non abbia più niente da dare a questa squadra e che sia arrivata l’inevitabile ora del cambiamento dopo 13 anni.

Cleveland Browns (0-12) c’è poco da fare, bisogna serenamente aspettare il prossimo draft e augurarsi di fare le scelte giuste.

Houston Texans (6-5) magari la division la vincono anche, ma è ormai ampiamente dimostrato che contro squadre di una minima qualità vanno sotto senza speranze.

Tennessee Titans (6-6) magari ai playoff non ci vanno, però intanto la strada tattica sembra quella giusta e alcuni dei giovani sono in chiaro miglioramento.

Indianapolis Colts (5-6) c’è un leggero miglioramento, ma non basterà per fare bene a fine anno, e a quel punto un bel cambio del coaching staff appare inevitabile.

Jacksonville Jaguars (2-9) loro invece continuano a peggiorare e visto il talento che c’è non si potrà far altro che affidarlo a un nuovo coaching staff.

Oakland Raiders (9-2) bella squadra, bell’allenatore, tutto bene, poi certo se si riesce a dare una registrata alla difesa sarebbe meglio, ma, da osservatori neutrali, è difficile resistere al loro fascino, viene naturale tifare per loro.

Kansas City Chiefs (8-3) a parte l’inopinata sconfitta coi Bucs, stanno procedendo con la loro marcia e ai playoff sono la classica squadra che nessuno vuole incontrare

Denver Broncos (7-4) a oggi sono fuori dai playoff. Restano una squadra di alto livello, ma ci vuole un quarterback serio e devono aumentare la profondità nel roster a livello di runningback.

San Diego Chargers (5-6) pagano un inizio di stagione poco accorto nei finali di partita e il fatto di trovarsi in una division forte, comunque sono una buona squadra.

Dallas Cowboys (10-1) la forza della gioventù dei due protagonisti dell’attacco è ancora tutta lì nel suo splendore. Basterà anche nei playoff o pagheranno l’inesperienza? Intanto, anche qui, viene facile tifare per loro.

New York Giants (8-3) sei vittorie consecutive, come per i Dolphins, e comodo vantaggio per ottenere la prima wild card. Negli anni in cui hanno vinto, sono sempre cresciuti nel momento giusto, proprio come sembra stiano facendo ora. Attenzione.

Washington Redskins (6-4-1) le qualità sia in attacco che in difesa non mancano, però non sembrano capaci di fare le cose importanti nei momenti davvero decisivi, problema non da poco a questo punto della stagione.

Philadelphia Eagles (5-6) la partenza bella era solo un fuoco di paglia, ci sono i limiti e ci sono anche cose buone, bisogna lavorare e col tempo si riuscirà a essere competitivi.

Detroit Lions (7-4) dai e dai, a furia di avversari di division che ne combinano di tutti i colori, ora sono in testa alla suddetta e dentro ai playoff. Loro sì che si sono comportati spesso bene nei momenti decisivi delle partite, e questa qualità aiuta non poco.

Minnesota Vikings (6-5) gli infortuni alla linea offensiva non sono stati mai risolti e sembrano aver dato la mazzata finale, quella che non avevano dato le perdite di quarterback e runningback titolari. Peccato, ma quando ti cadono tutti i pezzi, prima o poi cadi anche tu.

Green Bay Packers (5-6) nelle ultime settimane sembrano essersi un minimo sistemati e delle prossime 4 partite, 3 sono vincibilissime, e all’ultima giornata ci sarà lo scontro diretto coi Lions, che potrebbe valere il posto ai playoff.

Chicago Bears (2-9) siamo nel solito pantano, vedremo se l’inevitabile separazione da Cutler porterà frutti.

Atlanta Falcons (7-4) certo non sono perfetti, ma di potenziale ce n’è parecchio e anche di capacità di vincere le partite in modi diversi e con protagonisti diversi. Non devono mollare ora ma comunque sono ancora in vantaggio per il posto ai playoff.

Tampa Bay Buccaneers (6-5) due vittorie contro avversari di qualità ed eccoli qui una sola partita dietro ai Falcons. Finché continuano a segnare poco ma a prenderne ancora meno possono essere pericolosi.

New Orleans Saints (5-6) migliorati nelle ultime partite, probabilmente non abbastanza per arrivare ai playoff, ma la base per tornare rilevanti ora sembra esserci.

Carolina Panthers (4-7) malinconicamente ultimi nella division, troppo discontinui in attacco e portati a commettere errori decisivi e troppo vulnerabili in difesa. Chissà se è solo un super Bowl hangover o se c’è qualcosa di più, certo non sarà il caso di fare processi ma di lavorare per rimettersi a posto per l’anno prossimo.

Seattle Seahawks (7-3-1) sembravano aver toccato il proprio meglio nel momento giusto e poi la rovinosa sconfitta contro Tampa. Ora il calendario sembra abbordabile, ma non sono più ammessi cali, non tanto per andare ai playoff, ma per arrivarci pronti.

Arizona Cardinals (4-6-1) niente da fare, i problemi restano e a questo punto c’è davvero qualcosa che non va e non è facile capire cosa. La linea offensiva che non tiene, Palmer che invecchia, la difesa poco motivata, non si sa, non si capisce e chissà se il compito di capirlo verrà ancora affidato a Arians, che ultimamente ha la salute incerta.

Los Angeles Rams (4-7) ennesima stagione a metà del guado, in molti invocano la cacciata di Fisher, ma è anche vero che di talento ne hanno poco per dare la colpa al coach. Situazione difficile proprio per questa medietà a cui no nsi sa come rimediare.

San Francisco 49ers (1-10) Vedi Browns, ovvero ora c’è poco da fare se non sperare che il prossimo draft porti le scelte giuste.

Kent @ Malmo Arena, 11/11/2016

Il 13 marzo 2016, tornato da Madrid in piena notte e con la febbre, ho aperto Facebook e ho appreso che i Kent avevano annunciato il prossimo scioglimento. Istintivamente si è scatenata in me una lotta tra accettazione e dispiacere. Accettazione del fatto che dopo vent’anni, dodici dischi e una carriera in cui mai si sono accontentati di quanto fatto, ma hanno sempre voluto percorrere strade nuove, la band avesse tutto il diritto di dire basta, e tristezza per la fine con scelta unilaterale di quell’amore che era nato nel 1998 e era esploso nel 2000.

I Kent, per me, hanno rappresentato tantissime cose, musicalmente e non. Hanno contribuito in modo decisivo a rendere la mia mentalità nell’approccio alla musica molto più aperta, facendomi amare cose che in altre occasioni non avevo apprezzato, ma fatte da loro sì e a tal punto che poi le stesse cose fatte da altri gruppi le ho ascoltate con orecchie diverse solo perché ero prima passato da loro. Grazie a loro ho conosciuto persone straordinarie, con cui ho costruito un vero e importante rapporto di amicizia. Mi è successa la stessa cosa con altra gente, che però era legata alla mia passione in generale per la musica, non a una band specifica. Solo i Kent sono riusciti a darmi amici veri la cui conoscenza era legata espressamente a loro.

L’unica cosa dei Kent che non ho mai accettato e non accetterò mai è la loro totale mancanza di interesse e di gratitudine per quelle persone come me, i miei amici, ma anche tanti altri, che non li hanno abbandonati quando hanno smesso con la lingua inglese, ma li hanno seguiti sempre, con devozione vera, facendosi più e più viaggi per andare a vederli in Scandinavia. Nel corso degli anni, mai una parola, mai un accenno a questa cosa, disinteresse totale, dato che il mondo fuori dalla Scandinavia non ci ha trattato come le star che siamo qui, allora chi se ne frega di loro, per noi possono pure morire. Io li ringrazierò per sempre per tutto quello che mi hanno dato, però questa macchia rimane e sempre rimarrà.

All’annuncio dello scioglimento è ovviamente seguito quello delle ultime date. Io, come concetto, non ho mai amato questa cosa dell’ultimo concerto, perché essere lì e sapere che sarà l’ultima volta, come idea mi mette tristezza. Preferisco tenermi i ricordi delle volte felici in cui li ho visti e stop. Ma, in questo caso, andare a vederli per un’ultima volta significava anche farlo coi miei amici, e sublimare tutti assieme la nostra adorazione per chi ci ha fatti conoscere. Il nostro rapporto continuerà, i Kent meeting pure, però era giusto mettere il suggello a tutto quello che è stato finora.

Se all’annuncio dello scioglimento si era scatenata la lotta interiore di cui parlavo, alla fine del concerto l’intensità della stessa era mille volte maggiore, e mi sono sentito a dir poco sballottato emotivamente. La forza dell’accettazione stava nel fatto che, per questo ultimo tour, la band ha messo in campo il proprio miglior sforzo creativo per dare ai presenti una cosa piena di particolarità e che necessariamente sarà ricordata a lungo nei suoi dettagli; quella della tristezza era data dal senso di spreco per un talento e una passione che non verranno mai più espressi collettivamente da questi quattro musicisti meravigliosi. Dopo un concerto del genere, mi sono detto, è difficile voler chiedere altro, sì, però chissà cosa avrebbero ancora potuto dare, alla musica e a me stesso.

Parlo di miglior sforzo creativo per due motivi. Il primo è che, dal punto di vista visivo e scenografico, l’ambientazione era fantasmagorica, con posizionamento dei musicisti sul palco, luci, video e struttura degli schermi su cui gli stessi erano proiettati che hanno portato noi spettatori a vivere un vero e proprio viaggio nel tempo e nello spazio. Il secondo è che, dal punto di vista musicale, quasi tutte le canzoni sono state riviste e riarrangiate appositamente per questo tour, con una formazione allargata che vedeva persino la presenza di un coro femminile a tre voci. Avrebbero potuto accontentarsi e dare ai fan quello che volevano, invece si sono mostrati fedeli alla loro voglia di osare sempre, sia come scelta delle canzoni a suonare, che soprattutto nella loro reinterpretazione.

Alcune di queste scelte non mi sono piaciute, parlo del riarrangiamento di un paio di canzoni vecchie che sono state eccessivamente snaturate, e del posizionamento in setlist di una canzone secondo me debole come prima degli encore, lì dove invece ci vuole qualcosa di particolarmente forte. Però ho adorato il fatto che le scelte sono state fatte, per i motivi che spiegavo sopra, e poi, a fronte di quei due o tre errori, ci sono stati tanti momenti davvero altissimi, nei quali le suddette scelte sono state a dir poco perfette e entusiasmanti. 24 canzoni, quasi due ore e mezza di tutto questo, e alla fine arriva l’ultimo applauso e la lotta interiore impazza e mi sconvolge.

Chissà cosa riserverà il futuro, se Jocke farà un disco solista, se gli altri si imbarcheranno in progetti propri, oppure se presteranno il loro contributo a altre cose, o magari tra qualche anno cambieranno idea e si riuniranno, come fanno in tanti. So solo che non smetterò mai di amarli e ringraziarli, anche se di me a loro non potrebbe fregare di meno, perché mi hanno dato tantissimo, per tanto tempo, e fino all’ultima nota che ho ascoltato da loro, sia su disco che in quest’ultimo, spettacolare, saluto.

NFL monthly review: ottobre 2016

New England Patriots (7-1) come ampiamente prevedibile, è entrato in campo Brady e tutti i pezzi sono andati al proprio posto. L’unica incognita verso il primo posto in conference è legata alla cessione del forte linebacker Collins, ma Belichick sa quello che fa, quindi se l’ha fatto un motivo ci dev’essere.

 

Buffalo Bills (4-4) troppo McCoy dipendenti, infortunatosi lui, sono tornate le sconfitte. È tutto legato alla salute di Shady quindi, anche per una difesa che se sta in campo troppo tempo, a un certo punto non tiene.

 

Miami Dolphins (3-4) segnali di risveglio con due vittorie consecutive e l’esplosione di Ajayi. Certo, i test non erano particolarmente probanti, vedremo che succederà contro squadre più forti.

 

New York Jets (3-5) anche qui due vittorie consecutive ma molte incognite, a cominciare dal rapporto di Fitzpatrick con allenatore e società. La prossima contro i Cowboys dirà molto su cosa possiamo aspettarci dai Jets nel 2016.

 

Pittsburgh Steelers (4-3) la difesa è meno impermeabile di quanto si pensasse e se Big Ben non rientra dall’infortunio non sarà facile avere dall’attacco i punti che servono. In una division caratterizzata dalla discontinuità, hanno il talento per vincerla, però poi i playoff saranno una lotteria.

 

Cincinnati Bengals (3-4-1) visti per intero domenica scorsa, confermano che le partenze di Marvin Jones e Sanu non sono state compensate e anche la tendenza a commettere troppe penalità in momenti inopportuni. Difficile che vadano ai playoff.

 

Baltimore Ravens (3-4) le tre vittorie iniziali erano chiaramente un fuoco di paglia e le 4 successive sconfitte lo hanno dimostrato. Troppe lacune in attacco e la difesa non può reggere a lungo. Situazione complicata.

 

Cleeland Browns (0-8) si sapeva che la stagione sarebbe stata difficile, ma di segnali positivi ce ne sono. Bisogna assolutamente migliorare la protezione del quarterback, non possono infortunarsi così spesso.

 

Houston Texans (5-3) grandi con le piccole e piccoli con le grandi, ai playoff ci andranno, se i Titans non riusciranno a migliorare ulteriormente, ma poi finirà lì, e Osweiler non vale evidentemente l’investimento fatto.

 

Tennessee Titans (4-4) pian piano, l’identità voluta da Mularkey sta venendo fuori. Forse per i playoff non basterà, ma intanto la strada sembra quella giusta per essere competitivi l’anno prossimo.

 

Indianapolis Colts (3-5) finché la linea offensiva e la difesa saranno così scarse, potranno vincere qualche partita ma non certo sperare in qualcosa di più.

 

Jacksonville Jaguars (2-5) è ormai chiaro che Bradley e il suo staff non sono in grado di sfruttare il talento che è stato messo loro a disposizione. Quattro anni sono abbastanza per capirlo, si trascineranno fino a fine stagione e poi un bel repulisti e si ricomincia.

 

Oakland Raiders (6-2) Jack Del Rio è già il mio coach dell’anno. I suoi azzardi nei finali di partita stanno tutti funzionando e la sua squadra vola. Certo, c’è da mettere a posto alcune cose, soprattutto in difesa, ma con un coach così, già soprannominato giustamente Black Jack, tutto è possibile.

 

Denver Broncos (6-2) due brutte sconfitte figlie della capacità degli avversari di cogliere le debolezze della squadra, e poi due vittorie che mostrano come Kubiak e Phillips siano sempre in grado di trovare i contro aggiustamenti. L’acume tattico dei due coach sarà decisivo per il prosieguo della stagione.

 

Kansas City Chiefs (5-3) Andy Reid sembra essere riuscito, come l’anno scorso, a rimettere la squadra sui giusti binari dopo una partenza incerta. Vedremo cosa porterà novembre per capire quanto potranno essere rilevanti i Chiefs in questa stagione.

 

San Diego Chargers (3-5) dopo le sconfitte in serie al fotofinish, è arrivata qualche vittoria, sempre sul filo di lana. Certo, gli infortuni hanno troppo penalizzato questa squadra, ma gli aspetti positivi ci sono, al di là di come andrà la stagione.

 

Dallas Cowboys (6-1) la coppia di rookie Prescott-Elliott non perde un colpo, con Dak impressionante per come riesce a uscire dai propri momenti brutti nella stessa partita, con una forza mentale da veterano. La difesa non sembra impermeabile, e questo ai playoff potrebbe essere un problema, insieme all’inesperienza del duo principale, ma per ora le cose funzionano.

 

New York Giants (4-3) non convincono, ma vincono, non tanto ma abbastanza per rimanere in corsa nei playoff. Non ecellono in niente ma sono competitivi in tutti gli aspetti del gioco, vedremo se basterà.

 

Philadelphia Eagles (4-3) Wentz ha un po’ perso il tocco magico delle prime partite e la squadra fatica, però il record è ancora positivo. Anche qui, novembre sarà il mese chiave.

 

Washington Redskins (4-3-1) buone cose ma anche discontinuità e infortuni, sono ancora pienamente in corsa ma non sembrano attrezati per arrivare troppo lontano.

 

Mimmesote Vikings (5-2) brutte le due ultime sconfitte, più che altro perché sembra che gli avversari abiano ormai capito come affrontare tatticamente una squadra che ha dei chiari limiti. Zimmer è un ottimo coach e saprà trovare le contromisure tattiche necessarie, ma se il talento manca non può fare i miracoli.

 

Green Bay Packers (4-3) si barcamemano fra troppi infortuni, ma la realtà è che andranno ai playoff solo in caso di crollo dei Vikings, e una volta lì, o saranno più in salute rispetto a ora, o altrimenti addio.

 

Detroit Lions (4-4) totalmente dipendenti dalla vena di Stafford, finora sono ancora con un record accettabile, ma la stagione è lunga e a un certo punto i loro limiti si noteranno più di ora.

 

Chicago Bears (2-6) i giocatori scelti per il processo di ringiovanimento si stanno rivelando più o meno adatti, i risultati ora non arrivano quasi per niente, ma bisogna guardare le cose in prospettiva.

 

Atlanta Falcons (5-3) dopo l’ottima vittoria coi Broncos, si sono inceppati, un po’ come avevano fatto l’anno scorso. Sembrano comunque avere armi sufficienti per essere ancora protagonisti.

 

Tampa Bay Buccaneers (3-4) il record non è malvagio, ma non hanno mostrato niente di particolare per far credere che possano lottare per qualcosa. La strada per la rilevanza è ancora lunga.

 

New Orleans Saints (3-4) la vittoria contro i Seahawks potrebbe essere un punto di svolta della stagione. Forse, dopo anni, i Saints sono riusciti a trovare un attacco più bilanciato e una difesa più solida. È ancora presto per dirlo, vedremo le prossime partite cosa ci mostreranno.

 

Carolina Panthers (2-5) troppo dipendenti dalla forma fisica dei loro uomini chiave, quando tutti sono in salute sono la macchina inarrestabile dell’anno scorso, ma appena qualcuno si fa male, cala la notte. Magari il loro debito con la sfortuna l’hanno già pagato e non avranno più infortuni, ma in NFL è difficile che succeda.

 

Seattle Seahawks (4-2-1) sembrava fossero pronti per volare, e invece le ultime due partire sono state ben poco incoraggianti. Anche qui, troppi infortuni, però non li si può mai dare per morti.

 

Arizona Cardinals (3-4-1) non riescono a emergere dalla mediocrità diffusa, ed è strano per una squadra con un roster del genere e guidate da un coach ritenuto tra i migliori. Non è ancora detto niente, ma i segnali non sono molto incoraggianti.

 

Los Angeles Rams (3-4) i limiti stanno emergendo drammaticamente e la squadra sembra destinata all’ennesima stagione da centroclassifica. Chissà se a un certo punto Goff sarà pronto a scendere in campo per dare un minimo di scintilla.

 

San Francisco 49ers (1-6) difficile giudicarli, il talento a disposizione è quello che è e a un coach come Kelly vanno date almeno due stagioni di tempo. Quest’anno va così, poi se al draft si faranno le scelte giuste, si potrà pensare a essere un minimo competitivi l’anno prossimo.

NFL 2016 monthly review: settembre

New England Patriots (3-1) – Belichick sta dimostrando di essere sempre più uno dei più fini interpreti dell’arte del coaching, però poi di fronte a un vecchio volpone come Rex Ryan ha dovuto capitolare visto che tutti i suoi principali talenti erano infortunati o squalificati. Ora dovrebbe tornare tutto alla normalità e sarà difficile che la squadra possa anche solo perdere una partita da qui ai playoff.

 

Buffalo Bills (2-2) – la pessima partenza aveva fatto temere per il peggio, ma poi due belle vittorie contro squadre buone come Cardinals e Patriots (lasciati a zero a casa loro, prima volta nella storia) stanno riportando il sereno. Vedremo quanto durerà, per ora il cambio dell’offensive coordinator dopo le prime due sconfitte sta risultando utile, grazie a uno stile di gioco offensivo più concreto e vicino alle idee dell’head coach. In difesa, i giocatori sembrano ora credere di più nelle idee di Rex, insomma è presto per parlare, ma forse è l’anno buono per un ritorno ai playoff.

 

New York Jets (1-3) – è più preoccupante una difesa che sui passaggi è una sorta di colabrodo o un quarterback che ha lanciato nove intercetti nelle ultime due partite? In ogni caso, per sperare in una stagione positiva, entrambi i problemi vanno risolti, e alla svelta.

 

Miami Dolphins (1-3) – l’head coach Adam Gase avrebbe la missione di rivitalizzare Tannehilll, e non ci sta riuscendo, anzi, sta già più o meno velatamente incolpando i giocatori (“perform or get benched” è già lo slogan dell’anno). Ci sono tutti gli ingredienti per immaginarsi un’altra stagione persa.

 

Pittsburgh Steelers (3-1) – tutto bene a parte l’inaspettata debacle di Philadelphia. Esclusa quella partita, sta avvenendo ciò che i gialloneri speravano: attacco esplosivo e difesa solida. Sta giocando male Wheaton, ma Coates lo sta sostituendo degnamente, ed è tornato Bell dalla squalifica.

 

Baltimore Ravens (3-1) – non hanno ancora affrontato avversari di gran qualità, ma il loro lo stanno facendo, e addirittura sembrano aver rivitalizzato un Mike Wallace che sembrava perduto. Li aspettiamo nei testi più probanti.

 

Cincinnati Bengals (2-2) – per ora, grandi con i piccoli e piccoli con i grandi, anche qui aspettiamo che si stabilizzino, e che magari tornino alcuni infortunati. Certo, la partenza di Marvin Jones e Mohammed Sanu non sembra essere stata adeguatamente coperta.

 

Cleveland Browns (0-4) – già sei in ricostruzione, poi ti si spaccano due quarterback in due giornate nonché il promettente rookie wide receiver, e quando potresti vincere una partita il tuo kicker sbaglia un calcio fattibilissimo, davvero non fa altro che piovere sul bagnato, speriamo che la ruota giri perché onestamente fanno tenerezza.

 

Houston Texans (3-1) – viaggiano a velocità di crociera, peccato che alla prima squadra allenata con un certo acume tattico si siano sciolti, vedremo se sarà stato solo un episodio, certo la division è ridicola quindi ai playoff arriveranno in carrozza.

 

Jacksonville Jaguars (1-3) – il talento ci sarebbe, ma tatticamente e come convinzione in se stessi siamo all’età della pietra. Se non si migliora da questi due punti di vista, un bell’azzeramento del coaching staff a fine stagione è d’obbligo.

 

Tennessee Titans (1-3) – il progetto tattico di Mularkey (squadra fisica e da controllo del ritmo) non sta funzionando granché. Certo è presto per capire se l’head coach riuscirà a dare la mentalità necessaria, quindi è il caso di aspettare per giudizi definitivi.

 

Indianapolis Colts (1-3) – la linea offensiva non protegge Luck, quando lo fa i ricevitori non si liberano, la difesa fa acqua da tutte le parti. L’unico a salvarsi è il vecchio running back Gore, oltre a un Luck che sta facendo di necessità virtù, e la situazione generale appare difficile a dir poco.

 

Denver Broncos (4-0) – John Elway ci ha visto giusto ancora una volta. I due quarterback giovani stanno producendo il giusto per far sì che l’attacco sia perfettamente bilanciato e capace di adattarsi ai piani dei defensive coordinator avversari. La difesa è sempre devastante e le partenze sembrano essere state coperte nel modo giusto. Davvero forti per ora.

 

Oakland Raiders (3-1) – due vittorie sul filo di lana sono lì a dimostrare che tatticamente c’è la capacità di gestire le situazioni sotto pressione, ma comunque i problemi non mancano, a cominciare dalla difesa che avrebbe dovuto far vedere miglioramenti e invece no. Anche qui, aspettiamo qualche altra partita per un giudizio definitivo.

 

Kansas City Chiefs (2-2) – anche qui, piccoli coi grandi e grandi coi piccoli, l’anno scorso dopo un settembre difficile erano arrivate tante vittorie, stavolta la classifica è decente però non si vede quel salto di qualità sperato. Ma, come dimostra l’anno scorso, ancora è presto.

 

San Diego Chargers (1-3) – qui siamo all’opposto rispetto ai Raiders, ovvero tutte e tre le sconfitte sono arrivate dopo che, a cinque minuti dalla fine, stavano vincendo. Gli aspetti positivi non mancano, in primis l’esplosione di Gordon, e vanno anche considerati alcuni infortuni eccellenti, ma se le partite non le finisci, non vai da nessuna parte.

 

Philadelphia Eagles (3-0) – la scelta di Wentz si sta rivelando a dir poco azzeccata, e i dettami tattici del nuovo head coach Pederson stanno dando frutti anche in difesa. Un inizio davvero promettente.

 

Dallas Cowboys (3-1) – la coppia di rookie Prescott (quarterback) e Elliott (running back) sta rispondendo alle attese, ma va detto che le vittorie non sono arrivate contro delle corazzate. Si aspettano anche qui impegni più seri.

 

Washington Redskins (2-2) – discontinui, ma sono in serie positiva ora, per adesso sono difficilmente decifrabili.

 

New York Giants (2-2) – la difesa sembra essee migliorata, anche perché peggiorare era difficile, mentre in attacco non si capisce bene cosa stia succedendo. Beckham non sembra essere lui, ma in compenso Cruz è tornato su buoni livelli e il rookie Sharpe sta producendo. Anche qui, è il caso di aspettare.

 

Minnesota Vikings (4-0) – la scelta di rinunciare alla prima scelta dell’anno prossimo per prendere Bradford dopo il teribile infortunio a Bridgewater si sta rivelando giusta. Molto del merito dei successi è di una difesa costruita con sapienza nel corso degli anni e che oggi è dominante, ma non va sottovalutata la capacità di Bradford di muovere la palla con intelligenza, leggendo sempre al meglio le situazioni e i possibili mismatch. Grazie a questo acume tattico, la squadra non sta subendo l’altro brutto infortunio, quello a Peterson, e il gioco di corsa sta facendo il suo quando serve. Davvero un inizio fantastico.

 

Green Bay Packers (2-1) – due vittorie poco convincenti contro due avversarie inferiori e una sconfitta di misura contro i fortissimi Vikings. A parte i risultati, sembrano un passo indietro rispetto alle big di quest’anno. È ancora presto, però l’impressione che hanno lasciato finora non è bellissima.

 

Chicago Bears (1-3) – come prevedibile, il tentativo di ricostruzione senza però avere le palle di smontare tutto non sta andando benissimo. Ok il gioco di corsa, sul resto qualche spunto di decenza c’è, ma poca roba.

 

Detroit Lions (1-3) – come i Chargers, tre sconfitte sul filo di lana che di certo non giocano a favore della credibilità della squadra. L’inserimento di Marvin Jones è già un successo, per il resto siamo alle solite, e la buona seconda metà della scorsa stagione sembra già un ricordo lontano.

 

Atlanta Falcons (3-1) – anche l’anno scorso erano partiti forte, poi erano crollati, ma quest’anno le fondamenta sembrano più solide. Le armi in attacco sono aumentate e la difesa sembra migliorata. Di conseguenza, la squadra ha molta più fiducia in se stessa e si vede. Ottima versatilità, sempre utile per adattarsi ai piani tattici avversari.

 

Tampa Bay Buccaneers (1-3) – una buona partita d’esordio, poi si è infortunato Doug Martin ed è calata la notte. Il fatto che il nuovo head coach si dica “very concerned” per quanto riguarda i miglioramenti di Winston non autorizza certo all’ottimismo per il prosieguo della stagione.

 

Cartolina Panthers (1-3) – la filosofia per la quale in secondaria si possono fare scommesse, tanto l’importante è la front seven, ha pagato per anni ma ora si è trasformata in un boomerang. L’impressione è che basti lanciare nel profondo contro questa difesa e qualcosa si porta a casa. Anche l’attacco non se la passa benissimo, perché da quando si è fatto male Stewart, il vero equilibratore del gioco, si è tutto incartato. Ora poi Newton si è preso una concussion pesante e magari salterà qualche partita. Insomma, il quadro è tutt’altro che idilliaco.

 

New Orleans Saints (1-3) – è come l’anno scorso, e pure l’anno prima (cit.), ovvero la difesa concede troppo e quello che fa l’attacco viene così vanificato. Ne hanno vinta una giusto per la propensione al suicidio dei Chargers.

 

Los Angeles Rams (3-1) – un inizio terribile e poi tre partite nelle quali la squadra ha vinto imponendo il proprio marchio di fabbrica, ovvero difesa asfissiante e attacco che si barcamena tra uso del fisico e qualche trick play. Vedremo se durerà, alla lunga la mancanza di talento offensivo rischia di farsi sentire, certo, per i nostalgici del football vecchia maniera, quello tutto rabbia e furore agonistico,  questo successo iniziale è divertente.

 

Seattle Seahawks (3-1) – tre vittorie senza affrontare avversari di livello e una sconfitta contro la loro kriptonite Rams. Non stanno eccellendo in alcun aspetto del gioco ma sembrano solidi, e in realtà per loro è ormai una costante il miglioramento nel corso della stagione. Vedremo.

 

San Francisco 49ers (1-3) – al di là dei risultati, il punto sta nel capire se Chip Kelly riuscirà a dare la propria impronta di gioco alla squadra. È presto per stabilirlo, si dovrà aspettare anche oltre la metà della stagione per iniziare a dare giudizi. Chissà che Kaepernick avrà la possibilità di riprendersi il posto da titolare, visto che Gabbert non sta eccellendo.

 

Arizona Cardinals (1-3) – non so spiegare questa classifica deficitaria, dato che li ho visti solo quando hanno vinto. L’impressione è che il gioco di Arians non preveda eccessive variazioni e ormai gli avversari si sono adattati. Urge molto lavoro di cervello per il coach, perché così non si può andare avanti.

What we have, we know that they’ll never have: la mia storia con gli Allo Darlin

Ci sono band che apprezzo, o adoro, solamente, si fa per dire, per quello che mi danno quando ascolto le loro canzoni. Ci sono altre band che, invece, non si limitano a questo, ma sanno darmi qualcosa in più, magari nemmeno per meriti musicali, ma semplicemente per il modo in cui li ho scoperti, o l’aver conosciuto alcuni di loro di persona. L’esempio perfetto sono gli Allo Darlin, che hanno qualità musicali indiscutibili, ma che occupano un posto particolare nel mio cuore anche per altri motivi. Qui sotto ho deciso di lasciare per iscritto tutto quello che mi è successo in relazione a loro, adesso che hanno deciso di sciogliersi e che suoneranno l’ultimo concerto a dicembre.

 

Siamo nel 2010 e sono alla mia seconda partecipazione all’End Of The Road. Ho dieci minuti liberi e mi avvicino al palco più piccolo, dove stanno suonando, appunto, gli Allo Darlin. Mi avvicino ma quello che ascolto non mi convince, mi sembra tutto raffazzonato alla bell’è meglio, una voce fuori fuoco e un’esecuzione grezza. Non do nemmeno il beneficio del dubbio, magari avrei potuto mettermi più vicino e ascoltare attentamente, no, ascolto così al volo mentre mi avvicino, decido che non mi piace, mi giro e me ne vado. Passa qualche mese e, a maro 2011, gli Allo Darlin vengon a Milano, ma io dico no, ho deciso che non mi piacciono, poi ci sono i Glasvegas la stessa sera, figuriamoci. Il mio amico Teo, invece, ci va e si innamora perdutamente della band, a tal punto da voler andare qualche giorno dopo al Mattatoio a Carpi per rivederli. Mi invita ad andare con lui, dicendomi dai, anche se non ti piacerà il concerto, ci facciamo una bella cena emiliana da quelle parti e ce la godiamo. Dico OK, è sabato sera, non ho altro da fare, andiamo, e a noi si unisce Marilù, poi verso Parma ci raggiunge Antonio, ci facciamo la nostra cenetta come si deve e andiamo al Mattatoio.

 

Il live è fantastico, ancora ricordo la potenza delle sensazioni che la musica mi ha dato quella sera. Melodie perfette, voce espressiva, parte musicale capace di tirare fuori ogni volta i giri e i ganci giusti. Un’epifania, e mi chiedo cosa avessi avuto nel cervello quel pomeriggio all’End Of The Road. Vado al banchetto esaltato e compro tutto, album in vinile e tutti i singoli che c’erano, e dico a Elizabeth che li avevo appunto già visti all’EOTR, ma stasera mi sono piaciuti molto di più (evitando di dire che invece quella volta non mi erano piaciuti, ma magari lei l’avrà capito). Passo le settimane successive a ascoltare tantissimo il disco, soprattutto le canzoni che mi avevano colpito maggiormente quella sera, su tutte My Heart Is A Drummer. Adoro proprio l’espressività sia vocale che strumentale, la capacità di rappresentare quasi fisicamente ciò che viene descritto nei testi e di fartelo vivere con enorme trasporto. Sono ormai innamorato perso degli Allo Darlin, e ogni tanto mi chiedo ancora perché quel primo approccio fosse stato così negativo, ma vabbè, ormai il passato è passato e meno male che ho rimediato.

 

Arriva il 2012 e esce Europe, il secondo disco. Un autentico capolavoro, la band si è evoluta musicalmente mantenendo intatte le capacità espressive che me li avevano fatti amare. Solo Elizabeth può cantare parole semplici come “this is live, this is living” e dare all’ascoltatore una botta di emozioni fortissima, anche grazie alle scelte musicali sempre perfette. Il disco piace tanto, sembra che la strada per un po’ di celebrità in più sia aperta, e intanto avevo deciso di andare all’Indietracks per la prima volta e c’erano loro. Sul palo principale, con un casino di gente a vederli e la sensazione che fossero loro i veri headliner del festival quell’anno, pur non avendo quella posizione in cartellone. In realtà, ricordo che avevo avuto l’impressione che lo spazio aperto li avesse un po’ penalizzati, che forse come live band fossero più da indoor, ma il momento in cui Elizabeth canta Tallulah da sola con l’ukulele e il silenzio totale attorno è uno di quelli che uno non si dimentica più per la vita.

 

All’Indietracks compro anche la versione di Europe in cassetta, e sono ancora orgoglioso di possedere, e vedo Elizabeth in giro ogni tanto, vorrei parlarle ma non voglio fare la figura del fan rompiscatole, in fondo lei, come tutti, è qui per divertirsi, e mi sembra fuori luogo andarle a dire quanto mi piaccia la sua band ecc… Passano un paio d’anni, e nel frattempo con lei facciamo due chiacchiere ogni tanto su twitter e sul forum anorak, e l’anno dopo lei è ancora lì, non per suonare, ma per stare con Ola, il suo fidanzato e futuro marito, che suona nei Making Marks, band presente in cartellone. Ovviamente al live lei c’è, e a quel punto potrei andare a dirle chi sono, magari non sarebbe da fan rompiscatole, visto che ci siamo già parlati in rete, però boh, è lì con un gruppo di amici a giocare con un bimbo, e mi dico no, non ha senso, ancora sarei fuori luogo. Passano i mesi, Elizabeth e Ola vengono a vivere in Italia e alcuni amici organizzano loro un tour, che passa anche da Milano. A quel punto sì che ha senso che ci vada a parlarle, il dialogo su twitter si è infittito in quei mesi, e in fondo siamo a Milano, non andrei a disturbarla in un ambiente in cui lei si vuole godere la compagnia di chi già conosce, quindi niente, finalmente mi presento e chiacchieriamo un po’, con tutti e due.

 

Quell’anno, all’Indietracks, saranno davvero headliner, del venerdì sera, che io devo saltare perché un caro amici si sposava. Arrivo il sabato e loro sono già ripartiti, però ci eravamo già visti per il live dei Making Marks a Milano, e tutti e due mostrano in quell’occasione un buon italiano, solo che dopo un po’ preferiscono passare all’inglese. Comunque mi piace molto chiacchierare con loro, sono due persone davvero belle, con cui è proprio piacevole stare in compagnia. Pochi mesi dopo esce il terzo e, purtroppo, ultimo disco degli Allo Darlin: l’impressione è che in giro sia piacuto meno di Europe, però a me piace anche di più, sempre per gli stessi motivi, ovvero una parte musicale ormai definitivamente matura e ricercata, un’esplorazione molto più ampia anche dal punto di vista vocale e una capacità espressiva fuori dal comune, con un realismo davvero pazzesco. Ogni volta che ascolto o anche solo penso alle parole “and the hardest thing we ever have to learn is the ones we love don’t love us in return” mi viene un nodo al cuore, ripeto, non solo per le parole in sé, ma per come Elizabeth le canta e gli altri le accompagnano con la musica. Poi certo, c’è anche magari l’idea che il disco sia stato ispirato dall’Italia, dato che ormai Elizabeth ci abita da tanto, ma non è solo quello, è davvero che, per quanto riguarda le qualità che ho descritto, è difficile immaginare qualcosa di meglio di questo lavoro. Non avevo mai fino a quel momento scritto niente sugli Allo Darlin, ma qui non posso esimermi e ecco la recensione del disco.

 

Purtroppo passerà tantissimo tempo prima di poter godermi queste canzoni dal vivo. La band non si avvicina mai all’Italia, tranne che per un live a Firenze organizzato per i rifugiati, una nobile causa a cui avrei voluto partecipare, ma sono in viaggio per concerti in quei giorni. Niente Indietracks, giustamente, dato che ci erano già stati l’anno prima, e poi una serie di live in UK proprio quando mi ero organizzato di essere lì per gli Shed Seven, e la data di Londra è proprio quella sera. Che sfortuna, non riesco proprio a vederli, è destino. Incredibilmente, però, la data viene raddoppiata nel senso che si suona anche di pomeriggio, oltre che di sera, e mi precipito a comprare il biglietto per la pomeridiana. Antonio mi segue e quel giorno a Londra sarà un’avventura splendidamente a lieto fine, come ho documentato qui. Quella è, a oggi, l’ultima volta che ho visto Elizabeth e Ola di persona, che nel frattempo sono andati a vivere in Norvegia, e paradossalmente hanno più voglia di parlare in italiano rispetto a quando stavano in Italia. Però non posso non citare la volta precedente, che è avvenuta sui colli padovani a vedere Jens Lekman: loro avevano noleggiato un’auto da Firenze ma poi non se l’erano sentita di guidare sulle strade dei colli, così avevano bisogno di un passaggio per il ritorno. Salgono con me, che sono un cittadino, quindi non sono abituato né alle discese, né alle strade strette e nemmeno al buio pesto. Guido lentissimo, mostrando un’insicurezza terribile e loro non lo ammetteranno mai, ma sono certo che abbiamo ringraziato il cielo nel momento in cui siamo arrivati dove avevano lasciato la loro auto. La serata era stata comunque splendida, le chiacchiere di gruppo, con loro e tanti altri amici italiani, mi erano piaciute tantissimo, e Jens è sempre Jens ovviamente.

 

Ecco, siamo alla fine, l’11 dicembre la band suonerà l’ultimo concerto a Londra. Antonio ieri senza nemmeno pensarci mi ha preso il biglietto, e io lo ringrazio tantissimo, e ci sarà anche Erica, e anche Fabio, e Silja, e spero che tanti altri amici abbiano preso il biglietto. Sarà una serata di gioia e malinconia, di amicizia e commozione, sarà una serata dalle emozioni vere e forti, la sublimazione di tutto quello che sono stati gli Allo Darlin per me. What we have, we know that they’ll never have.

NFL 2016 preview

Di solito, in questo periodo, mi diverto a scrivere due riche su ognuna delle 32 squadre NFL in vista della stagione ormai alle porte. Normalmente, a mercato concluso e con le amichevoli che si avvicinano, si può avere una ragionevole idea sulle possibilità di ognuno, ma quest’anno le cose sembrano particolarmente incerte, soprattutto nella AFC. Quindi, rispetto agli anni scorsi, le mie analisi saranno perlopiù basate sul potenziale e sui “se”, vista la difficoltà nel farsi idee precise. Cominciamo.

New England Patriots: qui, l’unico se è legato a come la squadra reggerà alle prime 4 partite senza Tom Brady squalificato. Tradizionalmente, settembre non è mai comunque il mese migliore per i Pats, quindi, anche in caso di partenza difficile, non dovrebbero esserci problemi a recuperare. L’aggiunta di Martellus Bennet dà di nuovo la possibilità a Belichick di avere un secondo tight end pericoloso, e di solito il coach sfrutta questa arma in modo devastante per gli avversari, la difesa, dopo i grandi cambiamenti dell’anno scorso, ha più stabilità, e poi vale sempre la regola che se hai Belichick, Brady e Gronkoski sei da titolo sempre e comunque.

New York Jets: un attacco da usato sicuro e una difesa col giusto mix tra talento, atletismo e esperienza. Se Forte si integra nel meccanismo, per i defensive coordinator avversari sarà dura trovare contromisure, vista la sua abilità sia sulle corse che sui passaggi brevi, mentre in difesa c’è l’incognita di una secondaria non più giovanissima. Possono fare bene comunque.

Buffalo Bills: l’attacco in teoria i nomi li avrebbe, ma al momento sono più gli infortunati o gli squalificati rispetto ai sani e arruolabili. Anche la difesa ha dei bei nomi, ma si deve sperare che l’offseason sia servita per risolvere le incomprensioni tra Rex Ryan e alcune delle star e che Rob, il gemello di Rex, sia ancora un defensive coordinator quantomeno decente e non si sia rincoglionito, come le ultime esperienze potrebbero far pensare. Tante incognite, insomma, ma il potenziale c’è.

Miami Dolphins: qui il nodo grosso è legato all’involuzione di Ryan Tannehill subito dopo aver firmato un contrattone. Va assolutamente riportato ai suoi migliori livelli, e il nuovo head coach, Adam Gase, è ritenuto uno bravo a fare proprio questo. Se poi il tandem di runningback Ajayi-Foster dovesse funzionare, il lavoro sarebbe facilitato. Dietro, servono più aggressività e coesione, non si può più accettare che la megastar Suh vada in giro a dire che i suoi compagni non sono degni di lui. Quest’anno sarebbe già un successo che le cose si stabilizzassero, poi per gli obiettivi veri si vedrà dal 2017.

Cincinnati Bengals: hanno perso Hue Jackson, l’offensive coordinator che ha portato Andy Dalton su livelli eccezionali, nonché due buoni wide receiver come Jones e Sanu. Dalla qualità di chi rimpiazzerà questi tre dipenderanno gli esiti di questa stagione, sperando che non si finisca come gli ultimi anni, ovvero arrivare ai playoff e perdere subito malamente.

Pittsburgh Steelers: prima delle squalifiche di Bryant (tutta la stagione) e Bell (4 partite), potevano essere considerati i favoriti di tutta la AFC, così invece è difficile, certo Williams l’anno scorso ha dimostrato di essere un buon sostituto di Bell e sui passaggi c’è sempre quell’iradiddio di Brown, che se la intende a meraviglia con Big Ben. La difesa è giovane ma rispetto all’anno scorso c’è un pochino di esperienza in più. I playoff dovrebbero arrivare.

Baltimore Ravens: difficile immaginarsi che possano fare meglio della scorsa stagione, che non è stata certo esaltante. Sembrano una franchigia che non può né puntare a vincere e nemmeno buttarsi in una massiccia ricostruzione, e questo limbo non sembra nemmeno destinato a finire presto.

Cleveland Browns: vabbè qui le scommesse non si contano nemmeno, è tutto un boom or bust, ma anche nel caso in cui avvenga il boom, al massimo i tifosi si divertiranno ma difficilmente arriveranno risultati concreti. Squadra da seguire con curiosità quantomeno.

Indianapolis Colts: hanno puntato a un ringiovanimento per rimettersi in carreggiata dopo la scorsa stagione, che prometteva tantissimo e invece è stata disastrosa. Si spera abbiano imparato dagli errori, che sono stati tanti, sia a livello tecnico-tattico che di gestione degli infortuni. La proprietà ha puntato sulla stabilità, quindi il coaching staff dovrebbe aver capito cosa non fare più. Vedremo.

Houston Texans: due acquisizioni pesanti come Osweiler e Miller più un’ipotizzabile ulteriore crescita di Hopkins dovrebbero aver reso l’attacco più efficace, e in difesa se è vero che Clowney è ora definitivamente sano, il pass rush sarà difficilmente affrontabile. Messa così, sono i più accreditati a vincere la division, poi non si sa mai.

Jacksonville Jaguars: ogni anno si spera che la ricostruzione sia finita e che arrivino un po’ di risultati, dopo aver seminato tanto. Visto che la cosa si protrae da un po’, io qui sono come San Tommaso: finché non vedo, non ci credo.

Tennessee Titans: leggo in giro che la offensive line sarebbe migliorata, che la difesa pure, che con Murray dovrebbe esserci finalmente un gioco di corsa degno, e così via. Io anche qui rimango San Tommaso come sopra.

Denver Broncos: vittime del salary cap, hanno dovuto scegliere a chi dare più soldi e chi, invece, far andare via. Finora Elway si è comportato bene come GM, ma questa è sicuramente stata la sua sfida più difficile. Le perdite subite e la scarsa qualità dei sostituti, in ogni caso, potrebbero impedire alla squadra di ottenere dei bei risultati, però a parlare sarà, come sempre, il campo.

Kansas City Chiefs: questo potrebbe essere l’anno buono per far sbocciare definitivamente il progetto di Andy Reid, dopo che le precedenti due stagioni sono servite per mettere giù delle basi solidissime. Non vedremo certo un gioco spettacolare da loro, ma se davvero si alzerà il livello di concretezza, saranno dolori per tutti.

Oakland Raiders: la linea verde lanciata un paio d’anni fa pare abbia dato buoni frutti, e questa dovrebbe essere la stagione in cui la semina degli anni precedenti dovrebbe portare un raccolto cospicuo. Rispetto a altre realtà, qui ci sono più motivi per crederci.

San Diego Chargers: altra franchigia la cui ossatura sembra essere quella di una squadra rispettabile ma non certo vincente, e non sembrano esserci all’orizzonte prospettive di reale miglioramento.

Washington Redskins: la proprietà non ha resistito, come suo costume, a raccogliere la figurina pregiata presente sul mercato, strapagando Josh Norman. Vedremo se l’investimento darà i suoi frutti, per il resto sono rimasti gli stessi e, vista la mediocrità diffusa nella division, potrebbero vincerla anche quest’anno, soprattutto se Reed non si infortuna e se Matt Jones conferma i progressi.

New York Giants: cacciato finalmente Coughlin, si è affidata la squadra al suo ultimo offensive coordinator, come dire, le idee erano buone ma l’head coach era rincoglionito. Il che ci può anche stare, ma ora vedremo se era davvero così. I punti di forze e di debolezza a livello di roster sembrano essere gli stessi dell’anno scorso.

Dallas Cowboys: l’anno scorso si era visto chiaramente che con Romo o senza la differenza era profondissima, e quest’anno sarà uguale se non peggio, quindi dipende davvero tutto dalle condizioni di Tony.

Philadelphia Eagles: fallito l’esperimento Chip Kely, si torna a idee di gioco più tradizionali, ma i nodi da sciogliere sono diversi, e sarà bene che certe gerarchie vengano stabilite in fretta. Per quest’anno la vedo un po’ come per i Dolphins: l’importante è stabilizzarsi, poi si potrà parlare di obiettivi.

Green Bay Packers: l’anno scorso i problemi sono stati diversi: infortuni, scarsa forma fisica di Lacy, difficoltà nello stabilire una gerarchia di ruoli precisa nel coaching staff. Eppure, per poco non sono arrivati tra le prime quattro. Quest’anno c’è un’aggiunta come Jared Cook che potrebbe rivelarsi letale. In definitiva, è probabile un’altra stagione di vertice.

Chicago Bears: anche qui, si punta al ringiovanimento, certo il contrattone pesantissimo di Cutler è sempre lì sul groppone e finché così sarà, non potranno mai essere una squadra affidabile.

Minnesota Vikings: squadra dall’identità precisa, devono sperare innanzitutto che a Peterson non venga nemmeno un raffreddore, dopodiché la difesa ormai è molto solida e in attacco il talento per combinare qualcosa anche sui passaggi c’è. I playoff sono alla portata.

Detroit Lions: nella seconda metà della scorsa stagione, da quando è arrivato l’attuale offensive coordinator, sono andati forte. Se il trend si conferma, può succedere di tutto, nonostante il ritiro di Megatron.

Carolina Panthers: in attacco dovrebbero beneficiare del ritorno di Benjamin e del fatto che Funchess era chiaramente in crescita, mentre in difesa hanno perso Norman e, come sempre, si affidano a delle scommesse in secondaria, tanto nella loro filosofia è più importante la front seven. Finora la scelta ha pagato, vedremo quest’anno, in ogni caso sono ancora tra le favorite.

Atlanta Falcons: l’unico miglioramento serio nel roster potrebbe essere l’arrivo di Sanu al posto di un Roddy White che era molto appannato la scorsa stagione. Per il resto, non ho mai capito bene né la partenza razzo e nemmeno il crollo verticale dell’anno scorso, quindi aspetto solo di vedere in campo che succederà.

New Orleans Saints: come per i Ravens e i Chargers, mi sembrano una franchigia nel limbo, non candidati a nulla e nemmeno con la possibilità di rilanciarsi. Hanno provato a cambiare identità di gioco l’anno scorso, con risultati fallimentari, ma il coach è lo stesso e gli interpreti principali pure, quindi non si vede dove possano andare.

Tampa Bay Buccaneers: la strada iniziata l’anno scorso appariva promettente, purtroppo l’offensive coordinator voleva andarsene e per tenerlo lo hanno fatto diventare head coach cacciando quello che c’era. Scelta rischiosa, vedremo se pagherà, in ogni caso ha senso avere buone aspettative.

Seattle Seahawks: dicono che la linea offensiva, tragica negli ultimi anni, sia migliorata e anche la secondaria, che l’anno scorso non era più ai livelli migliori. Se è vero, e se Rawls manterrà le promesse della sua stagione da rookie, la squadra assorbirà perfettamente il ritiro di Lynch e sarà tra le protagoniste.

San Francisco 49ers: con un roster di qualità scadente, la scelta di un head coach estremo come Kelly era l’unica possibile per sperare di cavar fuori un ragno dal buco. Certo in campo ci vanno i giocatori e qui di talento ce n’è davvero poco, però è lo stesso discorso dei Browns: se va bene, sarà quantomeno divertente guardarli.

Arizona Cardinals: sono quasi gli stessi dell’anno scorso, David Johnson promette di spiccare il volo, Mathieu, Fitzgerlad e Palmer hanno contratti nuovi, insomma, le condizioni sembrano quelle ideali per vincere, finalmente.

Los Angeles Rams: c’è talento diffuso sia in attacco che in difesa, ma manca sempre un quarterback di buon livello. Il sacrificio fatto per avere la prima scelta e prendere Goff non sembra possa pagare nell’immediato, e di certo questa non è una buona cosa visto il trasferimento in un mercato dove se non sei nell’eccellenza non conti niente. Non saranno anni facili, ci vorrà pazienza.

Yorkshire + Indietracks 2016: una vacanza indimenticabile

Luglio 2016, così come tutto quest’anno finora, è stato ricco di viaggi all’estero, così dopo la Norvegia erano in programma ben 10 giorni in Inghilterra. La scusa era che avevo un concerto a Leeds il sabato e l’Indietracks il weekend successivo, così invece di volare avanti e indietro nel giro di pochi giorni, ne ho approfittato per visitare posti a me nuovi. Ormai credo che di città inglesi con un minimo di nome mi manchino giusto Birmingham e Newcastle, anche se in realtà io vorrei fare un giro in Cornovaglia se potessi scegliere un luogo albionico ancora non visitato. Vedremo se ci sarà modo, ora intanto so che per quest’anno mi manca giusto la toccata e fuga a Malmo in novembre per i Kent e basta, quindi adesso sotto col controllo delle spese e della dieta.

Questi 10 giorni sono stati semplicemente incredibili. Lo Yorkshire, o quantomeno le città di Leeds, York e Sheffield, si sono rivelate posti perfetti per una vacanza, e hanno tutta l’aria di essere città dove si vive bene anche da residenti. Ho visto tante cose belle, mangiato e bevuto benissimo a prezzi ragionevoli (poi vabbè ho speso un sacco di soldi comunque perché purtroppo più passano gli anni e più ho voglia di trattarmi bene quando sono in vacanza), visto tanti bei concerti e incontrato un sacco di bellissima gente, che fossero italiani, inglesi, conosciuti, sconosciuti. Qui cercherò di mettere giù tutto per iscritto, sarà lunga, lo so.

Le città
Leeds ha la particolarità di avere un centro caratterizzato da palazzi con architettura vittoriana e solo per quello è bello passeggiare e guardarsi in giro, dopodiché è un must prendere il bus per visitare le rovine della Kirkstall Abbey e tornare verso il centro a piedi lungo il canale. York è praticamente un posto da cartolina, è stupendo ovunque ti giri, e pur essendo una piccola città, ha un sacco di posti, posticini e stradine da visitare e percorsi a piedi da seguire, c’è un po’ di sovraffollamento da turisti ma del resto ero un turista anche io quindi ho poco da lamentarmi. Per Sheffield ho avuto meno tempo per visitarla però mi è sembrata comunque carina.
In tutti e tre i casi ho dormito in ostello, quelli di Leeds e York li consiglio caldamente (Art Hostel e The Fort rispettivamente), mentre quello di Sheffield (Quick Stop) è buono ma ha la sfiga di trovarsi fuori dal centro e il trasporto pubblico non è esattamente il fiore all’occhiello della città.
Come dicevo sopra, in tutti e tre i casi mi sono trovato molto bene col mangiare e col bere. A Leeds si può andare sul sicuro nel senso che è facile capire se un posto è buono o una trappola per turisti, per York è un po’ più difficile perché c’è un’offerta talmente ampia che davvero si fa fatica, io mi sono fidato di alcuni consigli e me la sono cavata; anche a Sheffield avevo chi mi ha consigliato e mi sono trovato bene. Ho davvero avuto la sensazione che lo Yorkshire sia un’area gastronomica e birraria di grande interesse, o quantomeno mi sono goduto al massimo i pasti e le bevute.

La scena indie
Il contatto più forte l’ho avuto a Leeds, perché ho visto due concerti e avevo già un po’ di gente che conoscevo che mi ha presentato altra gente ecc… L’impressione è che dal punto di vista dei musicisti attivi ci sia davvero un grande fermento, mi è stato raccontato di uno che arriva da Liverpool tutti i weekend per suonare con due o tre band diverse, per esempio. La conseguenza è che di concerti se ne organizzano tantissimi, in modo totalmente DIY e con il coinvolgimento anche di personalità che non ti aspetti, tipo Ellis dei Trust Fund, band che ormai gode di una certa notorietà su scala nazionale ma direi anche internazionale (sempre rimanendo nella nicchia) o Hayley, una giornalista che recentemente ha scritto il suo primo articolo per il Guardian, insomma gente che in teoria avrebbe già i propri meritati riconoscimenti ma che si sbatte, investendo tempo e denaro, per far suonare la gente e mantenere vivo il suddetto fermento.
Il problema di tutto questo è che i concerti sono così tanti che il pubblico rischia di disperdersi: entrambi quelli che ho visto erano semivuoti e quasi nessuno è poi andato al merch per supportare a livello pratico le band. Giustamente immagino che non è che uno possa uscire di casa tutte le sere e mettere soldi in dischi di altri gruppi tutte le sere, per cui non so, io spero che continui a prevalere la voglia di mantenere viva la scena contro le inevitabili difficoltà economiche.
Vivendo e respirando di persona l’atmosfera della scena, penso anche di aver capito del perché, rispetto a qualche anno fa, il lato twee (termine da intendere in senso ampio) dell’indiepop sia ormai quasi totalmente in disuso: l’idea base “suoniamo e facciamo suonare il più possibile nonostante tutto”, ti porta inevitabilmente a sensazioni più spigolose, da esprimersi necessariamente con suoni e stili appropriati. Non è più il tempo di stare nelle proprie camerette a sognare a occhi aperti, è tempo di muovere il culo e sporcarsi le mani.
A York non ho visto concerti indie, ma da quello che mi raccontano le cose stanno allo stesso modo. A Sheffield ne ho visto solo uno e l’impressione è che anche qui la musica sia sempre la stessa. Il bello di questa ideologia DIY è che non è solo un aspetto estetico, ma essa è proprio insita nelle persone, così per queste venue e per chi organizza i concerti, il lucro è decisamente l’ultima cosa che interessa e c’è grande apertura e voglia di far sentire a proprio agio chi, come me, viene da fuori, come ho detto a Leeds poteva essere facile perché già un po’ di gente la conoscevo, ma anche a Sheffield, dove invece avevo giusto un contatto, ho avuto grande facilità a chiacchierare con chi era lì.

Il resto della gente
A Leeds ho passato la prima parte del soggiorno con amici italiani che vedo poco, anche perché una dei due vive a Manchester, e ho conosciuto il di lei fidanzato che è uno che ha più voglia di me di chiacchierare di musica, e penso di aver detto molto. A York e Sheffield ho incontrato amiche italiane che erano lì per vari motivi. In tutti questi casi sono stato molto bene ed è stato davvero bello condividere un pezzo del mio viaggio, che nel totale era più lungo rispetto alle mie abitudini, con loro.
A York ho fatto amicizia coi compagni di stanza dell’ostello, una cosa che non mi capita praticamente mai, e abbiamo fatto delle cose insieme. Si possono avere interessi completamente diversi ma se si condivide lo spirito con cui si fanno le cose, è un attimo che scatti quel qualcosa che rende lo stare in gruppo un vero valore aggiunto, anche se appunto non sapevi dell’esistenza di queste persone fino a poco prima. Mi ritengo molto fortunato nell’aver conosciuto queste persone.

L’Indietracks
Era la quinta volta che andavo e ancora non mi spiego come sia possibile che ogni anno l’intensità delle sensazioni che si provano non solo non sparisce, ma addirittura aumenti. Valgono sempre le stesse cose dette negli anni precedenti, ma ogni anno ti sembra che qualcosa sia migliorato. Stare coi miei amici di lì, alcuni dei quali vedo davvero solo una volta l’anno, è sempre più piacevole, inoltre quest’anno ho fatto più nuove conoscenze dai tempi del primo anno in cui ero andato lì senza conoscere nessuno o quasi. Dal punto di vista organizzativo, la scelta di chiamare qualche band in meno si è rivelata corretta, perché gli orari erano più rilassati, c’erano meno contemporaneità e insomma, ci si godeva il tutto col dovuto senso di relax. Sul cibo, credo che i chioschetti che ci sono ora rappresentino la giusta quadratura e mi auguro che rimangano così per sempre, sulle real ale siamo sempre su ottimi livelli, peccato invece che il sidro sia sempre più trascurato.
La grande novità di quest’anno per me è stato il fatto di aver ballato molto più tempo del solito nelle varie disco alla fine dei concerti e al campeggio. Di solito facevo tardi una notte su tre, quest’anno sono andato costantemente oltre le due di notte. Mi sono un po’ contenuto sul bere perché a fine vacanza avevo già dato in abbondanza e i soldini iniziavano a scarseggiare, ma è andata benissimo così, anzi magari è stato ciò che mi ha dato le energie e la voglia di fare party hard. A propostio della parte danzereccia, finalmente quest’anno c’era molto più indiepop rispetto al solito, e la gente ballava eccome, quindi si è avuta l’incredibile dimostrazione che se metti indiepop a un evento indiepop la gente – guarda un po’ – balla.

I concerti

Millennium Square, Leeds, 23 luglio
Indigo Project: trascurabili, e sono stato generoso.
Sherlocks: un po’ Jam, un po’ maximo Parl, un po’ Arctic Monkeys, magari la personalità non è il loro pregio migliore, però il talento c’è e le canzoni scorrono bene. Da seguire.
Bluetones: nel 2011 quando avevano già deciso di sciogliersi mi erano piaciuti, ma è evidente che ora sono molto più motivati dopo la reunion. Mark Morriss ha ancora quella voce lì e sa intrattenere ottimamente la folla, gli altri lo seguono a ruota in un’esecuzione impeccabile che rende piena giustizia a bellissime canzoni.
Shed Seven: Rick Witter è il solito mattatore irresistibile e la band è la solita macchina da guerra con tutti gli ingranaggi che girano a mille. Il supporto della piazza è infuocato come sempre e insomma, la solita festa piena di adrenalina e felicità.
Ocean Colour Scene: anche qui avevo come paragone solo il 2011 e anche qui molto meglio stasera, certo loro come intrattenitori non ci sanno proprio fare, ma suonano e cantano ottimamente e l’impatto emotivo è mille volte più alto, e con un qualità come la loro, il risultato è bellissimo.

Wharf Chambers, Leeds, 24 luglio
Horowitz: band storica che conoscevo poco, mi sono piaciuti tantissimo dal vivo e mi hanno messo tanta voglia di approfondire (leggasi acquistare al merch). Sono solo in due sul palco, chitarra e basso con una drum machine, lo stile è un indiepop tranquillo e cesellato, le canzoni sono molto belle e qui sono ben suonate e cantate. Bravi
T.O.Y.S.: come dico sempre, non credo ci sia una band oggigiorno che mi manda più fuori controllo di loro, forse se la giocano i !!! ma forse no. In ogni caso il loro groove è sempre più irresistibile e non posso fare a meno di ballare scatenato.
City Yelps: gran bel garage psichedelico, qualche incertezza nell’attacco di un paio di canzoni ma una volta che partono vano via belli dritti.
Expert Alterations: avevo tante aspettative e non sono rimasto deluso, questa è una band di grande qualità e dal vivo sa rivisitarsi in modo perfetto, con un sound più grosso che non snatura le ottime canzoni ma aggiunge una nuova dimensione a una proposta validissima.

Wharf Chambers, Leeds, 25 luglio
Elsa Hewitt: ragazza molto carina che fa un interessante ambient lo fi, non esattamente il mio genere ma mi è piaciuta.
Autobodies: indie-rock acido misto post-punk, gran tiro, esecuzione perfetta e ottime canzoni, bravi veramente.
Porridge Radio: un gran casino, ma molto ben organizzato, su disco sono un po’ più inquadrati, entranbi gli aspetti meritano comunque, ottima scoperta.
Evans The Death: li vedo poco, ma l’impressione è la stessa dell’anno scorso a Nottingham, ovvero non sono male ma non è che siano esattamente la miglior live band in circolazione.

Fibbers, York, 26 luglio
Tax The Heat: un bel rockone con voce potente per scaldare l’atmosfera, niente di particolare ma ci sta.
Ash: a Bologna lo scorso novembre mi erano sembrati un po’ fuori forma, stavolta invece sono in gran spolvero e la setlist è semplicemente perfetta. Tim Wheeler non è certo immune da stecche, ma l’energia è quella giusta quindi chi se ne frega. Serata esaltante.

Regather, Sheffield, 28 luglio
disclaimer: a un certo punto ero seriamente ubriaco, quindi magari qui i commenti sono meno attendibili
Pete Green: gran bel songwriter e ottima esecuzione, con un uso intelligente delle backing track. Bravo.
Maggie8: un po’ songwriting melodico con riverberi, un po’ psichedelia, mi piacciono soprattutto le armonie, sia strumentali che vocali.
Jessica & The Fletchers: stessa impressione rispetto a Madrid a marzo, ovvero un bel noise pop di ispirazione C-86, immediato e catchy.

Indietracks, 29 luglio (outdoor)
Nervous Twitch: ecco le spigolosità che vanno per la maggiore oggigiorno. Di positivo c’è una buona varietà, a conti fatti non sono rimasto particolarmente impressionato, però si lasciano ascoltare.
Simon Love & The Old Romantics: gran bel glam pop-rock, c’è il giusto grado di cazzonaggine ma c’è anche una sostanza fatta di buone canzoni ben suonate.
Spook School: il solito irresistibile e inarrestabile show dei quattro di Edimburgo, e la cover dei Vengaboys è una vera chicca. L’Indietracks è giustamente in delirio.

Indietracks, 30 luglio
Honey Joy (indoor): la peggior band di tutta la mia vacanza, si basano sui chitarroni ma il suono è fuori fuoco e la cantante è stonata come una campana.
Falling And Laughing (church): simpatico duo chitarra-batteria che propone un indiepop immediato e diretto ma non per questo banale, molto interessanti.
Dirtygirl (outdoor): il loro indiepop che rimanda ai Novanta alternativi d’Oltreoceano mi era già piaciuto a Londra tre mesi fa, ma qui c’è già un grande miglioramento. Precisione, calore e ottime canzoni.
Vacaciones (outdoor): li rivedo a quattro anni di distanza e mi piacciono molto di più della volta scorsa, ottimo jangle pop.
Soda Fountain Rag (indoor): la band è sempre più rodata e le dimensioni del live, molto più grandi rispetto alle volte precedenti, non intimidiscono i quattro, ma anzi li esaltano. Ragnhild, in particolare, è carichissima, a un certo punto canta “you can’t stop me, I’m the strongest girl in the world” e si capisce chiaramente che si sta sentendo davvero così.
Boys Forever (outdoor): il batterista dei Veronica Falls è qui sul pinte di comando, buone canzoni e buon live, niente per cui strapparsi i capelli ma vale la pena stare a vedere che potrà succedere.
Just Joans (merch): per me, la band che rappresenta più di tutte le altre l’Indietracks, o almeno il mio rapporto con questo evento. 5 volte che vado e 4 volte che li vedo, due in veste ufficiale e due in acustico al merch. Ogni volta l’emozione e speciale, ai limiti delle lacrime.
Flowers (outdoor): immensi come e più di sempre, le profondità liriche raggiunte da Rachel sono sempre più incredibili e Sam e Jordan ci mettono del loro interpretando perfettamente canzoni che probabilmente mostrano tutto il proprio potenziale solo dal vivo, ed è un potenziale per cui il limite è il cielo.
Po! (indoor): uno dei live più hypati del festival per la sua portata storica (la leader era una protagonista della scena negli anni Novanta ma non si vedeva in giro da tantissimo). Vedo poco perché si incrociavano coi Flowers, ma non mi sembra niente di speciale, poi magari sono io che non comprendo la portata storica dell’evento, ma sono contentissimo della scelta che ho fatto.
Bearsuit (outdoor): anche qui c’era molta attesa perché la band non si faceva vedere da tantissimo e anche qui sono tutti esaltati, ma io invece sono scettico, mi sembra tanto un’accozzaglia di suoni da sagra paesana ma dietro non ci vedo niente.
Emma Pollock (outdoor): rispetto ai Delgados e alle prime cose da solista, Emma ha cambiato approccio e ora è molto più una rockeuse, ma la classe non è acqua, per cui le canzoni sono ottime e il live pure.
Lovely Eggs (indoor): tre anni fa il live era stato incredibile, suoni perfetti e una voce di qualità eccelsa, purtroppo stasera le cose non sembrano stare allo stesso modo, non è male, per carità, ma non si avvicina per niente a quelle vette, così decido di infilarmi in chiesetta per i Secret Shine e faccio benissimo.
Secret Shine (church): terza volta che li vedo, in situazioni completamente diverse, e c’è una grandissima capacità di adattarsi al contesto per dare sempre e comunque agli spettatori un’esperienza non solo musicale, ma sensoriale a tutto tondo. Qui, in una chiesetta da poche decine di persone, c’è il giusto bilanciamento tra elettricità e sogno e si vola altissimi.
Saint Etienne (outdoor): i perfetti headliner da sabato sera. Sarah Cracknell ha classe e carisma, le canzoni sono irresistibili e il live è ben diviso tra beat/sample e parti suonate. Un divertimento in punta di fioretto, raffinato e col sorriso perenne.

Indietracks, 31 luglio
City Yelps (indoor): li rivedo volentieri e il set è migliore rispetto a una settimana fa, non solo per l’acustica del palco ma anche perché loro sono più in palla e tranquilli il giusto per andar via belli scorrevoli senza sbavature e con grande energia.
Witching Waves (outdoor): un bellissimo indie-rock graffiante e d’impatto, di quelli che ti coinvolgono e non te ne puoi staccare, tanto tanto bravi.
Lorna (indoor): qui invece siamo dalle parti di un dream pop con tanto di archi e flauto di quelli che piacciono a me, e questo in particolare mi piace tantissimo e me li godo sentendomi sospeso in un mondo tutto mio. Eccezionali.
Charlie Tipper Conspiracy (outdoor): gruppo relativamente nuovo formato da vecchie glorie della scena indie di Bristol (i membri di questa band erano in gruppi quali Flatmates, Groove Farm, Santa Cruz), sfruttano un buon ventaglio di sonorità con tanto di chitarra acustica e fiati per canzoni solide e interessanti.
Charla Fantasma (indoor): trio femminile dedito a un garage punk molto diretto e immediato e per nulla banale, anche qui un bel live solido.
Seazoo (outdoor): tra le band nuove sono quelli che mi solleticano maggiormente il palato e il live è una bella conferma, si sente meno l’influenza SFA/Gorky’s e si punta più sulle chitarre nude e crude, ma sempre ottime sia la qualità che la freschezza.
¡Ay, Carmela! (indoor): Carmela fa parte delle mie amatissime Colour Me Wednesday e il singolo che anticipava il disco un po’ ricorda lo stile della band madre, ma ascoltando queste canzoni live siamo invece da tutt’altra parte, ovvero su un rock cupo, intimista ma anche intenso e in qualche caso energico. Il live mi lascia un’impressione ottima.
Red Sleeping Beauty (outdoor): il set è lo stesso di Madrid, quindi un po’ di tracce registrate e un po’ di cose suonate live, e in più si aggiunge Julia (Jessica & The Fletchers/Papa Topo) per cantare, giustamente, su Mi Amor. Il clima sereno ma senza che faccia caldo è la cronice perfetta per le canzoni del duo svedese, ed è bellissimo lasciarsi coccolare da esse.
Haiku Salut (outdoor): anche qui, il fattore climatico è ideale per il set delle mie adoratissime, che si mostrano creative come non mai e capaci di dare emozioni come quasi nessuno. Suonano ben due canzoni nuove, che puntano più, rispetto al passato, su elettronica e ritmi vari, e per il resto è il solito campionario di delicate magie. Non so descrivere quanto le amo e ogni volta è sempre di più.
Darren Hayman & The Secondary Modern (outdoor): Darren si presenta in semplice trio chitarra-basso-batteria. Come gli Hefner, diranno i più attenti, e infatti ci sono ben 4 canzoni dalla vecchia band, e che canzoni! The Hymn For The Alcohol, I Tought You How To Dance, Pull Yourself Together e The Hymn For The Cigarettes, tutte eseguite in modo semplicemente wow. Per il resto, alcune canzoni della nuova uscita Thankful Villages e altre cose della sterminata carriera solista, tanta simpatia e gente che gli vuole bene.
Comet Gain (indoor): live impeccabile e emozionante da parte di questi veterani, che hanno dalla loro splendide canzoni e tanta voglia di suonarle al meglio. Il pubblico è completamente rapito e non manca di lasciarsi andare a scene di entusiasmo. Fantastici.
Aislers Set (outdoor): i veterani di San Francisco mostrano di essersi meritati lo slot da headliner conclusivo. Le canzoni sono di qualità altissima e loro le suonano con energia, sensibilità e attenzione ai dettagli. La chiusura perfetta per un festival e una vacanza semplicemente indimenticabili.

Indiefjord 2016: emozioni indelebili

Due anni fa avevo aderito all’invito della mia amica Silja a recarmi al festival che lei e l’allora fidanzato Mattias avevano organizzato con lo scopo principale di invitare un po’ di amici dalle loro parti, un po’ a suonare, un po’ a ascoltare, tutti insieme a godersi la magia del luogo e dello stare in compagnia di belle persone. Era stato uno dei weekend più irreali e emozionati che avessi mai vissuto, e c’era quindi tanta voglia di tornare. L’anno scorso non ce l’avevo fatta, ma stavolta mi sono organizzato con grande anticipo e sono tornato, partendo anche un po’ prima per visitare la cittadina di Alesund, quella dove si atterra quando si deve andare all’Indiefjord. Il risultato è stata una vacanza tra le più intense che ricordi: certo, mi è costata qualche soldo, però le emozioni di questi giorni me le sento già indelebili addosso.

 

Alesund è una bellissima cittadina, caratterizzata dal fatto che tutti gli edifici del centro sono in stile art nouveau. Un incendio distrusse tutto nel 1904 e al momento di ricostruire, quello era uno stile architettonico che stava conquistando attenzioni, così spontaneamente, chi costruiva seguiva quello stile. Il risultato è che ovunque ci si ritrova circondati da edifici decorati con minimalismo ma allo stesso tempo gusto e stile, e il colpo d’occhio d’insieme è spettacolare. Aggiungeteci poi le vedute mozzafiato del fiordo e vi trovate in un posto dove magari non ha senso stare per più di un paio di giorni, però quelle 48 e qualcosa ore vengono vissute davvero benissimo, fattore economico a parte.

 

Bjorke, il villaggio dove si svolge l’Indiefjord, mi ha dato la sensazione di essere uno di quei posti in cui ti senti subito a casa e, tornandoci dopo due anni, mi sentivo come se in realtà me ne fossi andato da lì giusto ieri. Il festival è molto cresciuto in questi due anni, sia sotto l’aspetto puramente organizzativo che dei servizi offerti agli ospiti. C’è ancora più attenzione alle attività giornaliere, in tanti posti puoi comprare da mangiare e pagare con carta di credito (due anni fa ci si doveva portare il cibo da fuori e esistevano solo i contanti), gli spazi per rilassarsi sono molto meglio strutturati, con tanto di pub e caffetteria. L’unico punto debole di tutto il festival era l’acustica della sala dei concerti serali, ebbene Silja quest’anno ha assunto un service professionale e si sentiva in modo perfetto e spettacolare. C’è stata una crescita anche dl punto di vista del pubblico: noi da fuori siamo più o meno gli stessi come numero, ma i locali sono prepotentemente aumentati, così il sabato sera era sold out in prevendita e anche la domenica era bella affollata.

 

Uno degli effetti principali dell’aumento di pubblico è stato l’essersi goduti in pieno di dj set dopo i live. Due anni fa non ballava praticamente nessuno, qui invece grandi danze e party fino a ore tardissime. La musica, come spesso avviene agli eventi indiepop, aveva poco a che fare col genere ma era più pop nel senso amplissimo del termine. Io sabato ho mollato un po’ prima, ma erano comunque le 2, mentre domenica ho tenuto brillantemente fino alla fine, ben oltre le 3, con tanto di stage invasion finale e gente che suonava la batteria. Grande merito alla mia amica Natalie di aver trovato subito il tipo di musica che potesse piacere a più gente possibile e aver tenuto la barra alta nel miglior modo possibile, del resto lo fa da tantissimo tempo e l’esperienza si è vista tutta.

 

La lezione principale che si impara dal modo in cui il festival si è evoluto è questa: se fai le cose col cuore, senza altro fine che non sia quello di stare bene e di aumentare la positività, e ovviamente hai anche le competenze giuste, i progetti migliorano e diventano sempre più speciali. Silja può contare sull’apporto di una comunità locale e di una famiglia che le danno il massimo del supporto, e dire massimo non rende davvero l’idea del lavoro collettivo che fanno tutti, però se lo merita proprio per la purezza d’animo con cui ha deciso di iniziare a fare questa cosa e di portarla avanti nel corso di questi anni.

 

Una nota sulla birra: ho davvero bevuto benissimo. Conoscevo già alcuni birrifici norvegesi (Nogne, Lervig, 7Fjell), e qui ne ho potuti assaggiare altri tutti molto validi (Grim & Gryt, Troll, Geiranger, Austmann). Grim & Gryt l’ho potuto approfondire bene perché tenevano una degustazione lì al festival e mi è piaciuto molto, soprattutto dal punto di vista della personalità, non rimangono mai perfettamente fedeli allo stile ma aggiungono sempre qualcosa di proprio e sempre con costrutto. Certo, qui il fattore prezzi vale ancora di più che per altri aspetti, diciamo che sei in vacanza e decidi di trattarti bene.

 

La cosa più bella dell’Indiefjord, però, è ovviamente stare con la gente. Due anni fa non conoscevo quasi nessuno, stavolta ne conoscevo un po’ di più, però comunque lì si è in un posto talmente magico che si è spinti ancora più del solito a fare amicizia. La mia amica Tansy mi ha detto che secondo lei io sono quello che parla con più gente diversa in tutto il festival, e probabilmente è vero, ma da sempre il mio grado di socievolezza è molto influenzato dall’ambiente in cui mi trovo e davvero non c’è niente che mi spinga di più da questo punto di vista di quel posto lì.

 

Dal punto di vista musicale, anche qui le cose sono cambiate. Due anni fa erano stati invitati per lo più band di amici quindi si insisteva molto sull’indiepop, quest’anno ci sono state centinaia di application e Silja ha scelto molte proposte più legate al songwriting, nel senso ampio del termine. Tanti set acustici o comunque molto morbidi e pochi invece che avessero anche un minimo di energia, che comunque non è mancata, con le cose più allegre e ritmate messe intelligentemente alla fine di ogni serata. Non mi aspettavo tutta questa tranquillità, ma ne sono rimasto contento, un po’ perché quello è un tipo di musica che mi piace e poi perché si adattava molto all’ambiente. Ovviamente conta anche il fatto che fossero tutte proposte di buona o ottima qualità.

 

Mi lancio ora nella classica breve descrizione band per band:

 

Ulises Palacio: ragazzo argentino che è venuto lì per far visita al proprietario di uno dei due ostelli con cui è amico e si è portato la fidanzata che faceva sessioni di yoga aperte a tutti la mattina (uno degli esempi che rende questo evento davvero unico): non ho ben capito se le canzoni fossero sue o di altri, in ogni caso ottima sensibilità nella voce e nel suonare la chitarra.

Benjamin Southworth: sempre voce e chitarra acustica, è il tipo di musicista a cui piace andare fuori dagli schemi e coinvolgere il pubblico, un set pieno di simpatia e vitalità (e una persona tra le più simpatiche e vulcaniche del weekend).

David Callahan: il leader dei Wolfhounds si conferma autore e interprete di classe.

Ingrid Karoline Snoge: piacevole ma nulla più, un po’ troppo educatina e calmina.

The Jet Van Set: Owen dei Finmark! ha lasciato da parte il progetto The French Defense e riparte con questo, che ha un sound ben diverso e lontano dal binomio voce e chitarra acustica che invece porta qui. Si capisce che le melodie e la voce sono sempre buone, però proposte così le canzoni indubbiamente perdono qualcosa.

Avind: in pratica, una versione ammorbidita e con voce femminile dei Kent degli anni Novanta, e già solo questo può bastare a far capire se mi sono piaciuti o no.

Davina Shell: faceva parte egli ottimi Ahs e ora è in giro da sola con canzoni che ancora sembrano un work in progress ma con uno stile sicuramente intrigante e personale, brava.

Joe Innes & The Cavalcades: trio semiacustico senza batteria, belle canzoni e belle armonie.

Robert Post: norvegese, a quanto pare una volta era molto popolare, comunque grande carisma pur con solo voce e chitarra e splendida cover di There There.

Soda Fountain Rag: live eccellente come a Londra due mesi prima, io li amo e loro amano me e insomma vero che non potrei mai parlarne male, però sono certo che chiunque li ascolti su disco o dal vivo non potrà che apprezzarli, sono troppo belli e bravi.

Tuts: set bomba, con la gente che le conosce poco ma che pian piano si scatena e balla con enorme energia, loro fanno quello che sanno fare meglio, ovvero spaccare i culi, e le canzoni nuove promettono benissimo, il disco esce a settembre e sarà una delle uscite indiepop dell’anno, sicuro.

Crying Day Care Choir: trio svedese che scalda l’atmosfera domenicale nel fienile all’ora di pranzo, belle melodie e tante vibrazioni positive.

Dead Flowers: voce e chitarra e molto americana oriented, nel fienile ci sta perfettamente, un bell’ascolto anche se non ho notato canzoni particolarmente incisive.

Elin Grimstad & friends: Elin è spessissimo presente a questi eventi ma stavolta ha messo in piedi una cosa speciale, un live nella chiesa del villaggio con tanti ospiti e un sacco di strumenti diversi, compreso l’organo della chiesa. Bellissimo tutto. Più tardi è stato poi proiettato il corto di animazione della stessa Elin, intitolato Eternal Hunting Grounds, molto ben fatto, un lavoro dal forte impatto poetico.

BOYS: ottimo modo di mescolare un impianto musicale pop-rock con un bel tocco dreamy e un timbro vocale effettato in maniera tale da dare un particolare equilibrio tra l’essere consistente e etereo. Tutto fatto molto bene e tanta voglia di ascoltare l’EP che esce tra un paio di mesi, poi sono amici di Oscar ed è un punto in più.

Lowpines: songwriter classico, suona un po’ da solo e un po’ con altri musicisti, grn classe e il giusto impatto emotivo.

Feivel: l’artista svedese si presenta in trio e consegna al pubblico un live da ricordare, grazie a una personalità e a un’emotività che si incontrano raramente. Ha solo una manciata di EP all’attivo ma dovrebbe arrivare l’album più avanti e sono certo che sarà attesissimo da tutti quelli che erano lì.

Lyla Foy: rispetto al disco e a quando l’avevo vista all’end Of The Road il set è molto asciutto e calmo, comunque la classe non si discute e la sensibilità interpretativa nemmeno.

Red Shoes Diaries: indiepop classico ma fato perfettamente, con melodie e armonie vocali e strumentali di qualità senz’altro sopra la media.

Trust Fund: è stato bellissimo vederli da vicino e rendermi conto meglio di quanta cura dei dettagli e delle armonie ci sia dietro la loro proposta, il tutto va sempre comunque al servizio della resa dei brani e il risultato è che questo quartetto è una macchina da guerra.