Yorkshire + Indietracks 2016: una vacanza indimenticabile

Luglio 2016, così come tutto quest’anno finora, è stato ricco di viaggi all’estero, così dopo la Norvegia erano in programma ben 10 giorni in Inghilterra. La scusa era che avevo un concerto a Leeds il sabato e l’Indietracks il weekend successivo, così invece di volare avanti e indietro nel giro di pochi giorni, ne ho approfittato per visitare posti a me nuovi. Ormai credo che di città inglesi con un minimo di nome mi manchino giusto Birmingham e Newcastle, anche se in realtà io vorrei fare un giro in Cornovaglia se potessi scegliere un luogo albionico ancora non visitato. Vedremo se ci sarà modo, ora intanto so che per quest’anno mi manca giusto la toccata e fuga a Malmo in novembre per i Kent e basta, quindi adesso sotto col controllo delle spese e della dieta.

Questi 10 giorni sono stati semplicemente incredibili. Lo Yorkshire, o quantomeno le città di Leeds, York e Sheffield, si sono rivelate posti perfetti per una vacanza, e hanno tutta l’aria di essere città dove si vive bene anche da residenti. Ho visto tante cose belle, mangiato e bevuto benissimo a prezzi ragionevoli (poi vabbè ho speso un sacco di soldi comunque perché purtroppo più passano gli anni e più ho voglia di trattarmi bene quando sono in vacanza), visto tanti bei concerti e incontrato un sacco di bellissima gente, che fossero italiani, inglesi, conosciuti, sconosciuti. Qui cercherò di mettere giù tutto per iscritto, sarà lunga, lo so.

Le città
Leeds ha la particolarità di avere un centro caratterizzato da palazzi con architettura vittoriana e solo per quello è bello passeggiare e guardarsi in giro, dopodiché è un must prendere il bus per visitare le rovine della Kirkstall Abbey e tornare verso il centro a piedi lungo il canale. York è praticamente un posto da cartolina, è stupendo ovunque ti giri, e pur essendo una piccola città, ha un sacco di posti, posticini e stradine da visitare e percorsi a piedi da seguire, c’è un po’ di sovraffollamento da turisti ma del resto ero un turista anche io quindi ho poco da lamentarmi. Per Sheffield ho avuto meno tempo per visitarla però mi è sembrata comunque carina.
In tutti e tre i casi ho dormito in ostello, quelli di Leeds e York li consiglio caldamente (Art Hostel e The Fort rispettivamente), mentre quello di Sheffield (Quick Stop) è buono ma ha la sfiga di trovarsi fuori dal centro e il trasporto pubblico non è esattamente il fiore all’occhiello della città.
Come dicevo sopra, in tutti e tre i casi mi sono trovato molto bene col mangiare e col bere. A Leeds si può andare sul sicuro nel senso che è facile capire se un posto è buono o una trappola per turisti, per York è un po’ più difficile perché c’è un’offerta talmente ampia che davvero si fa fatica, io mi sono fidato di alcuni consigli e me la sono cavata; anche a Sheffield avevo chi mi ha consigliato e mi sono trovato bene. Ho davvero avuto la sensazione che lo Yorkshire sia un’area gastronomica e birraria di grande interesse, o quantomeno mi sono goduto al massimo i pasti e le bevute.

La scena indie
Il contatto più forte l’ho avuto a Leeds, perché ho visto due concerti e avevo già un po’ di gente che conoscevo che mi ha presentato altra gente ecc… L’impressione è che dal punto di vista dei musicisti attivi ci sia davvero un grande fermento, mi è stato raccontato di uno che arriva da Liverpool tutti i weekend per suonare con due o tre band diverse, per esempio. La conseguenza è che di concerti se ne organizzano tantissimi, in modo totalmente DIY e con il coinvolgimento anche di personalità che non ti aspetti, tipo Ellis dei Trust Fund, band che ormai gode di una certa notorietà su scala nazionale ma direi anche internazionale (sempre rimanendo nella nicchia) o Hayley, una giornalista che recentemente ha scritto il suo primo articolo per il Guardian, insomma gente che in teoria avrebbe già i propri meritati riconoscimenti ma che si sbatte, investendo tempo e denaro, per far suonare la gente e mantenere vivo il suddetto fermento.
Il problema di tutto questo è che i concerti sono così tanti che il pubblico rischia di disperdersi: entrambi quelli che ho visto erano semivuoti e quasi nessuno è poi andato al merch per supportare a livello pratico le band. Giustamente immagino che non è che uno possa uscire di casa tutte le sere e mettere soldi in dischi di altri gruppi tutte le sere, per cui non so, io spero che continui a prevalere la voglia di mantenere viva la scena contro le inevitabili difficoltà economiche.
Vivendo e respirando di persona l’atmosfera della scena, penso anche di aver capito del perché, rispetto a qualche anno fa, il lato twee (termine da intendere in senso ampio) dell’indiepop sia ormai quasi totalmente in disuso: l’idea base “suoniamo e facciamo suonare il più possibile nonostante tutto”, ti porta inevitabilmente a sensazioni più spigolose, da esprimersi necessariamente con suoni e stili appropriati. Non è più il tempo di stare nelle proprie camerette a sognare a occhi aperti, è tempo di muovere il culo e sporcarsi le mani.
A York non ho visto concerti indie, ma da quello che mi raccontano le cose stanno allo stesso modo. A Sheffield ne ho visto solo uno e l’impressione è che anche qui la musica sia sempre la stessa. Il bello di questa ideologia DIY è che non è solo un aspetto estetico, ma essa è proprio insita nelle persone, così per queste venue e per chi organizza i concerti, il lucro è decisamente l’ultima cosa che interessa e c’è grande apertura e voglia di far sentire a proprio agio chi, come me, viene da fuori, come ho detto a Leeds poteva essere facile perché già un po’ di gente la conoscevo, ma anche a Sheffield, dove invece avevo giusto un contatto, ho avuto grande facilità a chiacchierare con chi era lì.

Il resto della gente
A Leeds ho passato la prima parte del soggiorno con amici italiani che vedo poco, anche perché una dei due vive a Manchester, e ho conosciuto il di lei fidanzato che è uno che ha più voglia di me di chiacchierare di musica, e penso di aver detto molto. A York e Sheffield ho incontrato amiche italiane che erano lì per vari motivi. In tutti questi casi sono stato molto bene ed è stato davvero bello condividere un pezzo del mio viaggio, che nel totale era più lungo rispetto alle mie abitudini, con loro.
A York ho fatto amicizia coi compagni di stanza dell’ostello, una cosa che non mi capita praticamente mai, e abbiamo fatto delle cose insieme. Si possono avere interessi completamente diversi ma se si condivide lo spirito con cui si fanno le cose, è un attimo che scatti quel qualcosa che rende lo stare in gruppo un vero valore aggiunto, anche se appunto non sapevi dell’esistenza di queste persone fino a poco prima. Mi ritengo molto fortunato nell’aver conosciuto queste persone.

L’Indietracks
Era la quinta volta che andavo e ancora non mi spiego come sia possibile che ogni anno l’intensità delle sensazioni che si provano non solo non sparisce, ma addirittura aumenti. Valgono sempre le stesse cose dette negli anni precedenti, ma ogni anno ti sembra che qualcosa sia migliorato. Stare coi miei amici di lì, alcuni dei quali vedo davvero solo una volta l’anno, è sempre più piacevole, inoltre quest’anno ho fatto più nuove conoscenze dai tempi del primo anno in cui ero andato lì senza conoscere nessuno o quasi. Dal punto di vista organizzativo, la scelta di chiamare qualche band in meno si è rivelata corretta, perché gli orari erano più rilassati, c’erano meno contemporaneità e insomma, ci si godeva il tutto col dovuto senso di relax. Sul cibo, credo che i chioschetti che ci sono ora rappresentino la giusta quadratura e mi auguro che rimangano così per sempre, sulle real ale siamo sempre su ottimi livelli, peccato invece che il sidro sia sempre più trascurato.
La grande novità di quest’anno per me è stato il fatto di aver ballato molto più tempo del solito nelle varie disco alla fine dei concerti e al campeggio. Di solito facevo tardi una notte su tre, quest’anno sono andato costantemente oltre le due di notte. Mi sono un po’ contenuto sul bere perché a fine vacanza avevo già dato in abbondanza e i soldini iniziavano a scarseggiare, ma è andata benissimo così, anzi magari è stato ciò che mi ha dato le energie e la voglia di fare party hard. A propostio della parte danzereccia, finalmente quest’anno c’era molto più indiepop rispetto al solito, e la gente ballava eccome, quindi si è avuta l’incredibile dimostrazione che se metti indiepop a un evento indiepop la gente – guarda un po’ – balla.

I concerti

Millennium Square, Leeds, 23 luglio
Indigo Project: trascurabili, e sono stato generoso.
Sherlocks: un po’ Jam, un po’ maximo Parl, un po’ Arctic Monkeys, magari la personalità non è il loro pregio migliore, però il talento c’è e le canzoni scorrono bene. Da seguire.
Bluetones: nel 2011 quando avevano già deciso di sciogliersi mi erano piaciuti, ma è evidente che ora sono molto più motivati dopo la reunion. Mark Morriss ha ancora quella voce lì e sa intrattenere ottimamente la folla, gli altri lo seguono a ruota in un’esecuzione impeccabile che rende piena giustizia a bellissime canzoni.
Shed Seven: Rick Witter è il solito mattatore irresistibile e la band è la solita macchina da guerra con tutti gli ingranaggi che girano a mille. Il supporto della piazza è infuocato come sempre e insomma, la solita festa piena di adrenalina e felicità.
Ocean Colour Scene: anche qui avevo come paragone solo il 2011 e anche qui molto meglio stasera, certo loro come intrattenitori non ci sanno proprio fare, ma suonano e cantano ottimamente e l’impatto emotivo è mille volte più alto, e con un qualità come la loro, il risultato è bellissimo.

Wharf Chambers, Leeds, 24 luglio
Horowitz: band storica che conoscevo poco, mi sono piaciuti tantissimo dal vivo e mi hanno messo tanta voglia di approfondire (leggasi acquistare al merch). Sono solo in due sul palco, chitarra e basso con una drum machine, lo stile è un indiepop tranquillo e cesellato, le canzoni sono molto belle e qui sono ben suonate e cantate. Bravi
T.O.Y.S.: come dico sempre, non credo ci sia una band oggigiorno che mi manda più fuori controllo di loro, forse se la giocano i !!! ma forse no. In ogni caso il loro groove è sempre più irresistibile e non posso fare a meno di ballare scatenato.
City Yelps: gran bel garage psichedelico, qualche incertezza nell’attacco di un paio di canzoni ma una volta che partono vano via belli dritti.
Expert Alterations: avevo tante aspettative e non sono rimasto deluso, questa è una band di grande qualità e dal vivo sa rivisitarsi in modo perfetto, con un sound più grosso che non snatura le ottime canzoni ma aggiunge una nuova dimensione a una proposta validissima.

Wharf Chambers, Leeds, 25 luglio
Elsa Hewitt: ragazza molto carina che fa un interessante ambient lo fi, non esattamente il mio genere ma mi è piaciuta.
Autobodies: indie-rock acido misto post-punk, gran tiro, esecuzione perfetta e ottime canzoni, bravi veramente.
Porridge Radio: un gran casino, ma molto ben organizzato, su disco sono un po’ più inquadrati, entranbi gli aspetti meritano comunque, ottima scoperta.
Evans The Death: li vedo poco, ma l’impressione è la stessa dell’anno scorso a Nottingham, ovvero non sono male ma non è che siano esattamente la miglior live band in circolazione.

Fibbers, York, 26 luglio
Tax The Heat: un bel rockone con voce potente per scaldare l’atmosfera, niente di particolare ma ci sta.
Ash: a Bologna lo scorso novembre mi erano sembrati un po’ fuori forma, stavolta invece sono in gran spolvero e la setlist è semplicemente perfetta. Tim Wheeler non è certo immune da stecche, ma l’energia è quella giusta quindi chi se ne frega. Serata esaltante.

Regather, Sheffield, 28 luglio
disclaimer: a un certo punto ero seriamente ubriaco, quindi magari qui i commenti sono meno attendibili
Pete Green: gran bel songwriter e ottima esecuzione, con un uso intelligente delle backing track. Bravo.
Maggie8: un po’ songwriting melodico con riverberi, un po’ psichedelia, mi piacciono soprattutto le armonie, sia strumentali che vocali.
Jessica & The Fletchers: stessa impressione rispetto a Madrid a marzo, ovvero un bel noise pop di ispirazione C-86, immediato e catchy.

Indietracks, 29 luglio (outdoor)
Nervous Twitch: ecco le spigolosità che vanno per la maggiore oggigiorno. Di positivo c’è una buona varietà, a conti fatti non sono rimasto particolarmente impressionato, però si lasciano ascoltare.
Simon Love & The Old Romantics: gran bel glam pop-rock, c’è il giusto grado di cazzonaggine ma c’è anche una sostanza fatta di buone canzoni ben suonate.
Spook School: il solito irresistibile e inarrestabile show dei quattro di Edimburgo, e la cover dei Vengaboys è una vera chicca. L’Indietracks è giustamente in delirio.

Indietracks, 30 luglio
Honey Joy (indoor): la peggior band di tutta la mia vacanza, si basano sui chitarroni ma il suono è fuori fuoco e la cantante è stonata come una campana.
Falling And Laughing (church): simpatico duo chitarra-batteria che propone un indiepop immediato e diretto ma non per questo banale, molto interessanti.
Dirtygirl (outdoor): il loro indiepop che rimanda ai Novanta alternativi d’Oltreoceano mi era già piaciuto a Londra tre mesi fa, ma qui c’è già un grande miglioramento. Precisione, calore e ottime canzoni.
Vacaciones (outdoor): li rivedo a quattro anni di distanza e mi piacciono molto di più della volta scorsa, ottimo jangle pop.
Soda Fountain Rag (indoor): la band è sempre più rodata e le dimensioni del live, molto più grandi rispetto alle volte precedenti, non intimidiscono i quattro, ma anzi li esaltano. Ragnhild, in particolare, è carichissima, a un certo punto canta “you can’t stop me, I’m the strongest girl in the world” e si capisce chiaramente che si sta sentendo davvero così.
Boys Forever (outdoor): il batterista dei Veronica Falls è qui sul pinte di comando, buone canzoni e buon live, niente per cui strapparsi i capelli ma vale la pena stare a vedere che potrà succedere.
Just Joans (merch): per me, la band che rappresenta più di tutte le altre l’Indietracks, o almeno il mio rapporto con questo evento. 5 volte che vado e 4 volte che li vedo, due in veste ufficiale e due in acustico al merch. Ogni volta l’emozione e speciale, ai limiti delle lacrime.
Flowers (outdoor): immensi come e più di sempre, le profondità liriche raggiunte da Rachel sono sempre più incredibili e Sam e Jordan ci mettono del loro interpretando perfettamente canzoni che probabilmente mostrano tutto il proprio potenziale solo dal vivo, ed è un potenziale per cui il limite è il cielo.
Po! (indoor): uno dei live più hypati del festival per la sua portata storica (la leader era una protagonista della scena negli anni Novanta ma non si vedeva in giro da tantissimo). Vedo poco perché si incrociavano coi Flowers, ma non mi sembra niente di speciale, poi magari sono io che non comprendo la portata storica dell’evento, ma sono contentissimo della scelta che ho fatto.
Bearsuit (outdoor): anche qui c’era molta attesa perché la band non si faceva vedere da tantissimo e anche qui sono tutti esaltati, ma io invece sono scettico, mi sembra tanto un’accozzaglia di suoni da sagra paesana ma dietro non ci vedo niente.
Emma Pollock (outdoor): rispetto ai Delgados e alle prime cose da solista, Emma ha cambiato approccio e ora è molto più una rockeuse, ma la classe non è acqua, per cui le canzoni sono ottime e il live pure.
Lovely Eggs (indoor): tre anni fa il live era stato incredibile, suoni perfetti e una voce di qualità eccelsa, purtroppo stasera le cose non sembrano stare allo stesso modo, non è male, per carità, ma non si avvicina per niente a quelle vette, così decido di infilarmi in chiesetta per i Secret Shine e faccio benissimo.
Secret Shine (church): terza volta che li vedo, in situazioni completamente diverse, e c’è una grandissima capacità di adattarsi al contesto per dare sempre e comunque agli spettatori un’esperienza non solo musicale, ma sensoriale a tutto tondo. Qui, in una chiesetta da poche decine di persone, c’è il giusto bilanciamento tra elettricità e sogno e si vola altissimi.
Saint Etienne (outdoor): i perfetti headliner da sabato sera. Sarah Cracknell ha classe e carisma, le canzoni sono irresistibili e il live è ben diviso tra beat/sample e parti suonate. Un divertimento in punta di fioretto, raffinato e col sorriso perenne.

Indietracks, 31 luglio
City Yelps (indoor): li rivedo volentieri e il set è migliore rispetto a una settimana fa, non solo per l’acustica del palco ma anche perché loro sono più in palla e tranquilli il giusto per andar via belli scorrevoli senza sbavature e con grande energia.
Witching Waves (outdoor): un bellissimo indie-rock graffiante e d’impatto, di quelli che ti coinvolgono e non te ne puoi staccare, tanto tanto bravi.
Lorna (indoor): qui invece siamo dalle parti di un dream pop con tanto di archi e flauto di quelli che piacciono a me, e questo in particolare mi piace tantissimo e me li godo sentendomi sospeso in un mondo tutto mio. Eccezionali.
Charlie Tipper Conspiracy (outdoor): gruppo relativamente nuovo formato da vecchie glorie della scena indie di Bristol (i membri di questa band erano in gruppi quali Flatmates, Groove Farm, Santa Cruz), sfruttano un buon ventaglio di sonorità con tanto di chitarra acustica e fiati per canzoni solide e interessanti.
Charla Fantasma (indoor): trio femminile dedito a un garage punk molto diretto e immediato e per nulla banale, anche qui un bel live solido.
Seazoo (outdoor): tra le band nuove sono quelli che mi solleticano maggiormente il palato e il live è una bella conferma, si sente meno l’influenza SFA/Gorky’s e si punta più sulle chitarre nude e crude, ma sempre ottime sia la qualità che la freschezza.
¡Ay, Carmela! (indoor): Carmela fa parte delle mie amatissime Colour Me Wednesday e il singolo che anticipava il disco un po’ ricorda lo stile della band madre, ma ascoltando queste canzoni live siamo invece da tutt’altra parte, ovvero su un rock cupo, intimista ma anche intenso e in qualche caso energico. Il live mi lascia un’impressione ottima.
Red Sleeping Beauty (outdoor): il set è lo stesso di Madrid, quindi un po’ di tracce registrate e un po’ di cose suonate live, e in più si aggiunge Julia (Jessica & The Fletchers/Papa Topo) per cantare, giustamente, su Mi Amor. Il clima sereno ma senza che faccia caldo è la cronice perfetta per le canzoni del duo svedese, ed è bellissimo lasciarsi coccolare da esse.
Haiku Salut (outdoor): anche qui, il fattore climatico è ideale per il set delle mie adoratissime, che si mostrano creative come non mai e capaci di dare emozioni come quasi nessuno. Suonano ben due canzoni nuove, che puntano più, rispetto al passato, su elettronica e ritmi vari, e per il resto è il solito campionario di delicate magie. Non so descrivere quanto le amo e ogni volta è sempre di più.
Darren Hayman & The Secondary Modern (outdoor): Darren si presenta in semplice trio chitarra-basso-batteria. Come gli Hefner, diranno i più attenti, e infatti ci sono ben 4 canzoni dalla vecchia band, e che canzoni! The Hymn For The Alcohol, I Tought You How To Dance, Pull Yourself Together e The Hymn For The Cigarettes, tutte eseguite in modo semplicemente wow. Per il resto, alcune canzoni della nuova uscita Thankful Villages e altre cose della sterminata carriera solista, tanta simpatia e gente che gli vuole bene.
Comet Gain (indoor): live impeccabile e emozionante da parte di questi veterani, che hanno dalla loro splendide canzoni e tanta voglia di suonarle al meglio. Il pubblico è completamente rapito e non manca di lasciarsi andare a scene di entusiasmo. Fantastici.
Aislers Set (outdoor): i veterani di San Francisco mostrano di essersi meritati lo slot da headliner conclusivo. Le canzoni sono di qualità altissima e loro le suonano con energia, sensibilità e attenzione ai dettagli. La chiusura perfetta per un festival e una vacanza semplicemente indimenticabili.

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Indiefjord 2016: emozioni indelebili

Due anni fa avevo aderito all’invito della mia amica Silja a recarmi al festival che lei e l’allora fidanzato Mattias avevano organizzato con lo scopo principale di invitare un po’ di amici dalle loro parti, un po’ a suonare, un po’ a ascoltare, tutti insieme a godersi la magia del luogo e dello stare in compagnia di belle persone. Era stato uno dei weekend più irreali e emozionati che avessi mai vissuto, e c’era quindi tanta voglia di tornare. L’anno scorso non ce l’avevo fatta, ma stavolta mi sono organizzato con grande anticipo e sono tornato, partendo anche un po’ prima per visitare la cittadina di Alesund, quella dove si atterra quando si deve andare all’Indiefjord. Il risultato è stata una vacanza tra le più intense che ricordi: certo, mi è costata qualche soldo, però le emozioni di questi giorni me le sento già indelebili addosso.

 

Alesund è una bellissima cittadina, caratterizzata dal fatto che tutti gli edifici del centro sono in stile art nouveau. Un incendio distrusse tutto nel 1904 e al momento di ricostruire, quello era uno stile architettonico che stava conquistando attenzioni, così spontaneamente, chi costruiva seguiva quello stile. Il risultato è che ovunque ci si ritrova circondati da edifici decorati con minimalismo ma allo stesso tempo gusto e stile, e il colpo d’occhio d’insieme è spettacolare. Aggiungeteci poi le vedute mozzafiato del fiordo e vi trovate in un posto dove magari non ha senso stare per più di un paio di giorni, però quelle 48 e qualcosa ore vengono vissute davvero benissimo, fattore economico a parte.

 

Bjorke, il villaggio dove si svolge l’Indiefjord, mi ha dato la sensazione di essere uno di quei posti in cui ti senti subito a casa e, tornandoci dopo due anni, mi sentivo come se in realtà me ne fossi andato da lì giusto ieri. Il festival è molto cresciuto in questi due anni, sia sotto l’aspetto puramente organizzativo che dei servizi offerti agli ospiti. C’è ancora più attenzione alle attività giornaliere, in tanti posti puoi comprare da mangiare e pagare con carta di credito (due anni fa ci si doveva portare il cibo da fuori e esistevano solo i contanti), gli spazi per rilassarsi sono molto meglio strutturati, con tanto di pub e caffetteria. L’unico punto debole di tutto il festival era l’acustica della sala dei concerti serali, ebbene Silja quest’anno ha assunto un service professionale e si sentiva in modo perfetto e spettacolare. C’è stata una crescita anche dl punto di vista del pubblico: noi da fuori siamo più o meno gli stessi come numero, ma i locali sono prepotentemente aumentati, così il sabato sera era sold out in prevendita e anche la domenica era bella affollata.

 

Uno degli effetti principali dell’aumento di pubblico è stato l’essersi goduti in pieno di dj set dopo i live. Due anni fa non ballava praticamente nessuno, qui invece grandi danze e party fino a ore tardissime. La musica, come spesso avviene agli eventi indiepop, aveva poco a che fare col genere ma era più pop nel senso amplissimo del termine. Io sabato ho mollato un po’ prima, ma erano comunque le 2, mentre domenica ho tenuto brillantemente fino alla fine, ben oltre le 3, con tanto di stage invasion finale e gente che suonava la batteria. Grande merito alla mia amica Natalie di aver trovato subito il tipo di musica che potesse piacere a più gente possibile e aver tenuto la barra alta nel miglior modo possibile, del resto lo fa da tantissimo tempo e l’esperienza si è vista tutta.

 

La lezione principale che si impara dal modo in cui il festival si è evoluto è questa: se fai le cose col cuore, senza altro fine che non sia quello di stare bene e di aumentare la positività, e ovviamente hai anche le competenze giuste, i progetti migliorano e diventano sempre più speciali. Silja può contare sull’apporto di una comunità locale e di una famiglia che le danno il massimo del supporto, e dire massimo non rende davvero l’idea del lavoro collettivo che fanno tutti, però se lo merita proprio per la purezza d’animo con cui ha deciso di iniziare a fare questa cosa e di portarla avanti nel corso di questi anni.

 

Una nota sulla birra: ho davvero bevuto benissimo. Conoscevo già alcuni birrifici norvegesi (Nogne, Lervig, 7Fjell), e qui ne ho potuti assaggiare altri tutti molto validi (Grim & Gryt, Troll, Geiranger, Austmann). Grim & Gryt l’ho potuto approfondire bene perché tenevano una degustazione lì al festival e mi è piaciuto molto, soprattutto dal punto di vista della personalità, non rimangono mai perfettamente fedeli allo stile ma aggiungono sempre qualcosa di proprio e sempre con costrutto. Certo, qui il fattore prezzi vale ancora di più che per altri aspetti, diciamo che sei in vacanza e decidi di trattarti bene.

 

La cosa più bella dell’Indiefjord, però, è ovviamente stare con la gente. Due anni fa non conoscevo quasi nessuno, stavolta ne conoscevo un po’ di più, però comunque lì si è in un posto talmente magico che si è spinti ancora più del solito a fare amicizia. La mia amica Tansy mi ha detto che secondo lei io sono quello che parla con più gente diversa in tutto il festival, e probabilmente è vero, ma da sempre il mio grado di socievolezza è molto influenzato dall’ambiente in cui mi trovo e davvero non c’è niente che mi spinga di più da questo punto di vista di quel posto lì.

 

Dal punto di vista musicale, anche qui le cose sono cambiate. Due anni fa erano stati invitati per lo più band di amici quindi si insisteva molto sull’indiepop, quest’anno ci sono state centinaia di application e Silja ha scelto molte proposte più legate al songwriting, nel senso ampio del termine. Tanti set acustici o comunque molto morbidi e pochi invece che avessero anche un minimo di energia, che comunque non è mancata, con le cose più allegre e ritmate messe intelligentemente alla fine di ogni serata. Non mi aspettavo tutta questa tranquillità, ma ne sono rimasto contento, un po’ perché quello è un tipo di musica che mi piace e poi perché si adattava molto all’ambiente. Ovviamente conta anche il fatto che fossero tutte proposte di buona o ottima qualità.

 

Mi lancio ora nella classica breve descrizione band per band:

 

Ulises Palacio: ragazzo argentino che è venuto lì per far visita al proprietario di uno dei due ostelli con cui è amico e si è portato la fidanzata che faceva sessioni di yoga aperte a tutti la mattina (uno degli esempi che rende questo evento davvero unico): non ho ben capito se le canzoni fossero sue o di altri, in ogni caso ottima sensibilità nella voce e nel suonare la chitarra.

Benjamin Southworth: sempre voce e chitarra acustica, è il tipo di musicista a cui piace andare fuori dagli schemi e coinvolgere il pubblico, un set pieno di simpatia e vitalità (e una persona tra le più simpatiche e vulcaniche del weekend).

David Callahan: il leader dei Wolfhounds si conferma autore e interprete di classe.

Ingrid Karoline Snoge: piacevole ma nulla più, un po’ troppo educatina e calmina.

The Jet Van Set: Owen dei Finmark! ha lasciato da parte il progetto The French Defense e riparte con questo, che ha un sound ben diverso e lontano dal binomio voce e chitarra acustica che invece porta qui. Si capisce che le melodie e la voce sono sempre buone, però proposte così le canzoni indubbiamente perdono qualcosa.

Avind: in pratica, una versione ammorbidita e con voce femminile dei Kent degli anni Novanta, e già solo questo può bastare a far capire se mi sono piaciuti o no.

Davina Shell: faceva parte egli ottimi Ahs e ora è in giro da sola con canzoni che ancora sembrano un work in progress ma con uno stile sicuramente intrigante e personale, brava.

Joe Innes & The Cavalcades: trio semiacustico senza batteria, belle canzoni e belle armonie.

Robert Post: norvegese, a quanto pare una volta era molto popolare, comunque grande carisma pur con solo voce e chitarra e splendida cover di There There.

Soda Fountain Rag: live eccellente come a Londra due mesi prima, io li amo e loro amano me e insomma vero che non potrei mai parlarne male, però sono certo che chiunque li ascolti su disco o dal vivo non potrà che apprezzarli, sono troppo belli e bravi.

Tuts: set bomba, con la gente che le conosce poco ma che pian piano si scatena e balla con enorme energia, loro fanno quello che sanno fare meglio, ovvero spaccare i culi, e le canzoni nuove promettono benissimo, il disco esce a settembre e sarà una delle uscite indiepop dell’anno, sicuro.

Crying Day Care Choir: trio svedese che scalda l’atmosfera domenicale nel fienile all’ora di pranzo, belle melodie e tante vibrazioni positive.

Dead Flowers: voce e chitarra e molto americana oriented, nel fienile ci sta perfettamente, un bell’ascolto anche se non ho notato canzoni particolarmente incisive.

Elin Grimstad & friends: Elin è spessissimo presente a questi eventi ma stavolta ha messo in piedi una cosa speciale, un live nella chiesa del villaggio con tanti ospiti e un sacco di strumenti diversi, compreso l’organo della chiesa. Bellissimo tutto. Più tardi è stato poi proiettato il corto di animazione della stessa Elin, intitolato Eternal Hunting Grounds, molto ben fatto, un lavoro dal forte impatto poetico.

BOYS: ottimo modo di mescolare un impianto musicale pop-rock con un bel tocco dreamy e un timbro vocale effettato in maniera tale da dare un particolare equilibrio tra l’essere consistente e etereo. Tutto fatto molto bene e tanta voglia di ascoltare l’EP che esce tra un paio di mesi, poi sono amici di Oscar ed è un punto in più.

Lowpines: songwriter classico, suona un po’ da solo e un po’ con altri musicisti, grn classe e il giusto impatto emotivo.

Feivel: l’artista svedese si presenta in trio e consegna al pubblico un live da ricordare, grazie a una personalità e a un’emotività che si incontrano raramente. Ha solo una manciata di EP all’attivo ma dovrebbe arrivare l’album più avanti e sono certo che sarà attesissimo da tutti quelli che erano lì.

Lyla Foy: rispetto al disco e a quando l’avevo vista all’end Of The Road il set è molto asciutto e calmo, comunque la classe non si discute e la sensibilità interpretativa nemmeno.

Red Shoes Diaries: indiepop classico ma fato perfettamente, con melodie e armonie vocali e strumentali di qualità senz’altro sopra la media.

Trust Fund: è stato bellissimo vederli da vicino e rendermi conto meglio di quanta cura dei dettagli e delle armonie ci sia dietro la loro proposta, il tutto va sempre comunque al servizio della resa dei brani e il risultato è che questo quartetto è una macchina da guerra.

Mansun memories: Barto & Ricky

Il 10 giugno, dopo un’attesa a dir poco spasmodica, arriverà la prima pubblicazione ufficiale di Paul Draper, che per chi non lo sapesse era il leader dei Mansun. Per celebrare l’evento, io e Ricky ci siamo concessi di scrivere a briglia sciolta su una delle nostre band del cuore. qui dentro trovate due mini trattati a cuore aperto su cosa significhi imbattersi in una band che caratterizza non solo i propri gusti musicali, ma anche alcune cose della propria vita. Buona lettura

 

Barto

Sono malato di mansunite da circa vent’anni. Il morbo l’ho contratto in modo definitivo nell’autunno del 1996, quando sulla gloriosa Rock FM ho ascoltato per la mia prima volta Stripper Vicar. Già c’erano stati i primi sintomi con l’ascolto, sempre sulle stesse leggendarie onde radio, di Egg Shaped Fred, ma la canzone sul parroco spogliarellista mi aveva subito portato al punto di non ritorno. Quella voce, quella melodia, quelle chitarre, furono una vera e propria epifania. Avevo 21 anni abbondanti e avevo scoperto da circa un anno che la musica che faceva per me era fatta di quelle cose che venivano ricondotte al termine britpop. Purtroppo, a quei tempi era dura aggiornarsi su quello che succedeva al di fuori dei canali di promozione mainstream senza avere un lavoro, e io ero un studentello squattrinato che si arrangiava con la classica paghetta periodica dei genitori. Rock FM fu fondamentale per farmi scoprire un sacco di cose: certo, quando ci passavo tanto tempo erano più le cose che non mi piacevano rispetto a quelle che mi esaltavano, però quando beccavo la roba giusta era una gran figata. Il momento peggiore, però, era quando beccavo le canzoni belle che però erano in rotazione, senza lo speaker che diceva il titolo, quindi mi chiedevo di chi fosse quella figata e spesso rimanevo senza risposta. Ho adorato Myiako Hideaway dei Marion per anni senza essere mai riuscito a sapere di chi fosse.

 

Di quella canzone, invece, avevo capito che la band si chiamava Manson, sì, con la O, poi dopo poco per fortuna ho capito il nome giusto. Da lì, ho iniziato a chiedermi dove mai potessi comprare un loro disco, l’unico spazio dove ogni tanto vendevano cose un po’ fuori da quello che conoscevano tutti era Mariposa, e poi avevo così pochi soldi da non possedere nemmeno un lettore CD, che tanto costavano troppo, era già tanto potermi permettere le cassette. Un bel giorno, lì da Mariposa, vedo esposta la cassetta di Attack Of The Grey Lantern. Mi sale il sangue alla testa, doveva esere mia, ma 23mila lire da spendere tute in una botta erano davvero tante. Avrei dovuto mettermi via una quota della paghetta per arrivare a quell’importo. Lo faccio e il giorno in cui sono entrato da Mariposa per annunciare con estrema soddisfazione al commesso “vorrei quella cassetta” me lo ricorderò per sempre. Il commesso dice al collega dietro il bancone “ce l’hai lì una cassetta dei Mansun?”, e lui “di Marilyn Manson?”, e l’altro, per fargli capire “no, dei Mansùn” letto come si scrive e con l’accento sulla U.

 

Attack Of The Grey Lantern è stato un disco fondamentale per la mia educazione musicale, perché mi ha fatto capire che è bello quando arriva qualcosa di inaspettato e fuori dagli schemi, se fatto bene. Ai tempi conoscevo i due singoli che ho citato e She Makes My Nose Bleed, quindi immaginatevi come possa aver reagito la prima volta che ho ascoltato tutto il disco. “Oddio cos’è questo inizio orchestrale? Ommamma, e perché passa così all’improvviso a un’atmosfera così diversa? Cavolo, adesso il suono è più pulito però questa chitarra com’è strana. Ehilà , e questa ritmica dance? Nooo, adesso solo chitarra e voce!” e via così fino a quando il giro di archi iniziale viene ripreso al termine del disco. Dopo un po’ ho iniziato a leggere i testi e ricordo che non capivo bene cosa volessero dire, però a quella cosa ci ero già abituato con gli Oasis, solo che questi mi suonavano molto più belli, mi davano l’idea che comunque un loro senso ce l’avessero, e poi uno che urlava senza ritegno che “la tua merda è dolce come la mia, o dolce Gesù” meritava di essere amato solo per quello.

 

Attack Of The Grey Lantern mi ha fatto capire che c’era vita al di là del trittico chitarre-strofa-ritornello al quale mi ero completamente votato per amore di quei gruppi inglesi che avevano sconvolto così intensamente le mie priorità musicali e avevano fatto salire esponenzialmente la musica nella lista delle mie priorità. Onestamente, non ho mai capito quelli che dicono di essere rimasti spiazzati al primo ascolto di Six. Io non ho mai visto i Mansun come un gruppo pop, ma come una band che, meglio di ogni altra, prendeva il pop per partire verso esplorazioni molto più ampie. Sicuramente sono rimasto legato alla forma canzone per scegliere le cose da ascoltare e amare, però senza Attack Of The Grey Lantern e Six avrei avuto una mentalità molto più limitata e probabilmente sarei rimasto troppo legato al britpop inteso nella sua forma più classica, senza essere in grado di andare al di là di quello. Ah, io al primo ascolto di Six ho pensato che con un disco così Attack fosse stato annichilito. Oggi li metto sullo stesso livello, ma all’epoca Six mi sembrava enormemente più avanti: più ambizioso, più deciso, più capace di dare la botta. E poi anche lì i testi, mi ricordo come mi aveva colpito Cancer, evidentemente mi impressionava la capacità di Paul di parlare senza peli sulla lingua di un argomento come la religione, che sembrava tabù ovunque.

 

L’acquisto di Six è stato, per fortuna, più facile: erano passati due anni, qualche lavoretto da studente lo facevo, ricordo l’intervista dei Mansun stessi sempre su Rock FM, durante la quale era stato annunciato che avrebbero suonato al Rolling Stone di spalla ai Manics. Non ero mai stato a un concerto da solo, ma a quello non potevo proprio mancare. Una mattina, finite le lezioni universitarie, vado da Mariposa e compro il biglietto del concerto, la cassetta di Six e quella dell’ultimo disco dei Manics, che ai tempi era This Is My Truth. L’avevo fatto giusto per andar lì conoscendo qualche canzone in più rispetto alle due che già conoscevo. Il giorno del concerto arrivo lì prestissimo e inizio a fare due chiacchiera con un gruppetto di ragazzi fan dei Mansun anche loro. Con uno di loro ci sentiamo regolarmente anche adesso, con un altro paio abbiamo condiviso un sacco di cose per anni, ma ora non so più che fine abbiano fatto. Il set dei miei idoli dura poco e è segnato da problemi tecnici, però alle mie orecchie suona celestiale. Rimarrà la mia unica volta con loro. I ragazzi se ne vanno quando i Mansun finiscono, io resto e mi innamoro dei Manics.

 

Questa prima volta a un concerto da solo e a andare di mia iniziativa ai chiacchierare con sconosciuti non è l’unica legata a questa band. Nel 2000, faccio finalmente il mio primo viaggio a Londra e nella via dell’ostello c’è Tower Records, dove campeggia l’enorme scritta “singolo della settimana: Mansun”: il mio primo cd comprato in terra d’Albione è quindi il singolo di I Can Only Disappoint U. Altra prima volta: Little Kix non mi piace, leggo una recensione positiva su una rivista e faccio una osa mai fatta prima: prendo carta e penna e scrivo una lettera arrabbiata la giornale, chiedendomi come fosse possibile che si potesse apprezzare quel disco, sicuramente ve l’avrà dettata la EMI la recensione. Ancora: viene annunciato Kleptomania, a Milano ce l’ha solo Supporti Fonografici ma costa 45 euro, su play.com costa 22, però io non ho una carta di credito: vado in Posta a farmi la postepay e mi registro sul sito e Kleptomania è il mio primo acquisto online. Infine, per il decennale di Attack, per la prima volta ho deciso di scrivere un post lunghissimo e celebrativo su questo blog, non mi ero mai avventurato nel fare cose così e quel post rimane uno dei miei scritti per il quale l’affetto è più forte.

 

Dopo un po’ le mie prime volte sono finite, del resto finiscono in generale nella vita, però il mio amore per questa band è rimasto speciale, alimentato anche dalla continua presenza di gruppi di fan su MySpace e Last.fm, prima che su Facebook. Adesso Paul sta per tornare e dire che non vedo l’ora non rende minimamente l’idea, dire che l’attesa è spasmodica neanche, credo basti dire “Paul Draper sta per tornare” e se avete letto questa cosa che ho scritto capirete da soli l’enormità di questo evento per me, visto che è direttamente proporzionale all’importanza che i Mansun hanno avuto nella mia vita.

 

Ricky

Ricordo bene il momento in cui decretai, sopratutto a me stesso, che  i Mansun erano ufficialmente il mio gruppo preferito: fu quando appesi il poster gigante di ‘Attack Of The Grey Lantern‘ proprio sopra il mio letto. Quella era la posizione simbolo nella mia camera. Da li era passata gente come Madonna, Metallica, Oasis, Blur, Morbid Angel (pure loro!) e Smashing Pumpkins (solo per citare qualche nome), ma nel marzo 1997 era il momento dei Mansun e io mi sentivo un dio ad avere quel tripudio di rose blu e viola sopra la mia testa. Paul Draper vegliava sul mio sonno.

Li avevo conosciuti sulle pagine di Rockerilla i Mansun: la premiata ditta Costmagna/Villa, negli anni d’oro del “brit-pop”, sfornava nomi in continuazione e io e il mio buon amico Claudio eravamo li, indaffarati a prendere appunti, a telefonare a Supporti Fonografici, a cercare un po’ di dischi in quel di Verona (dove studiavamo entrambi) e a sentire il più possibile tutte questa band sulle frequenze della BBC. Era una battaglia. La nostra missione era scovare ogni volta un gruppo nuovo di cui innamorarsi e per cui perdere la testa. Io poi, beh, non ne parliamo: idoli nuovi ogni settimana. Qualcuno durava poco, pochissimo, altri seppero resistere di più e diventare parte integrante delle mie giornate per lungo tempo. I Mansun rientrarono in quella categoria. La marcia di avvicinamento al disco fu magnifica, quasi trionfale. Ogni brano nuovo di questi ragazzi mi sembrava irreale, emozionante e capace di conquistarmi fin dalla prima nota. Ho sempre amato fare “air guitar”, io non suono la chitarra ma fantasticare di essere questo o quel chitarrista mi ha sempre affascinato, ma con i Mansun no, immaginavo di essere Paul Draper. Lo vedevo nelle fotografie così bello, carismatico e capace di tutto: chi potevo essere se non lui? Con questo finto microfono in mano mi credevo lui sul palco, impegnato a cantare ‘Egg Shaped Fred‘ o  ‘Take It Easy Chicken‘. Numeri da circo nel mio salotto se ci ripenso adesso. Nel 1996 c’erano anche altri eroi che riempivano i miei ascolti, era inevitabile, eppure, fra i tanti gruppi, i Mansun erano spesso citati anche dai miei amici “britpoppettari” e, ogni volta, non si perdeva occasione di lodarli, insomma erano dei predestinati.

Il colpo da 10 e lode arrivò a inizio 1997. L’album era imminente e poco prima della sua uscita i Mansun fecero uscire, a febbraio, il singolo ‘She Makes My Nose Bleed‘ e da li fu schiavitù totale. Il brano mi colpì a tal punto che, tutt’oggi lo reputo uno dei pezzi migliori della band e sopratutto rese l’attesa per quell’esordio quasi insostenibile. Ogni giorno passavo da Pentagramma e Diesis, i miei negozi musicali veronesi preferiti, nella speranza di trovare quel cd e a tutti citavo questi benedetti Mansun, suscitando per lo più facce perplesse. Ma alla fine arrivò il giorno e quel poster che stava nel negozio di dischi doveva essere mio. Così comperando il cd chiesi anche se potevo avere quella copertina ingrandita in cui capeggiava il nome Mansun: sapevo già che il posto più ambito della mia camera stava per trovare un nuovo padrone.

Il primo ascolto non lo dimenticherò mai. Pelle d’oca. Quegli archi trionfali che aprivano l’album e intanto i miei occhi che venivano rapiti dalle immagini all’interno dell’album: quella di loro vestiti da preti che facevano il medio fu un pugno in faccia. Arrivato a ‘Taxloss‘persi il lume della ragione. Dizionario alla mano cercavo di tradurre i testi e ne restavo sbalordito e intanto quello che sentivano le mie orecchie era paradiso in musica: un tripudio di suoni così rigogliosi e incontenibili. Mi ricordo che quando passavano i brani che già avevo sentito smettevo di guardare i testi, mi alzavo in piedi e facevo l’invasato. Arrivato a ‘Dark Mavis‘ ero senza fiato e senza forze, esaltato e ci mancava poco che mi mettessi a piangere dalla gioia.

Quel disco rimase a lungo sul mio lettore. Cambiavano i cd ma alla fine tornavo sempre li, da Paul Draper e soci. Non riuscivo a farne a meno. Cercavo pure di coinvolgere mia madre e mio padre per ascolti comunitari, ma devo dire che non trovavo grandi consensi.  Credo che basterebbe questo a far capire quanto ho amato i Mansun. Quando vorresti che pure tua madre esprimesse la sua gioia verso una band che ascolti, beh, quello è vero amore. Ma ogni storia deve avere il finale adatto, bello brutto che sia. Ai tempi di ‘Six‘ lavoravo a Radio Popolare Verona e ricordo bene l’arrivo in redazione di ‘Legacy‘, così come di ‘Being a Girl’. Il poster sopra il letto era ancora li e il nome Mansun suscitava ancora sussulti nel sottoscritto che rimase molto colpito da quei singoli, ma, lo ammetto, non riuscì mai del tutto ad entrare in piena sintonia con questo secondo disco, almeno all’epoca, perché poi lo rivalutai completamente. I miei amici “mansuniani” erano tutti in estasi e io, Dio mio, mi sentivo così in difficoltà nell’ammettere che qualcosa non mi tornava: Oh Paul, potrai mai perdonarmi? I testi erano neri e incazzati, mi mancavano i personaggi dell’esordio e mi chiedevo che cosa potessi avere a che fare io con quel retrogusto prog, limitandomi alla superficie e non andando in profondità a cercare tutte quelle perle nascoste che poi, con ascolti più ragionati e pazienti, trovai. Ma all’epoca, ripeto, il disco lo ascoltai certo, ma la sua complessità mi spiazzò.

Più riappacificante fu ‘Little Kix‘, in cui la band ritrovò semplicità e forma canzone più chiara e mi sembrava che quasi mi avessero fatto un regalo: ritornavano i ritornelli regolari, gli archi e gli spigoli diventavano più morbidi. Adoravo un brano fuori dal tempo come ‘Fool‘ e mi ricordo che ‘Soundtrack 4 2 Lovers‘ era la canzone che volevo sempre dedicare a una fanciulla di cui ero pazzamente innamorato e che, pure lei, amava i Mansun e le dicevo che quella era la nostra canzone. Pensa te. Un disco che però non riuscì a far parlare di sé, bene o male che fosse: non colpì particolarmente nel segno e per i Mansun fu l’inizio della fine.

Mi rattristai molto il giorno che seppi dello scioglimento e non mi interessai più di tanto alle famose campagne per far si che venisse pubblicato ‘Kleptomania‘ che comunque finii per comperare, ma che non ascoltai più di tanto, a tal punto che non mi sento neanche di darne un giudizio.

Di una cosa però ero certo, ovvero  che Paul Draper da li a brevissimo sarebbe tornato. Ne ero sicuro. Lo consideravo un talento, uno che non poteva stare fermo ai box. Mi sbagliavo. Sarebbe passato tantissimo tempo prima che ritornassi a leggere il suo nome da protagonista e non nelle solite rubriche tipo “che fine hanno fatto”. Internet, mail e facebook mi ha aiutato a mettermi in contatto con i miei idoli, lo fa tutt’ora, ma vi confesso che il primo scambio di chiacchierate telematiche con Paul mi ha lasciato senza parole. Mi è tornato in mente tutto quello che ho appena scritto, e sono andato in apnea. Paul Draper ha segnato un pezzo importante della colonna sonora della mia vita, gliene sono grato e, sinceramente, posso dire che l’attesa di sentire le sue nuove composizioni forse non mi ha procurato  la stessa tensione di quando aspettavo il primo album dei Mansun, ma, beh, siamo quasi li e sentire ancora una volta la sua voce seppure con più synth e meno chitarre del passato, beh, ha fatto si che il cuore che battesse forte, perché in fin dei conti viviamo per qualcosa che ci faccia battere forte il cuore. Grazie ancora Paul, anche stavolta mi hai emozionato. Bentornato!

Il successo di Calcutta mi fa incazzare e mi demoralizza

Durante il mio percorso da appassionato di musica, mi sono trovato sempre più interessato a quello che succede in Italia. Ho sempre ascoltato musica italiana indipendente, ma per tanto tempo non mi sono mai messo a scavare per cercare di ascoltare quante più cose possibili: mi accontentavo di quello che passava Rock FM, che comunque non era pochissimo, e andava bene così. Ovviamente, però, più scambiavo opinioni con altri appassionati e maggiore era il numero di gruppi e artisti italiani che mi venivano consigliati e poi la cosa è aumentata esponenzialmente quando da un lato ho iniziato a avere alcuni anni di scrittura musicale alle spalle e quindi mi arrivavano sempre più comunicazioni promozionali, dall’altro ho aumentato il numero dei concerti a cui andavo e nei quali tante volte ho scoperto cose che poi mi sono piaciute.

 

Così, pian piano, quasi senza rendermene conto, ho iniziato a prendermi la musica italiana sempre più a cuore e, di conseguenza, ho cercato sempre di più di spargere la voce grazie alle possibilità di internet: prima il blog, poi gli articoli di stampo giornalistico, poi i social network. Mi è stato spesso detto che sono troppo buono e che non era possibile che tutti quei dischi italiani fossero imperdibili così come dicevo io, però alcune volte i miei consigli sono stati graditi da chi si è fidato e si è andato a ascoltare l’oggetto delle mie lodi. Oggi, a 41 anni, ho tutte le possibilità del mondo di dare un minimo di visibilità a chi mi piace, poi magari in pochi ascoltano e in tanti invece mi dicono “ah sì, li nomini sempre”, ma già il fatto che ci sia gente che sa dell’esistenza di qualcosa solo grazie a me mi rende contento in qualche modo.

 

Ovviamente, in tuti questi anni sono passati periodicamente artisti che facevano successo ma che a me non piacevano, o mi suonavano totalmente insignificanti. I Ministri, i Marta Sui tubi, Il Pan Del Diavolo, i diversi progetti con a capo Jonathan Clancy, Dente, Brunori, vedevo tutti questi che creavano esaltazioni di massa ma io non capivo perché. Però non mi è mai venuto in mente di dire una cosa come “vabbè è inutile che mi sbatta a parlare di questo o di quell’altro se poi la roba che piace di più alla gente è questa”, soprattutto perché, contemporaneamente, altre cose di successo che a me piacevano (Baustelle, Maria Antonietta, Le Luci, il primo disco de I Cani e quello dello Stato Sociale, in misura minore gli Zen Circus) ricevevano anche un sacco di critiche e allora dicevo a me stesso che ok, in fondo è una questione di gusti e non devo essere convinto che la gente non avrà mai voglia di approfondire solo perché ascolta quella che a me sembra robaccia.

 

Il successo di Calcutta, invece, è una cosa diversa, è una cosa che per la prima volta nella mia vita mi fa venir voglia di smettere, di tenermi le cose per me, di fare sì gli articoli giornalistici per far piacere agli artisti e dare dei contributi ai siti su cui scrivo ma di smetterla con tutto il resto, con le playlist, con le classifiche, con la voglia di far sapere al mondo che questo disco lo dovete ascoltare per forza perché è emozionante. Per la prima volta, il successo di qualcuno che non mi piace mi fa incazzare e mi demoralizza, per due diversi motivi. Il primo è che, a differenza di tutti gli altri che ho citato, Calcutta è molto bravo a scrivere le melodie, gli escono fuori proprio bene, proprio giuste, che ti restano in testa perché sono belle e non perché sono banali. Quindi dico cavolo, questo potrebbe fare delle canzoni della madonna, e invece no, perché qui arriva il secondo motivo.

 

Quello che non sopporto della musica italiana di massa negli ultimi vent’anni, e ci includo gente che prima aveva anche fatto delle cose belle o comunque valide artisticamente, tipo Vasco Rossi, Ligabue o anche Eros Ramazzotti, è che si sente tantissimo che non c’è nessuna voglia di fare una canzone che sia bella di per sé, ma l’unico scopo è quello di intercettare quanto più pubblico possibile, grazie ai suoni giusti, alle parole scelte con cura e alla struttura stessa delle canzone, con l’intro, la strofa e il ritornello che devono durare un tempo stabilito e cose così. E la gente, alla quale giustamente non interessa ascoltare la musica con impegno, si imbatte in certe canzoni per un ampio numero di volte fino a quando non entrano in testa, perché quello è lo scopo con cui sono fatte e essendo create da persone molto preparate e competenti, questo scopo lo ottengono. Io, che invece un minimo di testa ce la metto nell’ascolto, quando ho questa sensazione rifuggo immediatamente dalla canzone perché proprio non ce la faccio.

 

Calcutta, alle mie orecchie, ha proprio questo problema qui, e per la prima volta in assoluto provo questa stessa fastidiosa sensazione per qualcosa che non viene dai grandi circuiti, ma dal mio mondo, dal mondo nel quale da tanto tempo cerco il modo in cui poter diffondere la musica che mi piace. In questo mondo, non mi era mai capitato di vedere uno che fa successo e che mi dà quella sensazione, e ora che lo sto vedendo, mi sto non solo incazzando, ma anche demoralizzando. A cosa serve oggi il fatto che io periodicamente scriva su Facebook e Twitter di quanto è figo questo o quel gruppo sconosciuto? A cosa serve che mi sbrighi a tornare a casa dal lavoro per avere il tempo di scrivere quella recensione, o che torni a casa da quel concerto e scriva il report di notte? Serve solo, come ho detto prima, a far contenti i musicisti e a tenere attivi i siti, ma a nient’altro, perché poi arriva questo, pubblica le cose con tutti gli elementi giusti al posto giusto e che di artistico non hanno nulla, a parte, come dicevo, le melodie, e l’attenzione delle persone è tutta su di lui.

 

Il singolo nuovo, poi, è l’apoteosi di tutto questo, con quel suono da tormentone radiofonico estivo veramente fintissimo, non molto diverso dal maggior successo dell’estate scorsa, ovvero la Maria Salvador di J Ax. Ecco io mi chiedo, il fatto che qualcuno che ha successo e che proviene dal mio mondo faccia una canzone così e soprattutto il fatto che subito la gente la esalti in massa sui social, che voglia mi può dare nel parlare bene, invece, delle cose che piacciono a me? Non ne ho più improvvisamente nessuna voglia, perché tanto ormai il gusto delle persone si è sviluppato in modo troppo diverso dal mio e la distanza è ormai incolmabile. E non sto dicendo che voi che apprezzate Calcutta siate nel torto, sto solo dicendo che ormai non ha più alcun senso che io provi a convincere un buon numero di persone a ascoltare le cose che secondo me non hanno abbastanza considerazione.

 

So che le stesse critiche che rivolgo a Calcutta sono spesso state fatte proprio ai vari Baustelle, Maria Antonietta, Le Luci, il primo disco dei Cani, quelli di cui parlavo sopra insomma, però ho sempre trovato che quella fosse una componente minoritaria nella loro proposta e che, pensando a tutto il complesso, determinate cose un po’ più “acchiappone” acquistino comunque un senso messe dentro a un modo di fare musica che comunque non è così spudoratamente vicino a quello che serve per attirare gente. Calcutta, invece, è tutto basato su quello, non c’è nulla nel suo timbro vocale, nel suono e nei testi che non abbia altro scopo che quello. Basta solo pensare alle differenze tra il disco e il nuovo singolo proprio sotto questi punti di vista e non è un’evoluzione, non è voglia di provare cose nuove, è solo che ehi, il disco esce in autunno/inverno quindi dev’essere così e il singolo in primavera/estate quindi dev’essere cosà.

 

Chiudo copincollando due commenti del mio amico Andrea Forti, col quale in passato ci siamo scontrati per il suo atteggiamento un po’ troppo da attention whore, ma che qui coglie in poche parole tutto il senso della mia spataffiata. “festivalbar 1993 dove c’erano sicuramente i gemelli diversi. chissà se con facebook nel 1993 sarebbe stato socialmente accettato condividere un video dei gemelli diversi” “lo dico perché pare che nel 2016 lo sia”. Ecco, tenetevi pure il vostro Festivalbar moderno e i vostri Gemelli Diversi, io mi terrò la mia musica per me e ne parlerò solo sui siti in cui scrivo o qui sul blog. Vorrei tanto dire che il periodo in cui condividevo canzoni o dischi sui social consigliandone l’ascolto è finito, ma in realtà per esperienza so che quando dico “non farò mai più questa cosa”, dopo un po’ la rifaccio, quindi dico solo che intendo limitare moltissimo i consigli di musica sui social. Tanto tutto questo non ha più alcun senso e sono anche certo che in tanti mi diranno o penseranno che finalmente ho finito di rompere le palle, quindi basta, ci ho provato ma purtroppo c’è troppa gente a cui piace quella roba lì per continuare.

DIY London Popfest 2016

È ormai qualche anno che partecipo con buona continuità a eventi indiepop e la prima edizione di questo weekender londinese mi attirava particolarmente per diversi motivi. Innanzitutto l’idea di poter unire la visione e l’ascolto dal vivo di diverse band che conoscevo unita alla possibilità di scoprirne tante altre che invece mi mancavano, poi la possibilità di vedere finalmente una venue dove suonano un sacco di concerti che mi interessano come lo Shacklewell Arms, infine la voglia di rivivere la bellezza dell’atmosfera che si crea in questo tipo di rassegne. Ammetto che quando ho prenotato non avevo ben ponderato cosa significasse vedere 28 gruppi dal vivo in tre giorni, in termini di stanchezza che una roba del genere inevitabilmente porta; una volta usciti gli orari mi sono ben reso conto di quanto sarebbe stato impegnativo il weekend ma ormai la scelta l’avevo fatta.

 

Devo ammettere che i 12 gruppi del sabato sono stati un po’ troppi proprio dal punto di vista di quante energie fisiche e mentali ti porti via assistere a un numero così elevato di band diverse. Ok che non c’è calca, ok che i concerti durano poco, però sono comunque tanti gruppi diversi, tutti in uno stesso posto piccolo. Una cosa è stare in un festival, dove hai ampi spazi, cambi palchi e puoi facilmente sdraiarti per rilassarti intanto che ascolti la musica live. Qui per ascoltarla devi stare in piedi in una saletta piccolina un po’ buia e non hai altre possibilità. Dopo un po’ entri in una specie di loop e ti sembra di essere finito in un mondo parallelo, e meno male che gli ultimi gruppi mi piacevano molto, se no non so come avrei fatto. Domenica erano solo 10, e si potrebbe pensare che in fondo non cambia molto, ma in realtà i due in meno hanno fatto tutta la differenza del mondo. Certo, mi si potrebbe dire che avrei potuto saltare qualcosa, ma del resto sei lì, i concerti li vuoi vedere, se no te ne stavi a casa. Ovviamente se qualcosa non mi entusiasmava uscivo dalla sala e cercavo un posticino in cui sedermi e rilassare le caviglie.

 

Nel complesso mi sono divertito, perché su 28 gruppi ce ne sono stati sicuramente più di 20 che mi sono piaciuti del tutto, e degli altri solo uno mi ha fatto proprio cagare. Poi la venue mi è piaciuta molto, è un pub con ottima cucina, discreta selezione di birre e staff carinissimo, l’ostello in cui ero era anche bello e anche qui merita di essere menzionato lo staff fatto di persone davvero molto gentili, inoltre mi sono goduto un po’ di piaceri birrari e gastronomici intorno all’evento. Nello specifico, le colazioni al bar collegato all’ostello erano molto buone, così come lo è stato il pranzo della domenica in un ristorante turco vicino all’evento (la zona era monopolizzata da negozi turchi e quindi ho giustamente voluto provare il cibo), e ho poi finalmente provato un pub di Londra di cui avevo sentito parlare bene e effettivamente è diventato il mio preferito in città per una selezione di birre davvero straordinaria. Mi sono goduto la vita, insomma.

 

È andata meno bene del solito sull’aspetto di socializzazione, un po’ perché di gente che già conoscevo ce n’era poca, un po’ perché i concerti si susseguivano, come ho detto, e per come sono fatto io quando un gruppo suona io lo ascolto. Normalmente in questi eventi le chiacchiere le faccio finiti i concerti, ma visto quanti erano, appena finivo me ne scappavo a dormire. Ho comunque rivisto volentieri un po’ di bella gente, musicisti e non, persone che è sempre bello vedere e che continuano a loro volta a mostrarsi contente di vedermi, il che ovviamente mi fa sempre molto piacere.

 

Sulla musica, il discorso generale che posso fare è che ormai l’indiepop ha preso sempre più la piega verso il proprio lato ruvido e punk a discapito di quello morbido e melodico. Il genere ha sempre avuto queste due anime, solo che da ormai diverso tempo la prima ha preso il sopravvento sulla seconda. A me la cosa un po’ dispiace, perché non c’è niente di meglio di una bella melodia che ti prende il cuore con un suono semplice ma che sa farti sognare, però vabbè, magari un giorno tornerà. Per ora mi godo quello che c’è, che in tanti casi è comunque molto buono.

 

Ecco due parole per ognuno dei gruppi, qui potete ascoltare una canzone per ogni band, se volete farvi un’idea. Buona lettura.

 

Breakfast Muff: si comincia senza infamia e senza lode con un po’ di ruvidezze e feedback, carucci, niente di più.

 

Tin Ten Yen: musicista solitario che fa del pop molto gradevole aiutandosi con una serie di campionamenti e suonicchiando qualcosa qua e là, intrigante.

 

Neurotic Fiction: bell’equilibrio tra rock n roll, ruvidezza e velo cupo. Belle armonie vocali, bei suoni, belle canzoni, bello tuto.

 

Makthaverskan: tra tutti i gruppi che non conoscevo prima di sapere che avrebbero suonato qui erano quelli su cui avevo più aspettative e non mi hanno deluso. Anche dal vivo, infatti, hanno reso perfettamente il loro pop con melodie, qui sì, cristalline e una parte musicale molto dinamica e ondeggiante. Fantastici.

 

Sacred Paws: un duo che punta molto sul ritmo, non sarebbero male ma è praticamente la stessa canzone per tutto il tempo.

 

Cat Smell: molto classici, sempre dal punto di vista dell’indiepop un po’ più lo fi, si lasciano ascoltare.

 

Peaness: tre ragazze giovani, melodie già ottime, suono fresco e coinvolgente, mi sono proprio piaciute.

 

Crossmakers: un po’ più robusti e cupi e molto interessanti soprattutto per le armonie vocali a cui prendono parte tutti e tre, compresa la batterista.

 

Whitebelt: vorrebbero creare un mix diverso dal solito tra chitarre e tastiera e anche tra batteria e ritmiche digitali, l’idea è buona ma nella pratica ancora non ci riescono, magari prima o poi.

 

Wolf Girl: tra mi migliori tra quelli che non conoscevo, pop-punk tipo Spook School con canzoni interessanti e efficaci, davvero capaci di coinvolgere molto chi li ascolta.

 

T-Shirt Weather: anche loro sono più sul lato punk e dal vivo hanno un bell’impatto, suonano e cantano bene e le canzoni ci sono, già mi piacevano su disco e dal vivo si sono confermati.

 

Seconds: loro invece sono più sul lato post-punk, non sarebbero male ma alla lunga mi sembrano un po’ piatti e non mi prendono.

 

Two White Cranes: Roxy viene da Bristol e suona in diverse band ma ha anche questo suo progetto solista molto valido. Dal vivo suona un po’ da sola, e quindi fa prevalere il lato acustico, e un po’ con basso e batteria, in entrambe le situazioni, bellissima voce e ottime canzoni.

 

Try The Pie: altra ragazza da sola, stavolta statunitense, usa solo la chitarra elettrica e anche qui voce e canzoni sono valide, anche se un po’ meno rispetto alla musicista precedente.

 

T.O.Y.S.: sono un fan accanitissimo di questa band e vorrei tanto che li conoscessero in tanti e che soprattutto questi tanti venissero a vederli dal vivo, perché un groove irresistibile come il loro oggi non esiste, a qualunque livello e giuro che non sto esagerando. Se ascoltate le canzoni su disco magari non esce, e comunque vale la pena dare loro una chance, ma è il live che fa letteralmente impazzire.

 

Milky Whimpshake: questi veterani di solito mi piacciono ma a sto giro sono partito molli e sembrava fossero lì a fare il compitino senza metterci passione, poi un po’ si sono ripresi però boh, mi aspettavo di più.

 

Kid Canaveral: ecco una band che finalmente non ha paura di fare pop-rock, perché di questo si tratta, con chitarre dal suono forte e arioso, una voce pulita e forte allo stesso tempo e melodie rotonde e ampie. Anche qui già li conoscevo ma il live me li ha fatti apprezzare molto di più.

 

Maybe Don’t: ottimo inizio la domenica con questo trio che ricorda un po’ gli Weezr in salsa indiepop. Bravi e coinvolgenti.

 

Camp Shy: ecco loro proprio no, ok lo slacker, ok il fuzz, ok la ruvidezza, però devi essere un minimo capace, questi invece erano solo pretenziosi.

 

Oh Peas: donna gallese da sola, molto classica e morbida, si lascia ascoltare, niente di più.

 

Good Grief: bei chitarroni ma finisce lì, non hanno niente che meriti di essere ricordato.

 

Otoboke Beaver: queste quattro giapponesine sono arrivate, hanno spaccato tutto e sono andate via da trionfatrici. Poco pop e quasi tendenti al noise, ma non è un rumore a caso il loro, è tutto anzi sempre molto strutturato, con arrangiamenti tutt’altro che banali e suonati ottimamente con grande perizia tecnica. In più sul palco sono scatenatissime e nessuno può resistere.

 

Dirtygirl: ecco qui delle belle melodie, con un suono semplice ma efficace, purtroppo sono stati martoriati da problemi tecnici ma si è comunque sentito che ci sanno fare.

 

Haiku Salut: posso dire a me stesso quello che voglio, ma se sono venuto qui è soprattutto per loro e mi hanno emozionato come mi aspettavo. Hanno un talento unico, canzoni incredibili e tanta fantasia. Sono poi così preparate come musiciste, che quando sono arrivati dei problemi, li hanno risolti al volo con una naturalezza estrema, le adoro e in tutto questo ambito credi di adorare solo gli Allo Darlin come loro.

 

Chorusgirl: già apprezzati live lo scorso dicembre, mi sono piaciuti anche di più qui, in una sala dal suono senz’altro migliore. Bella voce, belle canzoni e buona capacità di proporre un suono elettrico e un pochino cupo quanto basta.

 

Soda Fountain Rag: conosco questo progetto norvegese solo dalla scorsa estate, ma subito mi è piaciuto tantissimo e sono contento che quest’anno sia tornata e che potrò vederla diverse volte, lui e la sua band nella quale ci sono anche due italiani. Il live ha un suono più forte rispetto al disco e ci sta tutto, la voce è tra le migliori in circolazione e le canzoni nuove sono bellissime.

 

Trust Fund: si chiude con uno dei migliori live del weekend, anche loro puntano sull’energia come tanti però c’è un livello davvero alto, con armonie vocali e strumentali azzeccatissime e un tiro complessivo davvero di grande impatto. Sono contento di poterli rivedere quest’estate.

Madrid Popfest 2016: keep the spirit alive

Quando ho saputo che un gruppo di affezionati della Madrid Popfest aveva deciso di prendere il testimone dalla vecchia organizzazione che si era ritirata per continuare a tenere in vita questo weekend incredibile, avevo subito deciso che sarei tornato. Ero contento di avere la possibilità di rivedere gli amici con cui mi sono divertito tantissimo per un weekend all’anno negli ultimi tre anni, ma soprattutto la mia idea era che se hai vissuto la Popfest con il cuore, sicuramente saprai cosa si deve fare per mantenerne in vita lo spirito, anche se sei un nuovo organizzatore e hai scelto nuove location e una formula un po’ diversa. Ed è proprio questo spirito che rende la Madrid Popfest un evento speciale tra tutti i weekend indiepop a cui vado con una buona frequenza da ormai diverso tempo, uno spirito per cui si vive al massimo ogni momento del weekend, che significa che quando qualcuno suona si partecipa col massimo del calore e quando qualcuno mette i dischi si balla come se non ci fosse un domani, e si considerano tutte le persone presenti e che stanno facendo lo stesso come la propria famiglia, senza distinzione tra amici più cari e gente che si vede per la prima volta in quel momento.

 

Così è andata e il weekend che ho vissuto tra il Taboo, il Chico Feo e il Maravilla mi ha dato tantissima gioia, nonostante non sia riuscito a fare l’alba come gli anni scorsi per troppa stanchezza, dovuta poi, come avrei scoperto la domenica, a un’influenza che stava arrivando. Adoro rivedere quelle persone, e soprattutto adoro l’affetto che mi mostrano quando mi vedono, sono davvero davvero tanto contenti che io ogni anno abbia voglia di prendere l’aereo e usare i miei giorni di ferie e i miei soldi per venire nella loro città. E per me già è un gioia vederli, poi il fatto che mi accolgano sempre con tutto questo affetto mi riempie il cuore ogni volta. A un certo punto, con una di loro, abbiamo provato a ricordare chi suonava alla Popfest gli anni scorsi e non ci ricordavamo quasi nessun gruppo, e lei era pure nell’organizzazione, e questo significa che alla Popfest di Madrid ci vai in primo luogo per rivedere le persone con cui hai fatto amicizia e per vivere un weekend senza freni assieme a loro.

 

Intanto una nota sull’ostello in cui sono stato: si chiama Mad4You, è nel quartiere di Malasana, che è quello dove quest’anno si svolgeva la parte serale della Popfest, e è in una via dove c’è relativamente silenzio in una zona che invece è il cuore della vita notturna madrilena. Basta fare due minuti a piedi e si è al centro dell’azione e anche di giorno è a distanza camminabile da quasi tutte le attrazioni della città. Dentro è bellissimo, pulito, comodo, con una colazione molto sopra la media degli ostelli, e io per una stanza singola con bagno condiviso ho speso 27 euro a notte. Un posto davvero perfetto, se andate a Madrid vi consiglio assolutamente di dormire lì.

 

Poi niente, parlavo di parte serale e di tre diverse location perché quest’anno non si è svolto tutto al Clamores (sempre sia lodato), ma i concerti erano al Taboo e erano solo venerdì e sabato, senza il giovedì, però c’era una sessione acustica al sabato pomeriggio in un altro posto, il Chico Feo, e inoltre i dj set del sabato notte erano in un altro posto ancora, il Maravillas. Tutto era comunque vicino, soprattutto il Taboo e il Maravillas, e la cosa alla fine ha funzionato. Tutti e tre i club si sono rivelati molto belli, adattissimi alla situazione e, cosa da non sottovalutare, coi prezzi dei drink più economici che al Clamores (che comunque sempre sia lodato).

 

Un paio di piccoli appunti che spero gli organizzatori terranno in considerazione per il futuro: intanto i live del Chico Feo secondo me erano troppo lunghi, perché erano fatti tutte da band/artisti con un suono molto ben definito e che era sempre quello e anche se a uno piacciono le canzoni, mezz’ora a testa sarebbe stata più che sufficiente; poi l’aver accettato lo spostamento del dj set del venerdì dalle 2 in poi nella sala in basso del Taboo, un improponibile scantinato, non è stata la mossa più adatta, magari non c’era altra soluzione, però così non poteva andare, già il sabato al Maravillias è stato perfetto, quindi magari questo club ospiterà i dj set dell’anno prossimo tutte e due le sere, dato che di gente ne è venuta e per loro c’è stato senz’altro almeno l’incasso del bar.

 

Per il resto, è stato un evento riuscitissimo sotto tutti i punti di vista e non penso ci siano dubbi che questi nuovi organizzatori avranno viglia di andare avanti ancora per un po’. Io non vedo già l’ora del prossimo marzo, ma intanto è giusto che io mi metta a fare il mio solito resoconto breve su chi ha suonato quest’anno.

 

Los Animalitos Del Bosque seguono la tendenza che va abbastanza di moda adesso di mescolare indiepop e punk, in questo caso mettendo l’influenza dei Ramones sopra tutto il resto. Bravi, divertenti, un bel modo per cominciare.

 

Hazte Lapòn mi sono piaciuti tantissimo, un pop pieno di idee, dettagli e ambizione, senza mai scadere nel pretenzioso. Un sacco di varietà e di soluzioni diverse per canzoni emozionanti e riuscitissime.

 

Horsebeach un’altra tednenza alla moda oggi è fare indiepop con un visibile tocco dark, ma questi ragazzi di Manchester lo fanno con un’ottima personalità, e belle canzoni, insomma una gran scoperta.

 

Sierra un gran bel pop-rock energico, con ottime melodie e ben suonato e cantato, bravi e capaci di trascinare il pubblico come pochi altri in questo weekend.

 

Colour Me Wednesday quante volte l’ho già detto che le amo? Tante, quindi non starò qui a ricominciare, dirò solo che il set è stato perfetto e incredibile come sempre e che mi sono divertito un sacco a fare casino in prima fila con i loro amici che poi mi hanno trascinato nella stage invasion alla fine. Poi è stato bello fare conoscenza finalmente con Carmela, la bassista dal padre italiano, e rivedere Jennifer e Harriet dopo un po’ di tempo, temevo non si ricordassero di me ma per fortuna mi sbagliavo.

 

Rubella suono prettamente acustico e voce maschile e femminile che si alternano, non male ma poca varietà.

 

Francisco Nixon cantautore piuttosto famoso da quelle parti, propone un’ottima voce e delle ottime melodie, la gente canta e c’è un’atmosfera magica, riascoltandolo su disco il suono è un po’ troppo patinato, ma questo live acustico è stato fantastico.

 

Sagrado Corazon de Jesùs simpatico synthpop ma anche qui le melodie, il suono e il timbro vocale mostrani pochissima (o anche nessuna) varietà.

 

Puzzles Y Dragones pop con base acustica e un po’ di ricamini intorno, bravi, belle melodie e bella voce.

 

Jessica & The Fletchers anche qui indiepop misto punk, canzoni da due minuti e via, tutto fatto bene e catchy.

 

Brideshead li attendevo tanto e non mi hanno deluso, live quadrato e impeccabile e bravi anche a riadattare le canzoni in modo da renderle più potenti e ritmate e quindi facili da apprezzare in veste live.

 

Red Sleeping Beauty il loro primo live dopo vent’anni propone le canzoni del disco che uscirà a giugno per Labrador e Shelflife (mica pizza e fichi). Live ben suonato e canzoni meravigliose che faranno impazzire tutti gli amanti del dream pop.

 

Parade i miei amici me ne decantavano le qualità e in effetti mi ha entusiasmato, un pop davvero fatto bene, di grande qualità e personalità, il clima in sala è di grande feste e non poteva esserci modo migliore per chiudere questo primo anni del nuovo ciclo della Popfest.

Franconia 2016: il calore del tradizionalismo

Dopo tanti anni di passione per la birra, ho finalmente affrontato un viaggio prettamente birrario in una delle zone da sempre più affascinanti per chi ama questa divina bevanda. Con altri due amici sono andato in Franconia con lo scopo primario di assaggiare un po’ di birre di quelle parti e di vivere le atmosfere che continuano a ispirare una tradizione secolare. È proprio nella parola “tradizione” che sta molto del fascino di questo viaggio. In Franconia, il modo di fare birra e di servirla è immutato da secoli. Il range stilistico è piuttosto esiguo; la modalità di spillatura è quasi solo quella “a caduta”, ovvero la birra cade direttamente dalla botte dentro il bicchiere; i locali dove la birra viene servita non hanno minimamente risentito di alcuna tendenza di design moderno e sono realmente fermi a decenni fa. Tutto questo comporta innanzitutto che per i giovani della zona la birra tradizionale non abbia alcun tipo di attrattiva, perché la vedono proprio come una cosa da vecchi ed effettivamente sono solo i vecchi che si recano nei locali per berla. Di conseguenza, andare in Franconia a assaggiare la loro birra significa anche, se non soprattutto, assaporare un’atmosfera perduta nel tempo, fatta di arredamento desueto, modi spicci e tanti silenzi.

 

Potrebbe sembrare un ambiente freddo e ingessato, e volendo lo è anche, solo che dentro questi luoghi si nasconde un calore che solo il tradizionalismo può dare. Non c’è niente da fare: in tutto ciò che si tramanda di generazione in generazione c’è una sorta di abbraccio per il neofita che non c’è da alcuna altra parte. Voglio dire, è come assaggiare i tortellini romagnoli vivendo in una gande città tedesca: magari c’è un importatore che li conserva benissimo e li porta sulle tavole in perfette condizioni, ma non sarà mai come andare in una trattoria sulle colline a Bertinoro. Andare per birrifici in Franconia è come viaggiare nel tempo e vivere davvero l’importanza che ha la produzione di birra per la popolazione locale. È una sensazione che ti pervade in modo delicato ma intensissimo e ora che ne sto scrivendo già mi manca.

 

Per chi non lo sapesse, la Franconia è l’alta Baviera e il suo capoluogo è Bamberg. Vi si arriva da Norimberga o Francoforte, la prima è molto più vicina, ma la seconda permette di spezzare il viaggio con un’altra meta davvero interessante, ovvero Wurzburg. Quest’ultimo è il centro più importante di una zona particolare della Franconia, ovvero quella nella quale si è molto più dediti alla produzione del vino. Uno potrebbe dire, ma come, il vino tedesco, beh, io vi dico ne ho provati cinque e erano tuti di ottima qualità. Si parla di vino bianco, c’è anche il rosso ma non l’abbiamo provato e comunque il parere di chiunque è che sia molto meglio il bianco. Wurzburg è anche piacevole da visitare e la residenza dei Principi è un vero gioiello. Tra Francoforte e Wurzburg abbiamo anche avuto il tempo di fermarci a Darmstadt, cittadina con un quartiere molto particolare realizzato dagli zar russi quando andavano lì in vacanza, un posto surreale e che non esiste da nessun’altra parte, inoltre il birrificio del Municipio produce birra di ottimo livello.

 

Anche Bamberg è molto bella come città, anche perché non è mai stata bombardata e quindi mantiene il fascino dell’antico. Ma il nostro scopo era, appunto, assaggiare birre e immergerci nell’atmosfera. La missione è riuscita a tal punto che ci siamo resi conto che anche quando le birre non sono al massimo della qualità, la cosa poco importa, uno perché sono comunque buone e due perché quello che conta è immergerci in questa realtà parallela che si trova solo lì.

 

Chi dovesse decidere di andare, deve assolutamente comprare e leggere la guida di Manuele Colonna che si chiama semplicemente “Birre in Franconia”. Colonna è il proprietario di uno dei pub più importanti per tutto il movimento birrario italiano, il Ma che sete venuti a fa’ di Roma, ed è stato in Franconia decine di volte, un po’ per questioni lavorative, ma soprattutto perché adora quel posto. Sul libro c’è tutto il suo sincero amore per la Franconia e quindi se lo leggete vivrete l’atmosfera di cui ho parlato e che ovviamente lui descrive molto meglio, inoltre potrete districarvi tra il numero sterminato di birrifici e scegliere quelli che meritano più di tutti gli altri la visita. I giudizi di Colonna sono sempre attendibili, se lui ha marchiato il birrificio come “obbligato”, se ci andate capirete perché; sugli altri, Colonna ci tiene a sottolineare che spesso è una questione di fortuna, nel senso che possono succedere eventi nel ciclo produttivo della birra che la rendono migliore o peggiore a seconda delle cotte.

 

Una differenza tra i locali del capoluogo e quelli di fuori è che questi ultimi sono particolarmente rustici, spesso sono un’ala della casa della famiglia che produce la birra ed è tutto ancora più spartano e più vero allo stesso tempo, può capitare che si veda la cucina sul retro coi pentoloni sul fuoco o cose ancora più surreali, come spiegherò tra poco. Andare a caccia di birre in Franconia e rimanere a Bamberg toglie un pezzo importante della storia, per cui organizzatevi e se anche non avete un’auto o giustamente non ve la sentite di guidare, usate il trasporto pubblico, i taxi o le vostre gambe. Se non lo fate, il viaggio non è completo. Ah, per muovervi, è necessario che almeno uno di voi abbia i dati del cellulare attivi, piuttosto pagate quel che c’è da pagare ma non andate lì senza i dati, se no è un bel casino.

 

Questo, contrariamente a quelli che faccio di solito, non è un viaggio da fare da soli, ma è necessario essere con un gruppo di amici, non tanti, se siete tre o quattro in tutto va bene, così vi muoverete agilmente anche in taxi se necessario senza costi eccessivi. Se poi qualcuno di voi parla il tedesco è molto meglio. Comunque il viaggio è da fare con gli amici non certo per motivi opportunistici, ma perché immergersi in posti simili da soli non dà la stessa soddisfazione.

 

Prima di addentrarmi nell’analisi di cosa ho trovato, un accenno ai prezzi, molto bassi, sia a Bamberg che soprattutto fuori. In città, mezzo litro di birra sta sui 3 euro e un piatto abbondante di cibo attorno ai 10, fuori togliete almeno un euro per la birra e un paio di euro per il cibo. Dal punto di vista della cucina, i piatti sono quelli della tradizione tedesca che tuti conoscono, aggiungo una cosa che non mi aspettavo di trovare in modo così diffuso: la carpa fritta, di per sé molto grassa ma se accompagnata con la verdura cruda e il giusto vino merita. Altra cosa, non guardate al nome delle birre per immaginare che stile è. La lager di un posto non c’entra niente con quella di un altro e così la bock e altre cose. Ognuno chiama le birre col nome che preferisce senza che il nome stesso indichi qualcosa.

 

Birrifici a Bamberg: nel capoluogo domina la Santissima trinità Schenkerla, Spezial e Mahr’s. Se andate in uno di questi tre posti, uscirete super soddisfatti. I primi due sono specializzati in Rauchbier, ovvero le birre affumicate: lo stile è particolare e piò non piacere, comunque col fatto che le birre sono servite a caduta dalla bitte l’affumicato non è mai troppo invadente e il gusto è ottimo e davvero ristoratore. Mahr’s ha come cavallo di battaglia la Ungespundet, la classica birra delle cantine franconi, con un perfetto bilanciamento di luppolato e maltato. Nota gastronomica: i piatti di Mahr’s sono un pochino più costosi ma decisamente più abbondanti, quindi per sfondarsi di cibo quello è il posto migliore. Siamo stati in altri tre birrifici in città: Fassla, Gleifenkrau e Keesman e la qualità non è assolutamente la stessa dei mitici tre.

 

Birrifici fuori Bamberg:
Knoblach a Schammelsdorf: da Bambetg ci si arriva in taxi. La loro lager è probabilmente la miglior birra assaggiata lungo tutto il viaggio e il loro pollo allo spiedo è il migliore che abbia mai provato in tutta la mia vita, penso che vi possa bastare.

Trunk a Bad Staffelstein: da Bamberg ci si arriva in treno e in taxi, di fianco c’è la chiesa dei 14 santi, uno dei capolavori del barocco tedesco che vale assolutamente una visita. Poi si entra in questo posto e si gode di birre perfette stilisticamente e allo stesso tempo di gran carattere.

Metzgerbau a Uentzing: da Bamberg ci si arriva sempre arrivando in treno a Bad Staffestein e poi muovendosi o col bus, se si ha la fortuna di beccarlo, oppure sempre in taxi, noi abbiamo fatto prima Trunk e poi questo in taxi e da lì siamo tornati a Bad Staffelstein in bus. Questo è un luogo unico nel suo genere, perché è la bottega di un macellaio che un giorno ha scoperto che gli piaceva fare la birra e ha integrato questa attività nella sua bottega. Nel seminterrato c’è la produzione dei prodotto da macelleria e la vendita sia di essi che della birra, mentre al piano superiore c’è la produzione di birra con dei tavoli per potersi accomodare. La birra in sé è buona ma non straordinaria, però davvero entrare lì ti dà una cosa che non si riesce a descrivere, va fatto e basta.

Greif a Forchein: da Bamberg ci si arriva in treno e poi camminando un po’. Birre anche qui impeccabili formalmente e con una grande anima e coi prezzi particolarmente bassi. In paese c’è un altro birrificio che Colonna dà come obbligato, cioè Neder, ma noi non avevamo tempo per entrambi.

 

Non abbiamo avuto molti giorni a disposizione, ma ci sono bastati per innamorarci perdutamente della Franconia e mentre scrivo, la voglia di tornare è già tantissima. Mi sa che è stata la prima ma non l’ultima volta.

NFL 2015 regular season review and wild card round playoff preview

New England Patriots: due terzi di stagione ottimi, poi gli infortuni si sono fatti sentire e c’è stato un calo nel finale. Hanno dimostrato che quando sono in salute è difficilissimo batterli, quindi c’è da sperare che la settimana di pausa che hanno ottenuto serva per recuperare almeno alcuni degli infortunati. Se succederà, saranno un cliente scomodo per tutti in chiave playoff. In ogni caso si sono confermati ai vertici dell’NFL e questo è sempre importante.

 

New York Jets: nell’ultimo terzo di stagione erano riusciti a trovare la formula vincente, ma all’ultima partita, con i playoff in palio, sono caduti malamente. Rimane splendido il lavoro svolto da Bowles al primo anno da head coach, adesso si tratta di aggiungere profondità al roster e l’anno prossimo potranno farsi davvero sentire.

 

Buffalo Bills: si pensava che se Ryan avesse trovato un quarterback almeno decente, i playoff sarebbero arrivati, e invece il qb c’è stato ma il posto in post season no. In attacco ci sono stati tanti infortuni ma il problema è stato in difesa, dove per la prima volta, Ryan non ha avuto giocatori convinti delle sue idee e, al contrario, alcuni si sono lamentati pubblicamente di come venivano utilizzati. Due sono le scelte per Rex: o fidarsi dei propri schemi e allontanare chi non li apprezza, oppure venire incontro alle esigenze dei giocatori. Vedremo cosa succederà, come talento la squadra è assolutamente da playoff.

 

Miami Dolphins: annata deludente, con Tannehill che, firmato un ricco contratto, ha iniziato a giocare maluccio, e ora la squadra se lo deve tenere e sperare che il nuovo coach lo sappia far rendere, e non solo lui, ma tanti giocatori da cui ci si aspettava di più. Di buono c’è che i giovani Miller e Landry hanno mostrato ottime cose, quindi su di loro si può contare.

 

Cincinnarti Bengals: al quinto anno, Dalton ha elevato il proprio livello di gioco e lasquadra ne ha tratto benefici, peccato per un gioco di corsa dalle gerarchie confuse e per l’infortunio allo stesso Dalton che non si sa bene quando rientrerà. In ogni caso, comunque dovessero andare i playoff, una stagione positiva su cui si può costruire.

 

Pittsburgh Steelers: vale lo stesso discorso fatto per i Patriots: con tutti sani, squadra fortissima, con qualche infortunio, squadra discontinua. Comunque dovessero andare i playoff, la lezione è quella di aumentare la profondità del roster, e magari mettere un po’ a posto la difesa, mai davvero affidabile.

 

Baltimore Ravens: purtroppo pagano ancora la sbornia del Superbowl di tre anni fa e le conseguenti partenze dei giocatori che hanno voluto prendere più soldi altrove. Il draft quest’anno è stato totalmente sbagliato e ora, per risalire, non possono più permettersi errori nelle scelte dei giocatori, anche eventualmente dalla free agency.

 

Cleveland Browns: la situazione molto confusa sui rapporti tra coach e GM ha generato scelte sbagliate al draft e soprattutto un rendimento pessimo in difesa. Non sapendo a chi dare la colpa, il proprietario ha licenziato entrambi, ora si spera che i prossimi possano fare bene, ma è da troppi anni che a Cleveland non succede.

 

Indianapolis Colts: la delusione più grande di quest’anno, dati per favoriti nella corsa al Superbowl, fin da subito si è visto che la storia era completamente diversa. Sono tante le aree di debolezza da sistemare, non appare impossibile un pronto riscatto comunque, soprattutto se Luck non dovesse avere più problemi fisici, quest’anno ne ha sempre avuti, infatti probabilmente l’errore è stato volerlo far giocare subito da infortunato.

 

Houston Texans: è bastata la solidità difensiva, accompagnata da alcune partite decenti del quarterback di turno, ne hanno cambiati diversi, per ritrovarsi ai playoff in una division scarsissima. Non devono certo credere di essere a posto così e dovranno lavorare molto in offseason per aumentare la qualità del roster.

 

Jacksonville Jaguars: per l’ennesimo anno, siamo ancora qui a parlare di una squadra dal buon potenziale ma che paga errori di gioventù. Giustamente, la proprietà e i tifosi continuano a mostrarsi pazienti, ma la pazienza avrà un limite prima o poi.

 

Tennessee Titans: la scelta di Mariota si è rivelata buona, ma attorno a lui, non è andato bene nulla e la squadra ha chiuso col peggior record della Lega. Vedremo se la scelta numero 1 al draft darà dei frutti, ma in generale un’eventuale risalita appare ancora lontana.

 

Denver Broncos: in attacco alti e bassi che a raccontarli tutti ne uscirebbe un romanzo, ma la difesa si è rivelata fantastica e alla fine è bastato questo per assicurarsi il fattore campo nei playoff. Comunque dovessero andare le cose, sembrerebbe che ci sia un quarterback affidabile grazie al quale poter assorbire il probabile ritiro di Manning e soprattutto mantenere una buona credibilità a alto livello ancora per un po’.

 

Kansas City Chiefs: sei 1-5, hai perso il tuo miglior giocatore per infortunio, ma invece di mollare ci metti tutto te stesso, ne vinci 10 di fila e vai ai playoff in tromba. Bellissima storia quella di questi Chiefs, comunque dovessero andare i playoff, dove si solito l’affidabilità viene premiata e allora attenzione.

 

Oakland Raiders: ci si aspettavano miglioramenti rispetto agli ultimi anni e eccoli serviti, ancora non siamo sui livelli dei migliori ma la strada sembra essere quella giusta, bene così.

 

San Diego Chargers: ci si aspettava un’annata di transizione, ma non certo di finire tra le peggiori 5 della Lega. Un draft sbagliato ha fatto sì che il roster non fosse mai davvero competitivo e solo verso fine stagione ci sono stati piccoli miglioramenti. Vedremo se da questi sapranno ripartire, al di là dell’eventuale trasferimento a Los Angeles

 

Washington Redskins: in una division pessima, sono riusciti a essere meno peggio delle altre squadre nel momento giusto e a guadagnare i playoff. Al di là di come andranno, c’è necessità di scelte chiare e l’accantonamento di Griffin è stata una di queste e si è rivelata corretta.

 

Philadelphia Eagles: Chip Kelly ha avuto tutto il potere di farsi un roster a propria immagine e somiglianza e ha fallito, perdendo anche il posto. Troppe scelte di giocatori che in realtà non andavano bene per le idee di Chip, quarterback e runningback su tutti. Il nuovo coach dovrà massimizzare il talento a disposizione, che non è poco.

 

New York Giants: ogni anno è sempre più chiaro che Coughlin deve essere calorosamente ringraziato per i due Superbowl e essere mandato in pensione, forse quest’anno la proprietà se n’è accorta e ci sarà finalmente modo di ripartire e ritrovare credibilità.

 

Dallas Cowboys: un roster troppo basato su una sola persona, ovvero Tony Romo: infortunatosi lui, è stata notte fonda. La famiglia Jones dovrà lavorare molto per far sì che questo non succeda più e non sarà facile.

 

Green Bay Packers: a un inizio scintillante è seguito un lungo momento di luci e ombre, per i playoff è bastato ma ora non si scherza più. A prescindere da come andranno le cose, è sembrato che ci fosse poca chiarezza di idee di gioco e di gerarchie all’interno del roster, quindi il lavoro principale della offseason sarà eliminare tutta la confusione e fare scelte chiare.

 

Minnesota Vikings: Peterson è tornato in gran forma, Bridgewater è maturato, la difesa si è solidificata e il coaching staff ha guadagnato in brillantezza strada facendo. Al di là di come andranno i playoff, questa è una squadra in ascesa, certo sembrava lo stesso tre anni fa, poi sono crollati, ma ora si sono ripresi subito e le cose sembrano destinate a andare sempre meglio.

 

Detroit Lions: vale di più l’1-7 della prima metà stagione o i 6-2 della seconda, che poteva essere un 7-1 senza la sciagurata difesa sull’ultima azione contro i Packers? In teoria ci vorrebbe una proprietà presente e competente che sappia fare le giuste valutazioni, ma così non è e si spera che la persona che verrà scelta per questo arduo compito sappia svolgere bene il proprio lavoro. Da qui dipenderanno i destini della franchigia per i prossimi anni.

 

Chicago Bears: non ci si aspettava molto da questa stagione e in realtà di cose positive ce ne sono state, anche se ovviamente il record non è stato granché. Difficile immaginarsi miglioramenti a breve, è probabile che nel breve periodo i Bears continueranno a galleggiare nella mediocrità.

 

Carolina Panthers: ecco un roster costruito splendidamente, perfettamente funzionale alle idee di gioco dell’allenatore, che ha superato brillantemente l’infortunio dei wide receiver più forte e, sfruttando il deciso miglioramento del mio idolo Newton, ha chiuso con il miglior record della Lega. Adesso il prossimo passo sarà gestire bene le pressioni, che saranno tantissime, a iniziare già dai playoff.

 

Atlanta Falcons: troppi alti e bassi e soprattutto un roster che ha degli ottimi giocatori ma attorno a essi ha il nulla, soprattutto in difesa. Nel football non si vince solo con le stelle, ma anche coi gregari e questi al momento mancano completamente, quindi la missione è trovarli e anche in fretta.

 

New Orleans Saints: si pensava a una squadra dalla nuova identità di gioco, ma quando hai un giocatore importante come Brees e un allenatore altrettanto importante come Payton, finisci per giocare sempre allo stesso modo e in questo caso non c’erano gli interpreti per farlo bene. Per cui sembra essere arrivato il momento doloroso in cui i due leader se ne dovranno andare, per il bene della squadra.

 

Tampa Bay Bucaneers: ci voleva un miglioramento, altrimenti coach e GM avrebbero dovuto scappare via a gambe levate. Il miglioramento è arrivato, Winston è un vero leader già al primo anno, Martin è rinato, la difesa ha mostrato orgoglio. Alla lunga i valori sono emersi ma questa è una squadra che finalmente ha la mentalità dei tempi migliori.

 

Seattle Seahawks: come l’anno scorso, partenza a rilento, mille questioni irrisolte, poi si è trovata la quadra e ora la squadra va che è un piacere. A differenza degli altri anni, la risalita è passata più dal gioco di passaggi che da quello di corsa ma in ogni caso, ancora una volta, questa squadra e questo coaching staff hanno saputo guardarsi dentro e trovare le risposte giuste. Fantastici.

 

Arizona Cardinals: meno funestati dagli infortuni rispetto all’anno scorso, hanno tirato fuori una stagione sontuosa e sembrano la squadra più completa e affidabile di tutte. Al di là di come andranno i playoff, è comunque il caso che la dirigenza inizi a cercare i sostituti di giocatori importanti ormai anziani e che quindi non possono durare a lungo, in ogni caso giù il cappello davanti a ciò che hanno saputo fare quest’anno.

 

San Francisco 49ers: l’esperimento di promuovere a capo allenatore un coach di linea solo perché aveva un buon rapporto coi giocatori è fallito, ma il problema grosso è che il roster fa acqua da tutte le parti. Il nuovo coach dovrà innanzitutto essere una persona esperta e figura di primo piano e poi sarà chiamato a scelte difficili, a cominciare da quella del quarterback. In ogni caso, un ritorno fulmineo ai vertici come quello di Harbaugh al primo anno appare improbabile.

 

St. Louis Rams: squadra troppo discontinua a cui manca un quarterback affidabile ma non solo. Con una po’ più di solidità, il potenziale per fare bene c’è, ma anche qui, sono le stesse cose che si dicono da anni e siamo ancora lì.

 

Texans-Chiefs: difesa forte contro difesa forte, dovrebbe prevalere l’attacco un po’ più fornito, e dovrebbe essere quello dei Chiefs.

 

Bengals-Steelers: dai Bengals ci si può ragionevolmente aspettare che una ventina di punti li tirino fuori, dagli Steelers ne possono arrivare 30 così come 10 e è impossibile prevederlo. Di solito in questi casi la squadra più affidabile prevale, quindi vado coi Bengals

 

Vikings-Seahawks: la difesa dei Vikings dovrà imbrigliare bene l’attacco dei Seahawks, oppure il loro attacco dovrà essere particolarmente in forma contro una difesa così forte. Non sono due scenari impossibili, ma sembra molto difficile che possano verificarsi.

 

Redskins-Packers: una squadra in fiducia contro una piena di dubbi dovrebbe poter vincere, ma la differenza di valori appare ancora troppo sbilanciata a favore dei Packers.

Big Pink Cake Christmas Party 2015

Dopo esserci stato nei due anni precedenti (qui e qui), quest’anno temevo di non poter andare al Big Pink Cake Christmas Party. Mi dicevo dai, devi essere a Londra già il weekend successivo, cosa vuoi fare, due weekend di fila su? Alla fine l’ho fatto, complice il costo limitato del volo e con una nuova esperienza dal punto di vista logistico, sempre nell’ottica di contenere i costi.

 

È andato tutto, ovviamente, nel migliore dei modi. L’ambiente che si crea durante l’alldayer al Betsey Trotwood è sempre qualcosa di unico e speciale. Ci sono calore, intimità, voglia di stare insieme e di familiarità, e sicuramente è vero che anche negli altri eventi indiepop questi aspetti non mancano, ma qui siamo davvero pochi e gli spazi sono tanto ristretti, poi mettici il periodo natalizio, per cui succede che queste sensazioni assumono una sfumatura diversa e non è meglio o peggio delle altre volte in cui ci si vede durante l’anno, è proprio una cosa diversa e difficilmente ripetibile.

 

L’esperienza logistica che ho tentato è stata quella di prendere un b&b vicino all’aeroporto, invece che un ostello in centro. Anche qui è andata bene, soprattutto perché dall’aeroporto il b&b ti porta e ti riporta a tua richiesta a qualunque ora, certo nelle ore notturne o di prima mattina paghi il disturbo, però poi vai a risparmiare sui costi dei voli e anche del treno per il centro, e almeno hai una stanza tua col bagno e la doccia. È una soluzione che consiglio vivamente a chi va a Londra per un concerto e ci deve stare una, massimo due notti. Certo, se si fa tardi bisogna studiarsi bene gli orari dei treni e i bus notturni che ti portano dove i treni partono e io non ho avuto molta voglia per cui mi sono perso un piccolo pezzo di serata, però mi sono reso conto che si può fare senza troppi problemi.

 

Qui sotto le mie impressioni sui concerti, come al solito esco da questi eventi con un po’ di cultura musicale in più e band che voglio continuare a seguire e di cui voglio comprare i dischi, stavolta sul posto non ho comprato niente ma sicuramente farò un bel giro di shopping su bandcamp quanto prima.

 

Finmark! In realtà c’è il solo Edward voce e chitarra, una cosa che a suo dire non aveva mai fatto fuori dalla propria stanza. Le canzoni rendono molto bene, ne fa anche un paio di nuove estremamente promettenti, poi la simpatia tra una canzone e l’altra rende questo set la partenza migliore che potesse esserci.

 

David Callahan il frontman dei Wolfhounds arriva a sorpresa, anche lui con un breve set solo voce e chitarra. Anche qui ottima resa dei brani, seppur in veste tanto diversa da come di solito vengono suonati: Callahan da solo mostra un’ottima sensibilità nell’interpretare le canzoni.

 

Fireworks & friends c’è la band al completo tranne la voce femminile Emma, con il batterista Shaun dirottato alla chitarra, e poi in ogni canzone c’è la presenza, a turno o insieme, di tre amiche, Caroline al violino e Elin e Beth alla voce. Il set è semplicemente magico: tante armonie sempre diverse e un suono che cambia in continuazione ma sempre genuino e caldo. Una vera delizia. Nota di colore: la bassista dei Fireworks è molto bella e affascinante.

 

Felt Tips in tre anni e mezzo di eventi indiepop non ho ancora trovato un chitarrista migliore i Miguel Navarro. Non ci sono argomentazioni particolari per questa mia affermazione, semplicemente Miguel suona meglio di tutti perché ha proprio una sensibilità ineguagliata nel toccare le corde e grazie a questo talento naturale la resa di ogni brano è valorizzata al massimo. Qui suona solo con Andrew, il cantante della band, anche lui è in ottima forma, quindi la performance è di assoluto livello.

 

Cathenary Wires questo progetto di Amelia Fletcher e Rob Purley migliora a ogni live e già partiva da un’ottima base, però adesso c’è una confidenza con le canzoni diversa rispetto all’inizio e che le rende ancora più efficaci. Trovo davvero bello assistere al percorso di due persone che suonano insieme da decenni e che ancora hanno voglia di mettersi in gioco e che effettivamente hanno bisogno di tempo per assimilare al meglio la cosa nuova che hanno deciso di fare.

 

Those Unfortunates aprono la parte elettrica spingendo subito fortissimo sul piano dei ritmo e dell’intensità sonora, tutto è molto ben veicolato in canzoni ottimamente strutturate, magari non cambieranno la vita di nessuno però ieri sono piaciuti molto e non solo a me.

 

Chorusgirl il loro è un indiepop classico ma non troppo, nel senso che non seguono pedissequamente il manuale ma ci mettono qualcosa che li distingue. Il live è purtroppo breve perché il chitarrista è malato e possono suonare solo quelle poche canzoni che non vengono eccessivamente penalizzate dall’assenza. Prova molto convincente comunque. Nota di colore: qui è la cantante a essere decisamente una bella ragazza.

 

Would-Be-Goods un’ottima capacità di inserire la giusta dose di delicatezza e di proporre un suono ricco di spunti e di dettagli interessanti, melodie sempre molto belle, voce parimenti impeccabile, insomma fanno un figurone.

 

Spook School onestamente è difficile trovare un live più figo del loro in tutto il giro dell’indiepop attuale. Non è certo la prima volta che li vedo, ma rispetto al passato c’è una nuova maturità in tutti gli aspetti del live. Questo vale per quanto possa essere appropriato usare il termine maturità con una band come questa, ecco diciamo che è la stessa maturità che li ha spinti a realizzare un nuovo disco magari meno fresco del debutto ma più solido e più capace di colpire l’ascoltatore sulla lunga distanza. Comunque i quattro suonano e cantano come furie, ma il risultato non è un mero sfoggio di potenza, bensì si concretizza in un suono scintillante e in una classe innata (sull’uso del termine classe, vedi sopra con maturità) che stendono gli spettatori e li mandano in visibilio. La gente si agita e canta col massimo dell’adrenalina e l’ambiente è davvero unico e incredibile. L’esistenza di questa band è un dono per chi ama abbinare qualità e divertimento.

 

Band Of Holy Joy dopo un set del genere, chi mai potrebbe impressionare gli spettatori come atto conclusivo della serata? Pochissimi, ma in questo caso il gruppo in questione ci riesce in pieno. Ammetto che non li conoscevo nonostante abbiamo iniziato negli anni Ottanta e purtroppo non ho visto tutto il live per via delle questioni logistiche di cui sopra, ma la parte a cui ho assistito mi ha davvero esaltato. Orizzonti ampi, tra pop, post-punk e dub, grandi canzoni e grande personalità nel mescolare gli stili, una presenza sul palco eccellente, da veterani quali sono ma con tanta intensità. Un finale fantastico per un evento che ogni anno è indimenticabile.

Top 10 dischi 2015

INTERNAZIONALI

  1. Indelicates – Elevator Music
  2. Mew – +/-
  3. Benjamin Clementine – At Least For Now
  4. Haiku Salut – Etch And Etch Deep
  5. Other Lives – Rituals
  6. Tess – Soul Whisperer
  7. Peter Kernel – Thrills Addict
  8. Oh Wonder – Oh Wonder
  9. Titus Andronicus – The Most Lamentable Tragedy
  10. Spook School – Try To Be Hopeful

 

ITALIANI

  1. Colapesce – Egomostro
  2. C+C=Maxigross – Fluttarn
  3. Grimoon – Vers La Lune
  4. Intercity – Amur
  5. Francesca Lago – Mirrors Against The Sun
  6. Valentina Dorme – La Estinzione Naturale Di Tutte Le Cose
  7. Black Eyed Dog – Kill Me Twice
  8. Iosonouncane – Die
  9. Mezzala – Irrequieto
  10. Any Other – Silentily, Quietly Going Away