Mansun memories: Barto & Ricky

Il 10 giugno, dopo un’attesa a dir poco spasmodica, arriverà la prima pubblicazione ufficiale di Paul Draper, che per chi non lo sapesse era il leader dei Mansun. Per celebrare l’evento, io e Ricky ci siamo concessi di scrivere a briglia sciolta su una delle nostre band del cuore. qui dentro trovate due mini trattati a cuore aperto su cosa significhi imbattersi in una band che caratterizza non solo i propri gusti musicali, ma anche alcune cose della propria vita. Buona lettura

 

Barto

Sono malato di mansunite da circa vent’anni. Il morbo l’ho contratto in modo definitivo nell’autunno del 1996, quando sulla gloriosa Rock FM ho ascoltato per la mia prima volta Stripper Vicar. Già c’erano stati i primi sintomi con l’ascolto, sempre sulle stesse leggendarie onde radio, di Egg Shaped Fred, ma la canzone sul parroco spogliarellista mi aveva subito portato al punto di non ritorno. Quella voce, quella melodia, quelle chitarre, furono una vera e propria epifania. Avevo 21 anni abbondanti e avevo scoperto da circa un anno che la musica che faceva per me era fatta di quelle cose che venivano ricondotte al termine britpop. Purtroppo, a quei tempi era dura aggiornarsi su quello che succedeva al di fuori dei canali di promozione mainstream senza avere un lavoro, e io ero un studentello squattrinato che si arrangiava con la classica paghetta periodica dei genitori. Rock FM fu fondamentale per farmi scoprire un sacco di cose: certo, quando ci passavo tanto tempo erano più le cose che non mi piacevano rispetto a quelle che mi esaltavano, però quando beccavo la roba giusta era una gran figata. Il momento peggiore, però, era quando beccavo le canzoni belle che però erano in rotazione, senza lo speaker che diceva il titolo, quindi mi chiedevo di chi fosse quella figata e spesso rimanevo senza risposta. Ho adorato Myiako Hideaway dei Marion per anni senza essere mai riuscito a sapere di chi fosse.

 

Di quella canzone, invece, avevo capito che la band si chiamava Manson, sì, con la O, poi dopo poco per fortuna ho capito il nome giusto. Da lì, ho iniziato a chiedermi dove mai potessi comprare un loro disco, l’unico spazio dove ogni tanto vendevano cose un po’ fuori da quello che conoscevano tutti era Mariposa, e poi avevo così pochi soldi da non possedere nemmeno un lettore CD, che tanto costavano troppo, era già tanto potermi permettere le cassette. Un bel giorno, lì da Mariposa, vedo esposta la cassetta di Attack Of The Grey Lantern. Mi sale il sangue alla testa, doveva esere mia, ma 23mila lire da spendere tute in una botta erano davvero tante. Avrei dovuto mettermi via una quota della paghetta per arrivare a quell’importo. Lo faccio e il giorno in cui sono entrato da Mariposa per annunciare con estrema soddisfazione al commesso “vorrei quella cassetta” me lo ricorderò per sempre. Il commesso dice al collega dietro il bancone “ce l’hai lì una cassetta dei Mansun?”, e lui “di Marilyn Manson?”, e l’altro, per fargli capire “no, dei Mansùn” letto come si scrive e con l’accento sulla U.

 

Attack Of The Grey Lantern è stato un disco fondamentale per la mia educazione musicale, perché mi ha fatto capire che è bello quando arriva qualcosa di inaspettato e fuori dagli schemi, se fatto bene. Ai tempi conoscevo i due singoli che ho citato e She Makes My Nose Bleed, quindi immaginatevi come possa aver reagito la prima volta che ho ascoltato tutto il disco. “Oddio cos’è questo inizio orchestrale? Ommamma, e perché passa così all’improvviso a un’atmosfera così diversa? Cavolo, adesso il suono è più pulito però questa chitarra com’è strana. Ehilà , e questa ritmica dance? Nooo, adesso solo chitarra e voce!” e via così fino a quando il giro di archi iniziale viene ripreso al termine del disco. Dopo un po’ ho iniziato a leggere i testi e ricordo che non capivo bene cosa volessero dire, però a quella cosa ci ero già abituato con gli Oasis, solo che questi mi suonavano molto più belli, mi davano l’idea che comunque un loro senso ce l’avessero, e poi uno che urlava senza ritegno che “la tua merda è dolce come la mia, o dolce Gesù” meritava di essere amato solo per quello.

 

Attack Of The Grey Lantern mi ha fatto capire che c’era vita al di là del trittico chitarre-strofa-ritornello al quale mi ero completamente votato per amore di quei gruppi inglesi che avevano sconvolto così intensamente le mie priorità musicali e avevano fatto salire esponenzialmente la musica nella lista delle mie priorità. Onestamente, non ho mai capito quelli che dicono di essere rimasti spiazzati al primo ascolto di Six. Io non ho mai visto i Mansun come un gruppo pop, ma come una band che, meglio di ogni altra, prendeva il pop per partire verso esplorazioni molto più ampie. Sicuramente sono rimasto legato alla forma canzone per scegliere le cose da ascoltare e amare, però senza Attack Of The Grey Lantern e Six avrei avuto una mentalità molto più limitata e probabilmente sarei rimasto troppo legato al britpop inteso nella sua forma più classica, senza essere in grado di andare al di là di quello. Ah, io al primo ascolto di Six ho pensato che con un disco così Attack fosse stato annichilito. Oggi li metto sullo stesso livello, ma all’epoca Six mi sembrava enormemente più avanti: più ambizioso, più deciso, più capace di dare la botta. E poi anche lì i testi, mi ricordo come mi aveva colpito Cancer, evidentemente mi impressionava la capacità di Paul di parlare senza peli sulla lingua di un argomento come la religione, che sembrava tabù ovunque.

 

L’acquisto di Six è stato, per fortuna, più facile: erano passati due anni, qualche lavoretto da studente lo facevo, ricordo l’intervista dei Mansun stessi sempre su Rock FM, durante la quale era stato annunciato che avrebbero suonato al Rolling Stone di spalla ai Manics. Non ero mai stato a un concerto da solo, ma a quello non potevo proprio mancare. Una mattina, finite le lezioni universitarie, vado da Mariposa e compro il biglietto del concerto, la cassetta di Six e quella dell’ultimo disco dei Manics, che ai tempi era This Is My Truth. L’avevo fatto giusto per andar lì conoscendo qualche canzone in più rispetto alle due che già conoscevo. Il giorno del concerto arrivo lì prestissimo e inizio a fare due chiacchiera con un gruppetto di ragazzi fan dei Mansun anche loro. Con uno di loro ci sentiamo regolarmente anche adesso, con un altro paio abbiamo condiviso un sacco di cose per anni, ma ora non so più che fine abbiano fatto. Il set dei miei idoli dura poco e è segnato da problemi tecnici, però alle mie orecchie suona celestiale. Rimarrà la mia unica volta con loro. I ragazzi se ne vanno quando i Mansun finiscono, io resto e mi innamoro dei Manics.

 

Questa prima volta a un concerto da solo e a andare di mia iniziativa ai chiacchierare con sconosciuti non è l’unica legata a questa band. Nel 2000, faccio finalmente il mio primo viaggio a Londra e nella via dell’ostello c’è Tower Records, dove campeggia l’enorme scritta “singolo della settimana: Mansun”: il mio primo cd comprato in terra d’Albione è quindi il singolo di I Can Only Disappoint U. Altra prima volta: Little Kix non mi piace, leggo una recensione positiva su una rivista e faccio una osa mai fatta prima: prendo carta e penna e scrivo una lettera arrabbiata la giornale, chiedendomi come fosse possibile che si potesse apprezzare quel disco, sicuramente ve l’avrà dettata la EMI la recensione. Ancora: viene annunciato Kleptomania, a Milano ce l’ha solo Supporti Fonografici ma costa 45 euro, su play.com costa 22, però io non ho una carta di credito: vado in Posta a farmi la postepay e mi registro sul sito e Kleptomania è il mio primo acquisto online. Infine, per il decennale di Attack, per la prima volta ho deciso di scrivere un post lunghissimo e celebrativo su questo blog, non mi ero mai avventurato nel fare cose così e quel post rimane uno dei miei scritti per il quale l’affetto è più forte.

 

Dopo un po’ le mie prime volte sono finite, del resto finiscono in generale nella vita, però il mio amore per questa band è rimasto speciale, alimentato anche dalla continua presenza di gruppi di fan su MySpace e Last.fm, prima che su Facebook. Adesso Paul sta per tornare e dire che non vedo l’ora non rende minimamente l’idea, dire che l’attesa è spasmodica neanche, credo basti dire “Paul Draper sta per tornare” e se avete letto questa cosa che ho scritto capirete da soli l’enormità di questo evento per me, visto che è direttamente proporzionale all’importanza che i Mansun hanno avuto nella mia vita.

 

Ricky

Ricordo bene il momento in cui decretai, sopratutto a me stesso, che  i Mansun erano ufficialmente il mio gruppo preferito: fu quando appesi il poster gigante di ‘Attack Of The Grey Lantern‘ proprio sopra il mio letto. Quella era la posizione simbolo nella mia camera. Da li era passata gente come Madonna, Metallica, Oasis, Blur, Morbid Angel (pure loro!) e Smashing Pumpkins (solo per citare qualche nome), ma nel marzo 1997 era il momento dei Mansun e io mi sentivo un dio ad avere quel tripudio di rose blu e viola sopra la mia testa. Paul Draper vegliava sul mio sonno.

Li avevo conosciuti sulle pagine di Rockerilla i Mansun: la premiata ditta Costmagna/Villa, negli anni d’oro del “brit-pop”, sfornava nomi in continuazione e io e il mio buon amico Claudio eravamo li, indaffarati a prendere appunti, a telefonare a Supporti Fonografici, a cercare un po’ di dischi in quel di Verona (dove studiavamo entrambi) e a sentire il più possibile tutte questa band sulle frequenze della BBC. Era una battaglia. La nostra missione era scovare ogni volta un gruppo nuovo di cui innamorarsi e per cui perdere la testa. Io poi, beh, non ne parliamo: idoli nuovi ogni settimana. Qualcuno durava poco, pochissimo, altri seppero resistere di più e diventare parte integrante delle mie giornate per lungo tempo. I Mansun rientrarono in quella categoria. La marcia di avvicinamento al disco fu magnifica, quasi trionfale. Ogni brano nuovo di questi ragazzi mi sembrava irreale, emozionante e capace di conquistarmi fin dalla prima nota. Ho sempre amato fare “air guitar”, io non suono la chitarra ma fantasticare di essere questo o quel chitarrista mi ha sempre affascinato, ma con i Mansun no, immaginavo di essere Paul Draper. Lo vedevo nelle fotografie così bello, carismatico e capace di tutto: chi potevo essere se non lui? Con questo finto microfono in mano mi credevo lui sul palco, impegnato a cantare ‘Egg Shaped Fred‘ o  ‘Take It Easy Chicken‘. Numeri da circo nel mio salotto se ci ripenso adesso. Nel 1996 c’erano anche altri eroi che riempivano i miei ascolti, era inevitabile, eppure, fra i tanti gruppi, i Mansun erano spesso citati anche dai miei amici “britpoppettari” e, ogni volta, non si perdeva occasione di lodarli, insomma erano dei predestinati.

Il colpo da 10 e lode arrivò a inizio 1997. L’album era imminente e poco prima della sua uscita i Mansun fecero uscire, a febbraio, il singolo ‘She Makes My Nose Bleed‘ e da li fu schiavitù totale. Il brano mi colpì a tal punto che, tutt’oggi lo reputo uno dei pezzi migliori della band e sopratutto rese l’attesa per quell’esordio quasi insostenibile. Ogni giorno passavo da Pentagramma e Diesis, i miei negozi musicali veronesi preferiti, nella speranza di trovare quel cd e a tutti citavo questi benedetti Mansun, suscitando per lo più facce perplesse. Ma alla fine arrivò il giorno e quel poster che stava nel negozio di dischi doveva essere mio. Così comperando il cd chiesi anche se potevo avere quella copertina ingrandita in cui capeggiava il nome Mansun: sapevo già che il posto più ambito della mia camera stava per trovare un nuovo padrone.

Il primo ascolto non lo dimenticherò mai. Pelle d’oca. Quegli archi trionfali che aprivano l’album e intanto i miei occhi che venivano rapiti dalle immagini all’interno dell’album: quella di loro vestiti da preti che facevano il medio fu un pugno in faccia. Arrivato a ‘Taxloss‘persi il lume della ragione. Dizionario alla mano cercavo di tradurre i testi e ne restavo sbalordito e intanto quello che sentivano le mie orecchie era paradiso in musica: un tripudio di suoni così rigogliosi e incontenibili. Mi ricordo che quando passavano i brani che già avevo sentito smettevo di guardare i testi, mi alzavo in piedi e facevo l’invasato. Arrivato a ‘Dark Mavis‘ ero senza fiato e senza forze, esaltato e ci mancava poco che mi mettessi a piangere dalla gioia.

Quel disco rimase a lungo sul mio lettore. Cambiavano i cd ma alla fine tornavo sempre li, da Paul Draper e soci. Non riuscivo a farne a meno. Cercavo pure di coinvolgere mia madre e mio padre per ascolti comunitari, ma devo dire che non trovavo grandi consensi.  Credo che basterebbe questo a far capire quanto ho amato i Mansun. Quando vorresti che pure tua madre esprimesse la sua gioia verso una band che ascolti, beh, quello è vero amore. Ma ogni storia deve avere il finale adatto, bello brutto che sia. Ai tempi di ‘Six‘ lavoravo a Radio Popolare Verona e ricordo bene l’arrivo in redazione di ‘Legacy‘, così come di ‘Being a Girl’. Il poster sopra il letto era ancora li e il nome Mansun suscitava ancora sussulti nel sottoscritto che rimase molto colpito da quei singoli, ma, lo ammetto, non riuscì mai del tutto ad entrare in piena sintonia con questo secondo disco, almeno all’epoca, perché poi lo rivalutai completamente. I miei amici “mansuniani” erano tutti in estasi e io, Dio mio, mi sentivo così in difficoltà nell’ammettere che qualcosa non mi tornava: Oh Paul, potrai mai perdonarmi? I testi erano neri e incazzati, mi mancavano i personaggi dell’esordio e mi chiedevo che cosa potessi avere a che fare io con quel retrogusto prog, limitandomi alla superficie e non andando in profondità a cercare tutte quelle perle nascoste che poi, con ascolti più ragionati e pazienti, trovai. Ma all’epoca, ripeto, il disco lo ascoltai certo, ma la sua complessità mi spiazzò.

Più riappacificante fu ‘Little Kix‘, in cui la band ritrovò semplicità e forma canzone più chiara e mi sembrava che quasi mi avessero fatto un regalo: ritornavano i ritornelli regolari, gli archi e gli spigoli diventavano più morbidi. Adoravo un brano fuori dal tempo come ‘Fool‘ e mi ricordo che ‘Soundtrack 4 2 Lovers‘ era la canzone che volevo sempre dedicare a una fanciulla di cui ero pazzamente innamorato e che, pure lei, amava i Mansun e le dicevo che quella era la nostra canzone. Pensa te. Un disco che però non riuscì a far parlare di sé, bene o male che fosse: non colpì particolarmente nel segno e per i Mansun fu l’inizio della fine.

Mi rattristai molto il giorno che seppi dello scioglimento e non mi interessai più di tanto alle famose campagne per far si che venisse pubblicato ‘Kleptomania‘ che comunque finii per comperare, ma che non ascoltai più di tanto, a tal punto che non mi sento neanche di darne un giudizio.

Di una cosa però ero certo, ovvero  che Paul Draper da li a brevissimo sarebbe tornato. Ne ero sicuro. Lo consideravo un talento, uno che non poteva stare fermo ai box. Mi sbagliavo. Sarebbe passato tantissimo tempo prima che ritornassi a leggere il suo nome da protagonista e non nelle solite rubriche tipo “che fine hanno fatto”. Internet, mail e facebook mi ha aiutato a mettermi in contatto con i miei idoli, lo fa tutt’ora, ma vi confesso che il primo scambio di chiacchierate telematiche con Paul mi ha lasciato senza parole. Mi è tornato in mente tutto quello che ho appena scritto, e sono andato in apnea. Paul Draper ha segnato un pezzo importante della colonna sonora della mia vita, gliene sono grato e, sinceramente, posso dire che l’attesa di sentire le sue nuove composizioni forse non mi ha procurato  la stessa tensione di quando aspettavo il primo album dei Mansun, ma, beh, siamo quasi li e sentire ancora una volta la sua voce seppure con più synth e meno chitarre del passato, beh, ha fatto si che il cuore che battesse forte, perché in fin dei conti viviamo per qualcosa che ci faccia battere forte il cuore. Grazie ancora Paul, anche stavolta mi hai emozionato. Bentornato!

Il successo di Calcutta mi fa incazzare e mi demoralizza

Durante il mio percorso da appassionato di musica, mi sono trovato sempre più interessato a quello che succede in Italia. Ho sempre ascoltato musica italiana indipendente, ma per tanto tempo non mi sono mai messo a scavare per cercare di ascoltare quante più cose possibili: mi accontentavo di quello che passava Rock FM, che comunque non era pochissimo, e andava bene così. Ovviamente, però, più scambiavo opinioni con altri appassionati e maggiore era il numero di gruppi e artisti italiani che mi venivano consigliati e poi la cosa è aumentata esponenzialmente quando da un lato ho iniziato a avere alcuni anni di scrittura musicale alle spalle e quindi mi arrivavano sempre più comunicazioni promozionali, dall’altro ho aumentato il numero dei concerti a cui andavo e nei quali tante volte ho scoperto cose che poi mi sono piaciute.

 

Così, pian piano, quasi senza rendermene conto, ho iniziato a prendermi la musica italiana sempre più a cuore e, di conseguenza, ho cercato sempre di più di spargere la voce grazie alle possibilità di internet: prima il blog, poi gli articoli di stampo giornalistico, poi i social network. Mi è stato spesso detto che sono troppo buono e che non era possibile che tutti quei dischi italiani fossero imperdibili così come dicevo io, però alcune volte i miei consigli sono stati graditi da chi si è fidato e si è andato a ascoltare l’oggetto delle mie lodi. Oggi, a 41 anni, ho tutte le possibilità del mondo di dare un minimo di visibilità a chi mi piace, poi magari in pochi ascoltano e in tanti invece mi dicono “ah sì, li nomini sempre”, ma già il fatto che ci sia gente che sa dell’esistenza di qualcosa solo grazie a me mi rende contento in qualche modo.

 

Ovviamente, in tuti questi anni sono passati periodicamente artisti che facevano successo ma che a me non piacevano, o mi suonavano totalmente insignificanti. I Ministri, i Marta Sui tubi, Il Pan Del Diavolo, i diversi progetti con a capo Jonathan Clancy, Dente, Brunori, vedevo tutti questi che creavano esaltazioni di massa ma io non capivo perché. Però non mi è mai venuto in mente di dire una cosa come “vabbè è inutile che mi sbatta a parlare di questo o di quell’altro se poi la roba che piace di più alla gente è questa”, soprattutto perché, contemporaneamente, altre cose di successo che a me piacevano (Baustelle, Maria Antonietta, Le Luci, il primo disco de I Cani e quello dello Stato Sociale, in misura minore gli Zen Circus) ricevevano anche un sacco di critiche e allora dicevo a me stesso che ok, in fondo è una questione di gusti e non devo essere convinto che la gente non avrà mai voglia di approfondire solo perché ascolta quella che a me sembra robaccia.

 

Il successo di Calcutta, invece, è una cosa diversa, è una cosa che per la prima volta nella mia vita mi fa venir voglia di smettere, di tenermi le cose per me, di fare sì gli articoli giornalistici per far piacere agli artisti e dare dei contributi ai siti su cui scrivo ma di smetterla con tutto il resto, con le playlist, con le classifiche, con la voglia di far sapere al mondo che questo disco lo dovete ascoltare per forza perché è emozionante. Per la prima volta, il successo di qualcuno che non mi piace mi fa incazzare e mi demoralizza, per due diversi motivi. Il primo è che, a differenza di tutti gli altri che ho citato, Calcutta è molto bravo a scrivere le melodie, gli escono fuori proprio bene, proprio giuste, che ti restano in testa perché sono belle e non perché sono banali. Quindi dico cavolo, questo potrebbe fare delle canzoni della madonna, e invece no, perché qui arriva il secondo motivo.

 

Quello che non sopporto della musica italiana di massa negli ultimi vent’anni, e ci includo gente che prima aveva anche fatto delle cose belle o comunque valide artisticamente, tipo Vasco Rossi, Ligabue o anche Eros Ramazzotti, è che si sente tantissimo che non c’è nessuna voglia di fare una canzone che sia bella di per sé, ma l’unico scopo è quello di intercettare quanto più pubblico possibile, grazie ai suoni giusti, alle parole scelte con cura e alla struttura stessa delle canzone, con l’intro, la strofa e il ritornello che devono durare un tempo stabilito e cose così. E la gente, alla quale giustamente non interessa ascoltare la musica con impegno, si imbatte in certe canzoni per un ampio numero di volte fino a quando non entrano in testa, perché quello è lo scopo con cui sono fatte e essendo create da persone molto preparate e competenti, questo scopo lo ottengono. Io, che invece un minimo di testa ce la metto nell’ascolto, quando ho questa sensazione rifuggo immediatamente dalla canzone perché proprio non ce la faccio.

 

Calcutta, alle mie orecchie, ha proprio questo problema qui, e per la prima volta in assoluto provo questa stessa fastidiosa sensazione per qualcosa che non viene dai grandi circuiti, ma dal mio mondo, dal mondo nel quale da tanto tempo cerco il modo in cui poter diffondere la musica che mi piace. In questo mondo, non mi era mai capitato di vedere uno che fa successo e che mi dà quella sensazione, e ora che lo sto vedendo, mi sto non solo incazzando, ma anche demoralizzando. A cosa serve oggi il fatto che io periodicamente scriva su Facebook e Twitter di quanto è figo questo o quel gruppo sconosciuto? A cosa serve che mi sbrighi a tornare a casa dal lavoro per avere il tempo di scrivere quella recensione, o che torni a casa da quel concerto e scriva il report di notte? Serve solo, come ho detto prima, a far contenti i musicisti e a tenere attivi i siti, ma a nient’altro, perché poi arriva questo, pubblica le cose con tutti gli elementi giusti al posto giusto e che di artistico non hanno nulla, a parte, come dicevo, le melodie, e l’attenzione delle persone è tutta su di lui.

 

Il singolo nuovo, poi, è l’apoteosi di tutto questo, con quel suono da tormentone radiofonico estivo veramente fintissimo, non molto diverso dal maggior successo dell’estate scorsa, ovvero la Maria Salvador di J Ax. Ecco io mi chiedo, il fatto che qualcuno che ha successo e che proviene dal mio mondo faccia una canzone così e soprattutto il fatto che subito la gente la esalti in massa sui social, che voglia mi può dare nel parlare bene, invece, delle cose che piacciono a me? Non ne ho più improvvisamente nessuna voglia, perché tanto ormai il gusto delle persone si è sviluppato in modo troppo diverso dal mio e la distanza è ormai incolmabile. E non sto dicendo che voi che apprezzate Calcutta siate nel torto, sto solo dicendo che ormai non ha più alcun senso che io provi a convincere un buon numero di persone a ascoltare le cose che secondo me non hanno abbastanza considerazione.

 

So che le stesse critiche che rivolgo a Calcutta sono spesso state fatte proprio ai vari Baustelle, Maria Antonietta, Le Luci, il primo disco dei Cani, quelli di cui parlavo sopra insomma, però ho sempre trovato che quella fosse una componente minoritaria nella loro proposta e che, pensando a tutto il complesso, determinate cose un po’ più “acchiappone” acquistino comunque un senso messe dentro a un modo di fare musica che comunque non è così spudoratamente vicino a quello che serve per attirare gente. Calcutta, invece, è tutto basato su quello, non c’è nulla nel suo timbro vocale, nel suono e nei testi che non abbia altro scopo che quello. Basta solo pensare alle differenze tra il disco e il nuovo singolo proprio sotto questi punti di vista e non è un’evoluzione, non è voglia di provare cose nuove, è solo che ehi, il disco esce in autunno/inverno quindi dev’essere così e il singolo in primavera/estate quindi dev’essere cosà.

 

Chiudo copincollando due commenti del mio amico Andrea Forti, col quale in passato ci siamo scontrati per il suo atteggiamento un po’ troppo da attention whore, ma che qui coglie in poche parole tutto il senso della mia spataffiata. “festivalbar 1993 dove c’erano sicuramente i gemelli diversi. chissà se con facebook nel 1993 sarebbe stato socialmente accettato condividere un video dei gemelli diversi” “lo dico perché pare che nel 2016 lo sia”. Ecco, tenetevi pure il vostro Festivalbar moderno e i vostri Gemelli Diversi, io mi terrò la mia musica per me e ne parlerò solo sui siti in cui scrivo o qui sul blog. Vorrei tanto dire che il periodo in cui condividevo canzoni o dischi sui social consigliandone l’ascolto è finito, ma in realtà per esperienza so che quando dico “non farò mai più questa cosa”, dopo un po’ la rifaccio, quindi dico solo che intendo limitare moltissimo i consigli di musica sui social. Tanto tutto questo non ha più alcun senso e sono anche certo che in tanti mi diranno o penseranno che finalmente ho finito di rompere le palle, quindi basta, ci ho provato ma purtroppo c’è troppa gente a cui piace quella roba lì per continuare.

DIY London Popfest 2016

È ormai qualche anno che partecipo con buona continuità a eventi indiepop e la prima edizione di questo weekender londinese mi attirava particolarmente per diversi motivi. Innanzitutto l’idea di poter unire la visione e l’ascolto dal vivo di diverse band che conoscevo unita alla possibilità di scoprirne tante altre che invece mi mancavano, poi la possibilità di vedere finalmente una venue dove suonano un sacco di concerti che mi interessano come lo Shacklewell Arms, infine la voglia di rivivere la bellezza dell’atmosfera che si crea in questo tipo di rassegne. Ammetto che quando ho prenotato non avevo ben ponderato cosa significasse vedere 28 gruppi dal vivo in tre giorni, in termini di stanchezza che una roba del genere inevitabilmente porta; una volta usciti gli orari mi sono ben reso conto di quanto sarebbe stato impegnativo il weekend ma ormai la scelta l’avevo fatta.

 

Devo ammettere che i 12 gruppi del sabato sono stati un po’ troppi proprio dal punto di vista di quante energie fisiche e mentali ti porti via assistere a un numero così elevato di band diverse. Ok che non c’è calca, ok che i concerti durano poco, però sono comunque tanti gruppi diversi, tutti in uno stesso posto piccolo. Una cosa è stare in un festival, dove hai ampi spazi, cambi palchi e puoi facilmente sdraiarti per rilassarti intanto che ascolti la musica live. Qui per ascoltarla devi stare in piedi in una saletta piccolina un po’ buia e non hai altre possibilità. Dopo un po’ entri in una specie di loop e ti sembra di essere finito in un mondo parallelo, e meno male che gli ultimi gruppi mi piacevano molto, se no non so come avrei fatto. Domenica erano solo 10, e si potrebbe pensare che in fondo non cambia molto, ma in realtà i due in meno hanno fatto tutta la differenza del mondo. Certo, mi si potrebbe dire che avrei potuto saltare qualcosa, ma del resto sei lì, i concerti li vuoi vedere, se no te ne stavi a casa. Ovviamente se qualcosa non mi entusiasmava uscivo dalla sala e cercavo un posticino in cui sedermi e rilassare le caviglie.

 

Nel complesso mi sono divertito, perché su 28 gruppi ce ne sono stati sicuramente più di 20 che mi sono piaciuti del tutto, e degli altri solo uno mi ha fatto proprio cagare. Poi la venue mi è piaciuta molto, è un pub con ottima cucina, discreta selezione di birre e staff carinissimo, l’ostello in cui ero era anche bello e anche qui merita di essere menzionato lo staff fatto di persone davvero molto gentili, inoltre mi sono goduto un po’ di piaceri birrari e gastronomici intorno all’evento. Nello specifico, le colazioni al bar collegato all’ostello erano molto buone, così come lo è stato il pranzo della domenica in un ristorante turco vicino all’evento (la zona era monopolizzata da negozi turchi e quindi ho giustamente voluto provare il cibo), e ho poi finalmente provato un pub di Londra di cui avevo sentito parlare bene e effettivamente è diventato il mio preferito in città per una selezione di birre davvero straordinaria. Mi sono goduto la vita, insomma.

 

È andata meno bene del solito sull’aspetto di socializzazione, un po’ perché di gente che già conoscevo ce n’era poca, un po’ perché i concerti si susseguivano, come ho detto, e per come sono fatto io quando un gruppo suona io lo ascolto. Normalmente in questi eventi le chiacchiere le faccio finiti i concerti, ma visto quanti erano, appena finivo me ne scappavo a dormire. Ho comunque rivisto volentieri un po’ di bella gente, musicisti e non, persone che è sempre bello vedere e che continuano a loro volta a mostrarsi contente di vedermi, il che ovviamente mi fa sempre molto piacere.

 

Sulla musica, il discorso generale che posso fare è che ormai l’indiepop ha preso sempre più la piega verso il proprio lato ruvido e punk a discapito di quello morbido e melodico. Il genere ha sempre avuto queste due anime, solo che da ormai diverso tempo la prima ha preso il sopravvento sulla seconda. A me la cosa un po’ dispiace, perché non c’è niente di meglio di una bella melodia che ti prende il cuore con un suono semplice ma che sa farti sognare, però vabbè, magari un giorno tornerà. Per ora mi godo quello che c’è, che in tanti casi è comunque molto buono.

 

Ecco due parole per ognuno dei gruppi, qui potete ascoltare una canzone per ogni band, se volete farvi un’idea. Buona lettura.

 

Breakfast Muff: si comincia senza infamia e senza lode con un po’ di ruvidezze e feedback, carucci, niente di più.

 

Tin Ten Yen: musicista solitario che fa del pop molto gradevole aiutandosi con una serie di campionamenti e suonicchiando qualcosa qua e là, intrigante.

 

Neurotic Fiction: bell’equilibrio tra rock n roll, ruvidezza e velo cupo. Belle armonie vocali, bei suoni, belle canzoni, bello tuto.

 

Makthaverskan: tra tutti i gruppi che non conoscevo prima di sapere che avrebbero suonato qui erano quelli su cui avevo più aspettative e non mi hanno deluso. Anche dal vivo, infatti, hanno reso perfettamente il loro pop con melodie, qui sì, cristalline e una parte musicale molto dinamica e ondeggiante. Fantastici.

 

Sacred Paws: un duo che punta molto sul ritmo, non sarebbero male ma è praticamente la stessa canzone per tutto il tempo.

 

Cat Smell: molto classici, sempre dal punto di vista dell’indiepop un po’ più lo fi, si lasciano ascoltare.

 

Peaness: tre ragazze giovani, melodie già ottime, suono fresco e coinvolgente, mi sono proprio piaciute.

 

Crossmakers: un po’ più robusti e cupi e molto interessanti soprattutto per le armonie vocali a cui prendono parte tutti e tre, compresa la batterista.

 

Whitebelt: vorrebbero creare un mix diverso dal solito tra chitarre e tastiera e anche tra batteria e ritmiche digitali, l’idea è buona ma nella pratica ancora non ci riescono, magari prima o poi.

 

Wolf Girl: tra mi migliori tra quelli che non conoscevo, pop-punk tipo Spook School con canzoni interessanti e efficaci, davvero capaci di coinvolgere molto chi li ascolta.

 

T-Shirt Weather: anche loro sono più sul lato punk e dal vivo hanno un bell’impatto, suonano e cantano bene e le canzoni ci sono, già mi piacevano su disco e dal vivo si sono confermati.

 

Seconds: loro invece sono più sul lato post-punk, non sarebbero male ma alla lunga mi sembrano un po’ piatti e non mi prendono.

 

Two White Cranes: Roxy viene da Bristol e suona in diverse band ma ha anche questo suo progetto solista molto valido. Dal vivo suona un po’ da sola, e quindi fa prevalere il lato acustico, e un po’ con basso e batteria, in entrambe le situazioni, bellissima voce e ottime canzoni.

 

Try The Pie: altra ragazza da sola, stavolta statunitense, usa solo la chitarra elettrica e anche qui voce e canzoni sono valide, anche se un po’ meno rispetto alla musicista precedente.

 

T.O.Y.S.: sono un fan accanitissimo di questa band e vorrei tanto che li conoscessero in tanti e che soprattutto questi tanti venissero a vederli dal vivo, perché un groove irresistibile come il loro oggi non esiste, a qualunque livello e giuro che non sto esagerando. Se ascoltate le canzoni su disco magari non esce, e comunque vale la pena dare loro una chance, ma è il live che fa letteralmente impazzire.

 

Milky Whimpshake: questi veterani di solito mi piacciono ma a sto giro sono partito molli e sembrava fossero lì a fare il compitino senza metterci passione, poi un po’ si sono ripresi però boh, mi aspettavo di più.

 

Kid Canaveral: ecco una band che finalmente non ha paura di fare pop-rock, perché di questo si tratta, con chitarre dal suono forte e arioso, una voce pulita e forte allo stesso tempo e melodie rotonde e ampie. Anche qui già li conoscevo ma il live me li ha fatti apprezzare molto di più.

 

Maybe Don’t: ottimo inizio la domenica con questo trio che ricorda un po’ gli Weezr in salsa indiepop. Bravi e coinvolgenti.

 

Camp Shy: ecco loro proprio no, ok lo slacker, ok il fuzz, ok la ruvidezza, però devi essere un minimo capace, questi invece erano solo pretenziosi.

 

Oh Peas: donna gallese da sola, molto classica e morbida, si lascia ascoltare, niente di più.

 

Good Grief: bei chitarroni ma finisce lì, non hanno niente che meriti di essere ricordato.

 

Otoboke Beaver: queste quattro giapponesine sono arrivate, hanno spaccato tutto e sono andate via da trionfatrici. Poco pop e quasi tendenti al noise, ma non è un rumore a caso il loro, è tutto anzi sempre molto strutturato, con arrangiamenti tutt’altro che banali e suonati ottimamente con grande perizia tecnica. In più sul palco sono scatenatissime e nessuno può resistere.

 

Dirtygirl: ecco qui delle belle melodie, con un suono semplice ma efficace, purtroppo sono stati martoriati da problemi tecnici ma si è comunque sentito che ci sanno fare.

 

Haiku Salut: posso dire a me stesso quello che voglio, ma se sono venuto qui è soprattutto per loro e mi hanno emozionato come mi aspettavo. Hanno un talento unico, canzoni incredibili e tanta fantasia. Sono poi così preparate come musiciste, che quando sono arrivati dei problemi, li hanno risolti al volo con una naturalezza estrema, le adoro e in tutto questo ambito credi di adorare solo gli Allo Darlin come loro.

 

Chorusgirl: già apprezzati live lo scorso dicembre, mi sono piaciuti anche di più qui, in una sala dal suono senz’altro migliore. Bella voce, belle canzoni e buona capacità di proporre un suono elettrico e un pochino cupo quanto basta.

 

Soda Fountain Rag: conosco questo progetto norvegese solo dalla scorsa estate, ma subito mi è piaciuto tantissimo e sono contento che quest’anno sia tornata e che potrò vederla diverse volte, lui e la sua band nella quale ci sono anche due italiani. Il live ha un suono più forte rispetto al disco e ci sta tutto, la voce è tra le migliori in circolazione e le canzoni nuove sono bellissime.

 

Trust Fund: si chiude con uno dei migliori live del weekend, anche loro puntano sull’energia come tanti però c’è un livello davvero alto, con armonie vocali e strumentali azzeccatissime e un tiro complessivo davvero di grande impatto. Sono contento di poterli rivedere quest’estate.

Madrid Popfest 2016: keep the spirit alive

Quando ho saputo che un gruppo di affezionati della Madrid Popfest aveva deciso di prendere il testimone dalla vecchia organizzazione che si era ritirata per continuare a tenere in vita questo weekend incredibile, avevo subito deciso che sarei tornato. Ero contento di avere la possibilità di rivedere gli amici con cui mi sono divertito tantissimo per un weekend all’anno negli ultimi tre anni, ma soprattutto la mia idea era che se hai vissuto la Popfest con il cuore, sicuramente saprai cosa si deve fare per mantenerne in vita lo spirito, anche se sei un nuovo organizzatore e hai scelto nuove location e una formula un po’ diversa. Ed è proprio questo spirito che rende la Madrid Popfest un evento speciale tra tutti i weekend indiepop a cui vado con una buona frequenza da ormai diverso tempo, uno spirito per cui si vive al massimo ogni momento del weekend, che significa che quando qualcuno suona si partecipa col massimo del calore e quando qualcuno mette i dischi si balla come se non ci fosse un domani, e si considerano tutte le persone presenti e che stanno facendo lo stesso come la propria famiglia, senza distinzione tra amici più cari e gente che si vede per la prima volta in quel momento.

 

Così è andata e il weekend che ho vissuto tra il Taboo, il Chico Feo e il Maravilla mi ha dato tantissima gioia, nonostante non sia riuscito a fare l’alba come gli anni scorsi per troppa stanchezza, dovuta poi, come avrei scoperto la domenica, a un’influenza che stava arrivando. Adoro rivedere quelle persone, e soprattutto adoro l’affetto che mi mostrano quando mi vedono, sono davvero davvero tanto contenti che io ogni anno abbia voglia di prendere l’aereo e usare i miei giorni di ferie e i miei soldi per venire nella loro città. E per me già è un gioia vederli, poi il fatto che mi accolgano sempre con tutto questo affetto mi riempie il cuore ogni volta. A un certo punto, con una di loro, abbiamo provato a ricordare chi suonava alla Popfest gli anni scorsi e non ci ricordavamo quasi nessun gruppo, e lei era pure nell’organizzazione, e questo significa che alla Popfest di Madrid ci vai in primo luogo per rivedere le persone con cui hai fatto amicizia e per vivere un weekend senza freni assieme a loro.

 

Intanto una nota sull’ostello in cui sono stato: si chiama Mad4You, è nel quartiere di Malasana, che è quello dove quest’anno si svolgeva la parte serale della Popfest, e è in una via dove c’è relativamente silenzio in una zona che invece è il cuore della vita notturna madrilena. Basta fare due minuti a piedi e si è al centro dell’azione e anche di giorno è a distanza camminabile da quasi tutte le attrazioni della città. Dentro è bellissimo, pulito, comodo, con una colazione molto sopra la media degli ostelli, e io per una stanza singola con bagno condiviso ho speso 27 euro a notte. Un posto davvero perfetto, se andate a Madrid vi consiglio assolutamente di dormire lì.

 

Poi niente, parlavo di parte serale e di tre diverse location perché quest’anno non si è svolto tutto al Clamores (sempre sia lodato), ma i concerti erano al Taboo e erano solo venerdì e sabato, senza il giovedì, però c’era una sessione acustica al sabato pomeriggio in un altro posto, il Chico Feo, e inoltre i dj set del sabato notte erano in un altro posto ancora, il Maravillas. Tutto era comunque vicino, soprattutto il Taboo e il Maravillas, e la cosa alla fine ha funzionato. Tutti e tre i club si sono rivelati molto belli, adattissimi alla situazione e, cosa da non sottovalutare, coi prezzi dei drink più economici che al Clamores (che comunque sempre sia lodato).

 

Un paio di piccoli appunti che spero gli organizzatori terranno in considerazione per il futuro: intanto i live del Chico Feo secondo me erano troppo lunghi, perché erano fatti tutte da band/artisti con un suono molto ben definito e che era sempre quello e anche se a uno piacciono le canzoni, mezz’ora a testa sarebbe stata più che sufficiente; poi l’aver accettato lo spostamento del dj set del venerdì dalle 2 in poi nella sala in basso del Taboo, un improponibile scantinato, non è stata la mossa più adatta, magari non c’era altra soluzione, però così non poteva andare, già il sabato al Maravillias è stato perfetto, quindi magari questo club ospiterà i dj set dell’anno prossimo tutte e due le sere, dato che di gente ne è venuta e per loro c’è stato senz’altro almeno l’incasso del bar.

 

Per il resto, è stato un evento riuscitissimo sotto tutti i punti di vista e non penso ci siano dubbi che questi nuovi organizzatori avranno viglia di andare avanti ancora per un po’. Io non vedo già l’ora del prossimo marzo, ma intanto è giusto che io mi metta a fare il mio solito resoconto breve su chi ha suonato quest’anno.

 

Los Animalitos Del Bosque seguono la tendenza che va abbastanza di moda adesso di mescolare indiepop e punk, in questo caso mettendo l’influenza dei Ramones sopra tutto il resto. Bravi, divertenti, un bel modo per cominciare.

 

Hazte Lapòn mi sono piaciuti tantissimo, un pop pieno di idee, dettagli e ambizione, senza mai scadere nel pretenzioso. Un sacco di varietà e di soluzioni diverse per canzoni emozionanti e riuscitissime.

 

Horsebeach un’altra tednenza alla moda oggi è fare indiepop con un visibile tocco dark, ma questi ragazzi di Manchester lo fanno con un’ottima personalità, e belle canzoni, insomma una gran scoperta.

 

Sierra un gran bel pop-rock energico, con ottime melodie e ben suonato e cantato, bravi e capaci di trascinare il pubblico come pochi altri in questo weekend.

 

Colour Me Wednesday quante volte l’ho già detto che le amo? Tante, quindi non starò qui a ricominciare, dirò solo che il set è stato perfetto e incredibile come sempre e che mi sono divertito un sacco a fare casino in prima fila con i loro amici che poi mi hanno trascinato nella stage invasion alla fine. Poi è stato bello fare conoscenza finalmente con Carmela, la bassista dal padre italiano, e rivedere Jennifer e Harriet dopo un po’ di tempo, temevo non si ricordassero di me ma per fortuna mi sbagliavo.

 

Rubella suono prettamente acustico e voce maschile e femminile che si alternano, non male ma poca varietà.

 

Francisco Nixon cantautore piuttosto famoso da quelle parti, propone un’ottima voce e delle ottime melodie, la gente canta e c’è un’atmosfera magica, riascoltandolo su disco il suono è un po’ troppo patinato, ma questo live acustico è stato fantastico.

 

Sagrado Corazon de Jesùs simpatico synthpop ma anche qui le melodie, il suono e il timbro vocale mostrani pochissima (o anche nessuna) varietà.

 

Puzzles Y Dragones pop con base acustica e un po’ di ricamini intorno, bravi, belle melodie e bella voce.

 

Jessica & The Fletchers anche qui indiepop misto punk, canzoni da due minuti e via, tutto fatto bene e catchy.

 

Brideshead li attendevo tanto e non mi hanno deluso, live quadrato e impeccabile e bravi anche a riadattare le canzoni in modo da renderle più potenti e ritmate e quindi facili da apprezzare in veste live.

 

Red Sleeping Beauty il loro primo live dopo vent’anni propone le canzoni del disco che uscirà a giugno per Labrador e Shelflife (mica pizza e fichi). Live ben suonato e canzoni meravigliose che faranno impazzire tutti gli amanti del dream pop.

 

Parade i miei amici me ne decantavano le qualità e in effetti mi ha entusiasmato, un pop davvero fatto bene, di grande qualità e personalità, il clima in sala è di grande feste e non poteva esserci modo migliore per chiudere questo primo anni del nuovo ciclo della Popfest.

Franconia 2016: il calore del tradizionalismo

Dopo tanti anni di passione per la birra, ho finalmente affrontato un viaggio prettamente birrario in una delle zone da sempre più affascinanti per chi ama questa divina bevanda. Con altri due amici sono andato in Franconia con lo scopo primario di assaggiare un po’ di birre di quelle parti e di vivere le atmosfere che continuano a ispirare una tradizione secolare. È proprio nella parola “tradizione” che sta molto del fascino di questo viaggio. In Franconia, il modo di fare birra e di servirla è immutato da secoli. Il range stilistico è piuttosto esiguo; la modalità di spillatura è quasi solo quella “a caduta”, ovvero la birra cade direttamente dalla botte dentro il bicchiere; i locali dove la birra viene servita non hanno minimamente risentito di alcuna tendenza di design moderno e sono realmente fermi a decenni fa. Tutto questo comporta innanzitutto che per i giovani della zona la birra tradizionale non abbia alcun tipo di attrattiva, perché la vedono proprio come una cosa da vecchi ed effettivamente sono solo i vecchi che si recano nei locali per berla. Di conseguenza, andare in Franconia a assaggiare la loro birra significa anche, se non soprattutto, assaporare un’atmosfera perduta nel tempo, fatta di arredamento desueto, modi spicci e tanti silenzi.

 

Potrebbe sembrare un ambiente freddo e ingessato, e volendo lo è anche, solo che dentro questi luoghi si nasconde un calore che solo il tradizionalismo può dare. Non c’è niente da fare: in tutto ciò che si tramanda di generazione in generazione c’è una sorta di abbraccio per il neofita che non c’è da alcuna altra parte. Voglio dire, è come assaggiare i tortellini romagnoli vivendo in una gande città tedesca: magari c’è un importatore che li conserva benissimo e li porta sulle tavole in perfette condizioni, ma non sarà mai come andare in una trattoria sulle colline a Bertinoro. Andare per birrifici in Franconia è come viaggiare nel tempo e vivere davvero l’importanza che ha la produzione di birra per la popolazione locale. È una sensazione che ti pervade in modo delicato ma intensissimo e ora che ne sto scrivendo già mi manca.

 

Per chi non lo sapesse, la Franconia è l’alta Baviera e il suo capoluogo è Bamberg. Vi si arriva da Norimberga o Francoforte, la prima è molto più vicina, ma la seconda permette di spezzare il viaggio con un’altra meta davvero interessante, ovvero Wurzburg. Quest’ultimo è il centro più importante di una zona particolare della Franconia, ovvero quella nella quale si è molto più dediti alla produzione del vino. Uno potrebbe dire, ma come, il vino tedesco, beh, io vi dico ne ho provati cinque e erano tuti di ottima qualità. Si parla di vino bianco, c’è anche il rosso ma non l’abbiamo provato e comunque il parere di chiunque è che sia molto meglio il bianco. Wurzburg è anche piacevole da visitare e la residenza dei Principi è un vero gioiello. Tra Francoforte e Wurzburg abbiamo anche avuto il tempo di fermarci a Darmstadt, cittadina con un quartiere molto particolare realizzato dagli zar russi quando andavano lì in vacanza, un posto surreale e che non esiste da nessun’altra parte, inoltre il birrificio del Municipio produce birra di ottimo livello.

 

Anche Bamberg è molto bella come città, anche perché non è mai stata bombardata e quindi mantiene il fascino dell’antico. Ma il nostro scopo era, appunto, assaggiare birre e immergerci nell’atmosfera. La missione è riuscita a tal punto che ci siamo resi conto che anche quando le birre non sono al massimo della qualità, la cosa poco importa, uno perché sono comunque buone e due perché quello che conta è immergerci in questa realtà parallela che si trova solo lì.

 

Chi dovesse decidere di andare, deve assolutamente comprare e leggere la guida di Manuele Colonna che si chiama semplicemente “Birre in Franconia”. Colonna è il proprietario di uno dei pub più importanti per tutto il movimento birrario italiano, il Ma che sete venuti a fa’ di Roma, ed è stato in Franconia decine di volte, un po’ per questioni lavorative, ma soprattutto perché adora quel posto. Sul libro c’è tutto il suo sincero amore per la Franconia e quindi se lo leggete vivrete l’atmosfera di cui ho parlato e che ovviamente lui descrive molto meglio, inoltre potrete districarvi tra il numero sterminato di birrifici e scegliere quelli che meritano più di tutti gli altri la visita. I giudizi di Colonna sono sempre attendibili, se lui ha marchiato il birrificio come “obbligato”, se ci andate capirete perché; sugli altri, Colonna ci tiene a sottolineare che spesso è una questione di fortuna, nel senso che possono succedere eventi nel ciclo produttivo della birra che la rendono migliore o peggiore a seconda delle cotte.

 

Una differenza tra i locali del capoluogo e quelli di fuori è che questi ultimi sono particolarmente rustici, spesso sono un’ala della casa della famiglia che produce la birra ed è tutto ancora più spartano e più vero allo stesso tempo, può capitare che si veda la cucina sul retro coi pentoloni sul fuoco o cose ancora più surreali, come spiegherò tra poco. Andare a caccia di birre in Franconia e rimanere a Bamberg toglie un pezzo importante della storia, per cui organizzatevi e se anche non avete un’auto o giustamente non ve la sentite di guidare, usate il trasporto pubblico, i taxi o le vostre gambe. Se non lo fate, il viaggio non è completo. Ah, per muovervi, è necessario che almeno uno di voi abbia i dati del cellulare attivi, piuttosto pagate quel che c’è da pagare ma non andate lì senza i dati, se no è un bel casino.

 

Questo, contrariamente a quelli che faccio di solito, non è un viaggio da fare da soli, ma è necessario essere con un gruppo di amici, non tanti, se siete tre o quattro in tutto va bene, così vi muoverete agilmente anche in taxi se necessario senza costi eccessivi. Se poi qualcuno di voi parla il tedesco è molto meglio. Comunque il viaggio è da fare con gli amici non certo per motivi opportunistici, ma perché immergersi in posti simili da soli non dà la stessa soddisfazione.

 

Prima di addentrarmi nell’analisi di cosa ho trovato, un accenno ai prezzi, molto bassi, sia a Bamberg che soprattutto fuori. In città, mezzo litro di birra sta sui 3 euro e un piatto abbondante di cibo attorno ai 10, fuori togliete almeno un euro per la birra e un paio di euro per il cibo. Dal punto di vista della cucina, i piatti sono quelli della tradizione tedesca che tuti conoscono, aggiungo una cosa che non mi aspettavo di trovare in modo così diffuso: la carpa fritta, di per sé molto grassa ma se accompagnata con la verdura cruda e il giusto vino merita. Altra cosa, non guardate al nome delle birre per immaginare che stile è. La lager di un posto non c’entra niente con quella di un altro e così la bock e altre cose. Ognuno chiama le birre col nome che preferisce senza che il nome stesso indichi qualcosa.

 

Birrifici a Bamberg: nel capoluogo domina la Santissima trinità Schenkerla, Spezial e Mahr’s. Se andate in uno di questi tre posti, uscirete super soddisfatti. I primi due sono specializzati in Rauchbier, ovvero le birre affumicate: lo stile è particolare e piò non piacere, comunque col fatto che le birre sono servite a caduta dalla bitte l’affumicato non è mai troppo invadente e il gusto è ottimo e davvero ristoratore. Mahr’s ha come cavallo di battaglia la Ungespundet, la classica birra delle cantine franconi, con un perfetto bilanciamento di luppolato e maltato. Nota gastronomica: i piatti di Mahr’s sono un pochino più costosi ma decisamente più abbondanti, quindi per sfondarsi di cibo quello è il posto migliore. Siamo stati in altri tre birrifici in città: Fassla, Gleifenkrau e Keesman e la qualità non è assolutamente la stessa dei mitici tre.

 

Birrifici fuori Bamberg:
Knoblach a Schammelsdorf: da Bambetg ci si arriva in taxi. La loro lager è probabilmente la miglior birra assaggiata lungo tutto il viaggio e il loro pollo allo spiedo è il migliore che abbia mai provato in tutta la mia vita, penso che vi possa bastare.

Trunk a Bad Staffelstein: da Bamberg ci si arriva in treno e in taxi, di fianco c’è la chiesa dei 14 santi, uno dei capolavori del barocco tedesco che vale assolutamente una visita. Poi si entra in questo posto e si gode di birre perfette stilisticamente e allo stesso tempo di gran carattere.

Metzgerbau a Uentzing: da Bamberg ci si arriva sempre arrivando in treno a Bad Staffestein e poi muovendosi o col bus, se si ha la fortuna di beccarlo, oppure sempre in taxi, noi abbiamo fatto prima Trunk e poi questo in taxi e da lì siamo tornati a Bad Staffelstein in bus. Questo è un luogo unico nel suo genere, perché è la bottega di un macellaio che un giorno ha scoperto che gli piaceva fare la birra e ha integrato questa attività nella sua bottega. Nel seminterrato c’è la produzione dei prodotto da macelleria e la vendita sia di essi che della birra, mentre al piano superiore c’è la produzione di birra con dei tavoli per potersi accomodare. La birra in sé è buona ma non straordinaria, però davvero entrare lì ti dà una cosa che non si riesce a descrivere, va fatto e basta.

Greif a Forchein: da Bamberg ci si arriva in treno e poi camminando un po’. Birre anche qui impeccabili formalmente e con una grande anima e coi prezzi particolarmente bassi. In paese c’è un altro birrificio che Colonna dà come obbligato, cioè Neder, ma noi non avevamo tempo per entrambi.

 

Non abbiamo avuto molti giorni a disposizione, ma ci sono bastati per innamorarci perdutamente della Franconia e mentre scrivo, la voglia di tornare è già tantissima. Mi sa che è stata la prima ma non l’ultima volta.

NFL 2015 regular season review and wild card round playoff preview

New England Patriots: due terzi di stagione ottimi, poi gli infortuni si sono fatti sentire e c’è stato un calo nel finale. Hanno dimostrato che quando sono in salute è difficilissimo batterli, quindi c’è da sperare che la settimana di pausa che hanno ottenuto serva per recuperare almeno alcuni degli infortunati. Se succederà, saranno un cliente scomodo per tutti in chiave playoff. In ogni caso si sono confermati ai vertici dell’NFL e questo è sempre importante.

 

New York Jets: nell’ultimo terzo di stagione erano riusciti a trovare la formula vincente, ma all’ultima partita, con i playoff in palio, sono caduti malamente. Rimane splendido il lavoro svolto da Bowles al primo anno da head coach, adesso si tratta di aggiungere profondità al roster e l’anno prossimo potranno farsi davvero sentire.

 

Buffalo Bills: si pensava che se Ryan avesse trovato un quarterback almeno decente, i playoff sarebbero arrivati, e invece il qb c’è stato ma il posto in post season no. In attacco ci sono stati tanti infortuni ma il problema è stato in difesa, dove per la prima volta, Ryan non ha avuto giocatori convinti delle sue idee e, al contrario, alcuni si sono lamentati pubblicamente di come venivano utilizzati. Due sono le scelte per Rex: o fidarsi dei propri schemi e allontanare chi non li apprezza, oppure venire incontro alle esigenze dei giocatori. Vedremo cosa succederà, come talento la squadra è assolutamente da playoff.

 

Miami Dolphins: annata deludente, con Tannehill che, firmato un ricco contratto, ha iniziato a giocare maluccio, e ora la squadra se lo deve tenere e sperare che il nuovo coach lo sappia far rendere, e non solo lui, ma tanti giocatori da cui ci si aspettava di più. Di buono c’è che i giovani Miller e Landry hanno mostrato ottime cose, quindi su di loro si può contare.

 

Cincinnarti Bengals: al quinto anno, Dalton ha elevato il proprio livello di gioco e lasquadra ne ha tratto benefici, peccato per un gioco di corsa dalle gerarchie confuse e per l’infortunio allo stesso Dalton che non si sa bene quando rientrerà. In ogni caso, comunque dovessero andare i playoff, una stagione positiva su cui si può costruire.

 

Pittsburgh Steelers: vale lo stesso discorso fatto per i Patriots: con tutti sani, squadra fortissima, con qualche infortunio, squadra discontinua. Comunque dovessero andare i playoff, la lezione è quella di aumentare la profondità del roster, e magari mettere un po’ a posto la difesa, mai davvero affidabile.

 

Baltimore Ravens: purtroppo pagano ancora la sbornia del Superbowl di tre anni fa e le conseguenti partenze dei giocatori che hanno voluto prendere più soldi altrove. Il draft quest’anno è stato totalmente sbagliato e ora, per risalire, non possono più permettersi errori nelle scelte dei giocatori, anche eventualmente dalla free agency.

 

Cleveland Browns: la situazione molto confusa sui rapporti tra coach e GM ha generato scelte sbagliate al draft e soprattutto un rendimento pessimo in difesa. Non sapendo a chi dare la colpa, il proprietario ha licenziato entrambi, ora si spera che i prossimi possano fare bene, ma è da troppi anni che a Cleveland non succede.

 

Indianapolis Colts: la delusione più grande di quest’anno, dati per favoriti nella corsa al Superbowl, fin da subito si è visto che la storia era completamente diversa. Sono tante le aree di debolezza da sistemare, non appare impossibile un pronto riscatto comunque, soprattutto se Luck non dovesse avere più problemi fisici, quest’anno ne ha sempre avuti, infatti probabilmente l’errore è stato volerlo far giocare subito da infortunato.

 

Houston Texans: è bastata la solidità difensiva, accompagnata da alcune partite decenti del quarterback di turno, ne hanno cambiati diversi, per ritrovarsi ai playoff in una division scarsissima. Non devono certo credere di essere a posto così e dovranno lavorare molto in offseason per aumentare la qualità del roster.

 

Jacksonville Jaguars: per l’ennesimo anno, siamo ancora qui a parlare di una squadra dal buon potenziale ma che paga errori di gioventù. Giustamente, la proprietà e i tifosi continuano a mostrarsi pazienti, ma la pazienza avrà un limite prima o poi.

 

Tennessee Titans: la scelta di Mariota si è rivelata buona, ma attorno a lui, non è andato bene nulla e la squadra ha chiuso col peggior record della Lega. Vedremo se la scelta numero 1 al draft darà dei frutti, ma in generale un’eventuale risalita appare ancora lontana.

 

Denver Broncos: in attacco alti e bassi che a raccontarli tutti ne uscirebbe un romanzo, ma la difesa si è rivelata fantastica e alla fine è bastato questo per assicurarsi il fattore campo nei playoff. Comunque dovessero andare le cose, sembrerebbe che ci sia un quarterback affidabile grazie al quale poter assorbire il probabile ritiro di Manning e soprattutto mantenere una buona credibilità a alto livello ancora per un po’.

 

Kansas City Chiefs: sei 1-5, hai perso il tuo miglior giocatore per infortunio, ma invece di mollare ci metti tutto te stesso, ne vinci 10 di fila e vai ai playoff in tromba. Bellissima storia quella di questi Chiefs, comunque dovessero andare i playoff, dove si solito l’affidabilità viene premiata e allora attenzione.

 

Oakland Raiders: ci si aspettavano miglioramenti rispetto agli ultimi anni e eccoli serviti, ancora non siamo sui livelli dei migliori ma la strada sembra essere quella giusta, bene così.

 

San Diego Chargers: ci si aspettava un’annata di transizione, ma non certo di finire tra le peggiori 5 della Lega. Un draft sbagliato ha fatto sì che il roster non fosse mai davvero competitivo e solo verso fine stagione ci sono stati piccoli miglioramenti. Vedremo se da questi sapranno ripartire, al di là dell’eventuale trasferimento a Los Angeles

 

Washington Redskins: in una division pessima, sono riusciti a essere meno peggio delle altre squadre nel momento giusto e a guadagnare i playoff. Al di là di come andranno, c’è necessità di scelte chiare e l’accantonamento di Griffin è stata una di queste e si è rivelata corretta.

 

Philadelphia Eagles: Chip Kelly ha avuto tutto il potere di farsi un roster a propria immagine e somiglianza e ha fallito, perdendo anche il posto. Troppe scelte di giocatori che in realtà non andavano bene per le idee di Chip, quarterback e runningback su tutti. Il nuovo coach dovrà massimizzare il talento a disposizione, che non è poco.

 

New York Giants: ogni anno è sempre più chiaro che Coughlin deve essere calorosamente ringraziato per i due Superbowl e essere mandato in pensione, forse quest’anno la proprietà se n’è accorta e ci sarà finalmente modo di ripartire e ritrovare credibilità.

 

Dallas Cowboys: un roster troppo basato su una sola persona, ovvero Tony Romo: infortunatosi lui, è stata notte fonda. La famiglia Jones dovrà lavorare molto per far sì che questo non succeda più e non sarà facile.

 

Green Bay Packers: a un inizio scintillante è seguito un lungo momento di luci e ombre, per i playoff è bastato ma ora non si scherza più. A prescindere da come andranno le cose, è sembrato che ci fosse poca chiarezza di idee di gioco e di gerarchie all’interno del roster, quindi il lavoro principale della offseason sarà eliminare tutta la confusione e fare scelte chiare.

 

Minnesota Vikings: Peterson è tornato in gran forma, Bridgewater è maturato, la difesa si è solidificata e il coaching staff ha guadagnato in brillantezza strada facendo. Al di là di come andranno i playoff, questa è una squadra in ascesa, certo sembrava lo stesso tre anni fa, poi sono crollati, ma ora si sono ripresi subito e le cose sembrano destinate a andare sempre meglio.

 

Detroit Lions: vale di più l’1-7 della prima metà stagione o i 6-2 della seconda, che poteva essere un 7-1 senza la sciagurata difesa sull’ultima azione contro i Packers? In teoria ci vorrebbe una proprietà presente e competente che sappia fare le giuste valutazioni, ma così non è e si spera che la persona che verrà scelta per questo arduo compito sappia svolgere bene il proprio lavoro. Da qui dipenderanno i destini della franchigia per i prossimi anni.

 

Chicago Bears: non ci si aspettava molto da questa stagione e in realtà di cose positive ce ne sono state, anche se ovviamente il record non è stato granché. Difficile immaginarsi miglioramenti a breve, è probabile che nel breve periodo i Bears continueranno a galleggiare nella mediocrità.

 

Carolina Panthers: ecco un roster costruito splendidamente, perfettamente funzionale alle idee di gioco dell’allenatore, che ha superato brillantemente l’infortunio dei wide receiver più forte e, sfruttando il deciso miglioramento del mio idolo Newton, ha chiuso con il miglior record della Lega. Adesso il prossimo passo sarà gestire bene le pressioni, che saranno tantissime, a iniziare già dai playoff.

 

Atlanta Falcons: troppi alti e bassi e soprattutto un roster che ha degli ottimi giocatori ma attorno a essi ha il nulla, soprattutto in difesa. Nel football non si vince solo con le stelle, ma anche coi gregari e questi al momento mancano completamente, quindi la missione è trovarli e anche in fretta.

 

New Orleans Saints: si pensava a una squadra dalla nuova identità di gioco, ma quando hai un giocatore importante come Brees e un allenatore altrettanto importante come Payton, finisci per giocare sempre allo stesso modo e in questo caso non c’erano gli interpreti per farlo bene. Per cui sembra essere arrivato il momento doloroso in cui i due leader se ne dovranno andare, per il bene della squadra.

 

Tampa Bay Bucaneers: ci voleva un miglioramento, altrimenti coach e GM avrebbero dovuto scappare via a gambe levate. Il miglioramento è arrivato, Winston è un vero leader già al primo anno, Martin è rinato, la difesa ha mostrato orgoglio. Alla lunga i valori sono emersi ma questa è una squadra che finalmente ha la mentalità dei tempi migliori.

 

Seattle Seahawks: come l’anno scorso, partenza a rilento, mille questioni irrisolte, poi si è trovata la quadra e ora la squadra va che è un piacere. A differenza degli altri anni, la risalita è passata più dal gioco di passaggi che da quello di corsa ma in ogni caso, ancora una volta, questa squadra e questo coaching staff hanno saputo guardarsi dentro e trovare le risposte giuste. Fantastici.

 

Arizona Cardinals: meno funestati dagli infortuni rispetto all’anno scorso, hanno tirato fuori una stagione sontuosa e sembrano la squadra più completa e affidabile di tutte. Al di là di come andranno i playoff, è comunque il caso che la dirigenza inizi a cercare i sostituti di giocatori importanti ormai anziani e che quindi non possono durare a lungo, in ogni caso giù il cappello davanti a ciò che hanno saputo fare quest’anno.

 

San Francisco 49ers: l’esperimento di promuovere a capo allenatore un coach di linea solo perché aveva un buon rapporto coi giocatori è fallito, ma il problema grosso è che il roster fa acqua da tutte le parti. Il nuovo coach dovrà innanzitutto essere una persona esperta e figura di primo piano e poi sarà chiamato a scelte difficili, a cominciare da quella del quarterback. In ogni caso, un ritorno fulmineo ai vertici come quello di Harbaugh al primo anno appare improbabile.

 

St. Louis Rams: squadra troppo discontinua a cui manca un quarterback affidabile ma non solo. Con una po’ più di solidità, il potenziale per fare bene c’è, ma anche qui, sono le stesse cose che si dicono da anni e siamo ancora lì.

 

Texans-Chiefs: difesa forte contro difesa forte, dovrebbe prevalere l’attacco un po’ più fornito, e dovrebbe essere quello dei Chiefs.

 

Bengals-Steelers: dai Bengals ci si può ragionevolmente aspettare che una ventina di punti li tirino fuori, dagli Steelers ne possono arrivare 30 così come 10 e è impossibile prevederlo. Di solito in questi casi la squadra più affidabile prevale, quindi vado coi Bengals

 

Vikings-Seahawks: la difesa dei Vikings dovrà imbrigliare bene l’attacco dei Seahawks, oppure il loro attacco dovrà essere particolarmente in forma contro una difesa così forte. Non sono due scenari impossibili, ma sembra molto difficile che possano verificarsi.

 

Redskins-Packers: una squadra in fiducia contro una piena di dubbi dovrebbe poter vincere, ma la differenza di valori appare ancora troppo sbilanciata a favore dei Packers.

Big Pink Cake Christmas Party 2015

Dopo esserci stato nei due anni precedenti (qui e qui), quest’anno temevo di non poter andare al Big Pink Cake Christmas Party. Mi dicevo dai, devi essere a Londra già il weekend successivo, cosa vuoi fare, due weekend di fila su? Alla fine l’ho fatto, complice il costo limitato del volo e con una nuova esperienza dal punto di vista logistico, sempre nell’ottica di contenere i costi.

 

È andato tutto, ovviamente, nel migliore dei modi. L’ambiente che si crea durante l’alldayer al Betsey Trotwood è sempre qualcosa di unico e speciale. Ci sono calore, intimità, voglia di stare insieme e di familiarità, e sicuramente è vero che anche negli altri eventi indiepop questi aspetti non mancano, ma qui siamo davvero pochi e gli spazi sono tanto ristretti, poi mettici il periodo natalizio, per cui succede che queste sensazioni assumono una sfumatura diversa e non è meglio o peggio delle altre volte in cui ci si vede durante l’anno, è proprio una cosa diversa e difficilmente ripetibile.

 

L’esperienza logistica che ho tentato è stata quella di prendere un b&b vicino all’aeroporto, invece che un ostello in centro. Anche qui è andata bene, soprattutto perché dall’aeroporto il b&b ti porta e ti riporta a tua richiesta a qualunque ora, certo nelle ore notturne o di prima mattina paghi il disturbo, però poi vai a risparmiare sui costi dei voli e anche del treno per il centro, e almeno hai una stanza tua col bagno e la doccia. È una soluzione che consiglio vivamente a chi va a Londra per un concerto e ci deve stare una, massimo due notti. Certo, se si fa tardi bisogna studiarsi bene gli orari dei treni e i bus notturni che ti portano dove i treni partono e io non ho avuto molta voglia per cui mi sono perso un piccolo pezzo di serata, però mi sono reso conto che si può fare senza troppi problemi.

 

Qui sotto le mie impressioni sui concerti, come al solito esco da questi eventi con un po’ di cultura musicale in più e band che voglio continuare a seguire e di cui voglio comprare i dischi, stavolta sul posto non ho comprato niente ma sicuramente farò un bel giro di shopping su bandcamp quanto prima.

 

Finmark! In realtà c’è il solo Edward voce e chitarra, una cosa che a suo dire non aveva mai fatto fuori dalla propria stanza. Le canzoni rendono molto bene, ne fa anche un paio di nuove estremamente promettenti, poi la simpatia tra una canzone e l’altra rende questo set la partenza migliore che potesse esserci.

 

David Callahan il frontman dei Wolfhounds arriva a sorpresa, anche lui con un breve set solo voce e chitarra. Anche qui ottima resa dei brani, seppur in veste tanto diversa da come di solito vengono suonati: Callahan da solo mostra un’ottima sensibilità nell’interpretare le canzoni.

 

Fireworks & friends c’è la band al completo tranne la voce femminile Emma, con il batterista Shaun dirottato alla chitarra, e poi in ogni canzone c’è la presenza, a turno o insieme, di tre amiche, Caroline al violino e Elin e Beth alla voce. Il set è semplicemente magico: tante armonie sempre diverse e un suono che cambia in continuazione ma sempre genuino e caldo. Una vera delizia. Nota di colore: la bassista dei Fireworks è molto bella e affascinante.

 

Felt Tips in tre anni e mezzo di eventi indiepop non ho ancora trovato un chitarrista migliore i Miguel Navarro. Non ci sono argomentazioni particolari per questa mia affermazione, semplicemente Miguel suona meglio di tutti perché ha proprio una sensibilità ineguagliata nel toccare le corde e grazie a questo talento naturale la resa di ogni brano è valorizzata al massimo. Qui suona solo con Andrew, il cantante della band, anche lui è in ottima forma, quindi la performance è di assoluto livello.

 

Cathenary Wires questo progetto di Amelia Fletcher e Rob Purley migliora a ogni live e già partiva da un’ottima base, però adesso c’è una confidenza con le canzoni diversa rispetto all’inizio e che le rende ancora più efficaci. Trovo davvero bello assistere al percorso di due persone che suonano insieme da decenni e che ancora hanno voglia di mettersi in gioco e che effettivamente hanno bisogno di tempo per assimilare al meglio la cosa nuova che hanno deciso di fare.

 

Those Unfortunates aprono la parte elettrica spingendo subito fortissimo sul piano dei ritmo e dell’intensità sonora, tutto è molto ben veicolato in canzoni ottimamente strutturate, magari non cambieranno la vita di nessuno però ieri sono piaciuti molto e non solo a me.

 

Chorusgirl il loro è un indiepop classico ma non troppo, nel senso che non seguono pedissequamente il manuale ma ci mettono qualcosa che li distingue. Il live è purtroppo breve perché il chitarrista è malato e possono suonare solo quelle poche canzoni che non vengono eccessivamente penalizzate dall’assenza. Prova molto convincente comunque. Nota di colore: qui è la cantante a essere decisamente una bella ragazza.

 

Would-Be-Goods un’ottima capacità di inserire la giusta dose di delicatezza e di proporre un suono ricco di spunti e di dettagli interessanti, melodie sempre molto belle, voce parimenti impeccabile, insomma fanno un figurone.

 

Spook School onestamente è difficile trovare un live più figo del loro in tutto il giro dell’indiepop attuale. Non è certo la prima volta che li vedo, ma rispetto al passato c’è una nuova maturità in tutti gli aspetti del live. Questo vale per quanto possa essere appropriato usare il termine maturità con una band come questa, ecco diciamo che è la stessa maturità che li ha spinti a realizzare un nuovo disco magari meno fresco del debutto ma più solido e più capace di colpire l’ascoltatore sulla lunga distanza. Comunque i quattro suonano e cantano come furie, ma il risultato non è un mero sfoggio di potenza, bensì si concretizza in un suono scintillante e in una classe innata (sull’uso del termine classe, vedi sopra con maturità) che stendono gli spettatori e li mandano in visibilio. La gente si agita e canta col massimo dell’adrenalina e l’ambiente è davvero unico e incredibile. L’esistenza di questa band è un dono per chi ama abbinare qualità e divertimento.

 

Band Of Holy Joy dopo un set del genere, chi mai potrebbe impressionare gli spettatori come atto conclusivo della serata? Pochissimi, ma in questo caso il gruppo in questione ci riesce in pieno. Ammetto che non li conoscevo nonostante abbiamo iniziato negli anni Ottanta e purtroppo non ho visto tutto il live per via delle questioni logistiche di cui sopra, ma la parte a cui ho assistito mi ha davvero esaltato. Orizzonti ampi, tra pop, post-punk e dub, grandi canzoni e grande personalità nel mescolare gli stili, una presenza sul palco eccellente, da veterani quali sono ma con tanta intensità. Un finale fantastico per un evento che ogni anno è indimenticabile.

Top 10 dischi 2015

INTERNAZIONALI

  1. Indelicates – Elevator Music
  2. Mew – +/-
  3. Benjamin Clementine – At Least For Now
  4. Haiku Salut – Etch And Etch Deep
  5. Other Lives – Rituals
  6. Tess – Soul Whisperer
  7. Peter Kernel – Thrills Addict
  8. Oh Wonder – Oh Wonder
  9. Titus Andronicus – The Most Lamentable Tragedy
  10. Spook School – Try To Be Hopeful

 

ITALIANI

  1. Colapesce – Egomostro
  2. C+C=Maxigross – Fluttarn
  3. Grimoon – Vers La Lune
  4. Intercity – Amur
  5. Francesca Lago – Mirrors Against The Sun
  6. Valentina Dorme – La Estinzione Naturale Di Tutte Le Cose
  7. Black Eyed Dog – Kill Me Twice
  8. Iosonouncane – Die
  9. Mezzala – Irrequieto
  10. Any Other – Silentily, Quietly Going Away

NFL 2015 mid season review

Visto che quando terminava il primo mese ero assolutamente impossibilitato a scrivere causa vacanza, parto con le mie review da questa di metà stagione

New England Patriots: avevo detto che finché esistono Belichick, Brday e Gronkoski era difficile non immaginarsi dei Pats competitivi, ma così dominanti non se li aspettava nessuno. Una continuità impressionante più del solito e una capacità ancora più spiccata di trovare il punto debole di ogni avversario e colpirlo proprio lì. Al momento paiono incontenibili.

New York Jets: il nuovo allenatore, defensive coordinator di lungo corso, ha saputo dare alla squadra il carattere di solidità a propria immagine. Peccato per la sconfitta contro i Raiders, frutto di numerosi errori individuali imbarazzanti in difesa, si spera sia stato solo un episodio e se così sarà i Jets possono ambire ai playoff, se invece è stato l’inizio del crollo ci sarà nuovamente da discutere su tante cose in offseason.

Buffalo Bills: Rex Ryan ha dato una grande scossa all’ambiente come sa fare e all’inizio c’era tanto entusiasmo, poi è arrivata qualche sconfitta e è iniziato il nervosismo, con alcuni giocatori che si mostrano pubblicamente in disaccordo con le scelte tattiche del coach. Certo, avere un quarterback come si deve aiuterebbe, Taylor qualcosa ha fatto e deve assolutamente tornare in fretta dall’infortunio se no qui è notte fonda.

Miami Dolphins: Philbin era sulla graticola da tempo e il suo allontanamento è stato inevitabile, il nuovo head coach, che era l’allenatore dei tight end, ha provato la strada della semplicità, con schemi molto base e stimolando soprattutto l’orgoglio dei giocatori. Ha funzionato per un paio di partite ma poi contro gli insormontabili Patriots c’è stato un nuovo crollo. Da vedere ora come possa essere il morale dei giocatori, anche per via del grave infortunio al pilastro della difesa Cameron Wake. Di certo c’è che, ancora una volta, a Miami si fa raccolta di figurine in offseason e non le si usa bene sul campo.

Cincinnati Bengals: avevo detto che non era da escludere che rimanessero fuori dai playoff ma non mi aspettavo certo una simile metamorfosi da Andy Dalton. Il Red Rifle è cresciuto esponenzialmente nella capacità di prendere decisioni e nella concretezza, gioca in modo accorto senza forzare ma anche senza paura di spingere quando deve, ha diminuito di molto gli errori gratuiti ma la cosa più importante è che quando ne fa non si deprime e si riprende in scioltezza. Ecco quindi che i Bengals sono al momento tra i rivali più accreditati dei Patriots in AFC.

Pittsburgh Steelers: qui la verità è una sola: se sono tutti sani il potenziale di questa squadra è enorme, ma appena si fa male una pedina importante non c’è la minima capacità di sostituirla. Così la squadra ancora si barcamena e lotta per uno dei due posti di wild card, però non si può sperare che non si faccia male nessuno in un gioco come il football e ora senza Bell fino a fine stagione voglio vederli.

Baltimore Ravens: le scelte fatte per sostituire i partenti si sono rivelate tutte catastrofiche, compreso l’offensive coordinator che aveva rivitalizzato l’attacco l’anno scorso, così la squadra non è scarsissima, ma non sembra assolutamente in grado di andare ai playoff.

Cleveland Browns: non riescono a elevarsi dallo status di squadra che lotta ma che contro i più forti soccombe e niente, continuano a lottare e a vincere contro i più scarsi e soccombere contro i più forti.

Indianapolis Colts: li davamo tutti per favoriti in AFC e forse anche per il Superbowl, e invece sta andando tutto storto e la squadra è capace solo di giocare decentemente quando deve tirare fuori l’orgoglio spalle al muro e spesso perde comunque. Vista la pochezza degli avversari in division ai playoff ci possono andare lo stesso, però qualcosa mi dice che in offseason cambierà molto.

Houston Texans: con i mille problemi che hanno avuto a livello di infortuni e di rendimento dei giocatori, sono comunque in testa alla division assieme ai Colts e sembrano in crescita. In un contesto così povero, sta bastando avere un ottimo giocatore in attacco e uno in difesa per essere competitivi. Vedremo come si evolve lasituazione.

Jacksonville Jaguars: finalmente hanno iniziato a percorrere la strada verso il miglioramento, certo ancora non sono dove devono essere ma le cose stanno andando discretamente e anche qui, se la crescita si conferma può succedere di tutto vista la division in cui sono.

Tennessee Titans: come potenziale sono certamente meglio rispetto al record misero di adesso, le scelte del draft sembrano buone nel lungo periodo, ci vuole ancora un po’ di pazienza ma la luce in fondo al tunnel sembra esserci.

Denver Broncos: abbiamo passato un mese e mezzo a dire che vincevano solo grazie alla difesa, poi al primo top team che hanno incontrato sono esplosi in attacco e se davvero si sono sbloccati offensivamente, saranno un brutto cliente per chiunque e l’acquisizione di Vernon Davis dai 49ers sembra proprio perfetta.

Kansas City Chiefs: squadra che dipende troppo dal gioco di corsa, infatti si è infortunato il running back di riferimento ed è stato buio pesto, però ora i due sostituti stanno giocando bene, quindi sai mai.

San Diego Chargers: se avessero vinto le due partite che hanno parso sul filo di lana si potrebbe sperare nei playoff, ma a 2 vinte e 6 perse la stagione sembra compromessa. La squadra è la solita degli ultimi anni, cioè c’è un grande quarterback ma attorno il talento latita e la difesa è discontinua.

Oakland Raiders: la linea verde funziona, Derek Carr sta giocando bene, Amari Cooper è un ottimo innesto e la difesa è bella aggressiva e anche ben bilanciata. Se prendono fiducia i playoff sono lì a portata di mano.

New York Giants: hanno perso 3 partite in modo idiotissimo e nonostante questo sono ancora primi nella division. Squadra indecifrabile in una division indecifrabile.

Dallas Cowboys: le possibilità di perdere partite convincendosi che tanto prima o poi tornano Bryant e Romo dagli infortuni stanno finendo: o quei due tornano in fretta e sani, o chi va in campo aumenta il proprio livello, oppure buona notte, ma subito, senza che si possa più sbagliare.

Philadelphia Eagles: al terzo anno, Chip Kelly si è fatto il roster a immagine delle proprie idee, salvo il quarterback che è chiaramente un ripiego, e il risultato è un football deludente e che manca di quella verve degli anni scorsi. Nulla è ancora perduto, ma c’è un grande boh che inizia a materializzarsi.

Washington Redskins: qui ci rinuncio, non ci capisco niente, non si capisce niente. So solo che sono 3 vinte e 4 perse che non è male, ma davvero sono enigmatici come nessun’altra squadra.

Green Bay Packers: inizio scintillante, poi evidente calo nelle ultime partite e appena hanno trovato una squadra di alto livello hanno perso l’imbattibilità. Secondo me ci sono un sacco di magagne fisiche che stanno nascondendo, se no non si spiega.

Minnesota Vikings: senza grandi statistiche né colpi a effetto stanno vincendo partite e, classifica alla mano, vanno assolutamente tenuti in considerazione per i playoff. Non li ho ancora visti giocare e devo rimediare presto perché sono curioso di capire.

Chicago Bears: situazione strana: Cutler è più a suo agio che mai con il nuovo coaching staff, Forte e Jeffrey, quando gioca, sono le solite garanzie e grazie a loro la squadra non è nei bassifondi della classifica, però di playoff non se ne parla minimamente e tutto ciò rallenta il necessario processo di rinnovamento.

Detroit Lions: crollo francamente inaspettato al quale non so dare spiegazioni, vediamo se il nuovo offensive coordinator, che ha esordito malissimo, col tempo darà una scossa, altrimenti tutti gli allenatori faranno bene a preparare i curriculum da mandare in giro e il GM a decidere chi scegliere con il numero 1 al prossimo draft.

Carolina Panthers: l’emblema del cinismo, giocano bene solo a tratti nel corso della partita e ogni tanto anche le scelte degli allenatori a livello di strategia e di schemi da usare lasciano perplessi, poi però in un modo o nell’altro la portano a casa. Ai playoff ci dovrebbero andare, però lì non potranno permettersi tutti gli errori che fanno ora.

Atlanta Falcons: inizio spettacolare, con i giocatori che sembrano tutti rivitalizzati dal nuovo coaching staff sia in attacco che in difesa, poi un brusco calo nelle ultime partite. Vedremo se l’entusiasmo è finito oppure se è solo un momento e davvero quest’anno avranno qualcosa da dire.

New Orleans Saints: qui invece succede il contrario rispetto a Atlanta, inizio deprimente ma ora le vittorie arrivano, certo ci vuole un po’ più di solidità difensiva, non si può chiedere sempre all’attacco di giocare a chi segna di più.

Tampa Bay Buccaneers: la buona notizia è che sta andando meglio dell’anno scorso, la cattiva è che la discontinuità della squadra tra una partita e l’altra e anche all’interno della stessa partita è paurosa, e non solo in attacco, che visto il quarterbck rookie ci può stare, ma anche in difesa, che invece l’esperienza ce l’ha. Ancora vanno decifrati, quindi, però le cose buone non mancano, in primis un Doug Martin rinato.

Seattle Seahawks: la squadra è forte, però soffre molto e ha perso diverse partite dopo essere entrata in vantaggio nell’ultimo quarto. Wilson deve sempre lottare contro l’inefficienza della propria linea offensiva, la chimica con Graham va a tratti e Lynch sembra aver iniziato il proprio declino fisico. La difesa ha subito qualche errore di comunicazione, ma nelle ultime partite sembra essere tornata la vera Legion Of Boom e questo è già importante. I playoff sono lì.

San Francisco 49ers: e niente, la difesa è il colabrodo che ci si aspettava e l’attacco invece non ha visto nessuno dei miglioramenti sperati. Kaepernick non si evolve, l’intesa con Torrey Smith non esiste, Carlos Hyde è stato discontinuo e ora si è infortunato, Reggie Bush è stato non pervenuto poi appena ha dovuto prendersi un ruolo maggiore si è infortunato pure lui, Vernon davis è appena stato ceduto ai Broncos perché tanto la stagione è andata. Quest’anno va così, sarà fondamentale la strategia in offseason per capire se il nuovo coach Tomsula e lo stesso Kaepernick (la squadra ha appena annunciato di averlo degradato a riserva) l’anno prossimo si risolleveranno o se dovranno entrambi cambiare aria.

Arizona Cardinals: come previsto, senza infortuni sono lì ai vertici e Bruce Arians è talmente un mago da aver persino resuscitato Chris Johnson. Certo a inizio stagione sembravano più solidi rispetto a ora, ma anche adesso sono una squadra di assoluto rispetto capace di andare lontano.

St. Louis Rams: la difesa regge, Todd Gurley sta avendo un impatto devastante, Nick Foles non è spettacolare ma fa il suo e la squadra è lì a lottare per i playoff e soprattutto si sente sempre più in fiducia. Li aspettiamo contro squadre di vertice.

Pacific Northwest 2015

Da dove inizio per raccontare questo viaggio che ho atteso per tanti mesi e che si è rivelato fantastico come me lo aspettavo? Direi dalla persona che mi ha dato lo stimolo per farlo. Si dice tanto male delle dinamiche che regolano i rapporti tra persone via internet, ma io sono disposto a accettare questi effetti collaterali se poi tra le conseguenze positive c’è il conoscere una persona come Laura. L’ho incontrata in Rete nel 2004, non aveva nemmeno 18 anni e era una ragazza che non aveva paura a trattare male le persone che se lo meritavano, in un periodo in cui invece sui forum imperava la cosiddetta netiquette. Ricordo di averla contattata per esprimerle solidarietà perché i moderatori del forum dei Kent l’avevano ripresa per aver insultato uno che era venuto lì a fare bagarinaggio. Da lì abbiamo iniziato a scambiarci consigli musicali, lei mi suggeriva i gruppi finlandesi e io quelli italiani. Poi lei è venuta a vivere a Milano e ci siamo visti di persona a febbraio 2006 e anche quando se n’è andata non ci siamo mai persi di vista e lei ha continuato a venirmi a trovare quando passava dall’Italia e a insistere che io andassi a trovare lei, prima in Finlandia e ora a Seattle. Oggi è sposata con un uomo meraviglioso e vedere loro due che stanno così bene mi mette un sacco di gioia nel cuore. Mi hanno riservato un trattamento principesco ma il punto è che sono due persone con cui senti che andresti d’accordo in ogni situazione e su ogni cosa. Mi ritengo fortunato nel conoscerli, davvero.

Dopo la melassa iniziale, cercherò di far capire a chi vorrà leggere cosa ho trovato a Seattle, San Francisco e Vancouver e perché consiglio a chiunque di andarci. Andiamo con ordine.

Il viaggio e il jet lag
Era il mio primo viaggio fuori dall’Europa e temevo molto di subire la lunghezza della trasvolata oceanica. Invece mi è passata tranquillamente: il posto era molto comodo, l’intrattenimento mi è piaciuto e mi ha permesso davvero di ingannare il tempo, il cibo era OK. Non so se siano tutti così i servizi su questo tipo di voli, ma la British Airways per me è assolutamente promossa. Il jet lag è una bestia strana, ti fa credere il primo giorno che ti sei già aggiustato, poi le notti successive ti svegli a orari assurdi, certo non è niente di drammatico però il peso sul fisico si sente.

Le caratteristiche delle città
A Seattle ho fatto quasi zero turismo e mi sono goduto la vita da local, tra una festa in giardino, eventi sportivi, un concerto e pomeriggi/sere in quartieri periferici a girare tra un brewpub e l’altro con variazioni sul tema tipo cena a base di ostriche e zuppa di pesce e partite a freccette. A San Francisco e Vancouver ho fatto il bravo turista, ma non mi sono fatto mancare un concerto, un evento sportivo e un buon numero di ore a degustare le birre locali. In ogni caso, le tre città hanno tanto in comune, soprattutto il fatto che la loro bellezza si basa sui panorami, sulle vedute, non certo su ipotetici centri storici che non esistono. È una cosa diversa dalla città europee, ma sfido chiunque a non emozionarsi di fronte alle passeggiate in riva alle baie, alle skyline, ai tramonti limpidi, al modo in cui il tessuto urbano si mescola perfettamente alle bellezze naturali. Sono davvero posti da girare semplicemente per riempirsi gli occhi di bellezza. Le cose più belle le ho fate quando ho girato in bicicletta, ovvero il lungo tour di tutta la zona della baia di San Francisco, traversata del Golden Gate compresa, e il giro del perimetro della penisola di Stanley Park a Vancouver. Da sospiro continuo.
Il costo della vita mi è sembrato piuttosto caro, più abbordabile a Vancouver rispetto alle altre due città ma comunque non certo economico. I mezzi pubblici funzionano bene però bisogna capirli e non è facile: Seattle e Vancouver hanno pochissima metropolitana, San Francisco ne ha di più ma per larghi tratti non è una vera metro ma è una specie di tram, in ogni caso se non sai la fermata giusta rischi di sbagliarla perché non ci sono nomi di fermate, devi proprio sapere dove devi scendere. La modalità di acquisto dei biglietti a San Francisco non è per nulla intuitiva, si fa prima a comprarsi una carta prepagata. Una cosa brutta è stato vedere tantissimi senzatetto per strada, soprattutto a San Francisco e Vancouver: ho letto che ci sono servizi che li aiutano e che se li si vuole aiutare bisogna dare i soldi ai servizi stessi e non a loro, ma sarà vero?

Il cibo e la birra
Ho mangiato decisamente bene sempre, tra i fast food, i pub, i diner e i ristoranti più classici. Non abbiate paura di provare niente perché è tutto buonissimo. Le colazioni nei diner sono una roba fantastica, gli hamburger sono altrettanto soddisfacenti, a Vancouver ho provato un ristorante stile cambogiano-vietmamita spettacolare. Ah, ovviamente spesso le porzioni sono decisamente più ampie che in Europa.
Alla birra ho dedicato un sacco di tempo e sono giunto alla conclusione che i birrifici californiani sono più bravi a fare le birre complicate, ad esempio c’era una dry hopped tripel con albicocca che era uno spettacolo, ma anche le imperial IPA e i vari tipi di stout invecchiati in barile meritavano. Invece i birrifici di Seattle e Vancouver sono più bravi a fare le birre semplici, quelle da bevuta senza pensieri e chiacchierando. Un tipo di birra che ovviamente da noi si trova molto più raramente era quella fatta con il luppolo fresco, che in Italia ovviamente fatica a arrivare e lì è invece diffusissima. La cosa più caratteristica dei pub è che per vendere cibo dovrebbero pagare più soldi e allora si mettono d’accordo con dei food truck o con dei localini a fianco e se vuoi mangiare vai a comprare il cibo da loro e te lo mangi nel pub oppure addirittura tu lo ordini e loro te lo portano al tuo tavolo.

I negozi di dischi
A Seattle e San Francisco ne ho visitato uno per città e mi sono fermato perché avevo già speso troppi soldi. Comunque erano entrambi bellissimi, molto ben forniti e ottimamente organizzati, in modo che si trovava subito quello che si cercava oppure era facilissimo girare tra gli scaffali e avere una visione d’insieme di quello che c’era, così guardando tutto veniva in mente qualcosa che non si aveva e non ci si perdeva niente. A Vancouver invece ho avuto l’impressione che i negozi siano solo robe per vecchi nostalgici con un sacco di soldi da spendere per rarità prestigiose e che ci sia poco interesse per le novità musicali, probabilmente chi le segue compra online e allora a quel punto tanto vale puntare sul vintage. Comunque consiglio vivamente di girarli i negozi di dischi, sono davvero uno spettacolo, se poi avete più autocontrollo di me ne potete vedere di più.

Gli eventi sportivi
Ero partito con in mano il biglietto per il football ed è stata una vera e propria esperienza. Nello stadio dei Seahawks, ogni volta che la squadra di casa attacca c’è il religioso silenzio, perché i giocatori non devono essere disturbati se serve che si chiamino gli schemi quando gli schieramenti sono già formati, quando invece la squadra difende, c’è un casino infernale, per lo stesso motivo girato all’opposto, ovviamente. Per casino infermale intendo che tutti i singoli presenti nell’intero stadio si alzano in piedi e urlano come pazzi. E questo avviene non solo a inizio partita, ma anche quando la stessa è ormai chiaramente vinta, alla gente non interessa del risultato, quando l’avversario attacca si fa casino sempre e comunque. Poi è successo che a San Francisco ho scoperto che la partita di baseball sarebbe costata poco perché la squadra locale era già eliminata dai playoff e così ho voluto andare, l’atmosfera era molto più rilassata e ho fatto anche io come nei cliché per cui si guardano i primi tre inning, poi ci si mette in coda per cibo ovviamente strapieno di ogni tipo di salsa e per la relativa birra e si torna al proprio posto per sorseggiare e sgranocchiare. Devo dire che questo stereotipo americano mi è molto piaciuto. Poi a Seattle ho anche visto il calcio, e lì nel tifo è stata importata la mentalità europea, con la curva e le bandiere e la sciarpata collettiva a inizio partita. Chiaramente di ultrà e tifoserie rivali non ce n’era nemmeno l’ombra, i tifosi delle squadre in trasferta erano tranquillamente mescolati al pubblico di casa senza problemi. Devo dire un bell’ambiente, temevo un po’ che il fatto che da quelle parti non ci sia la cultura dell’odio sportivo si tramutasse in un ambiente un po’ asettico, e invece il tifo era molto caldo nel football e nel calcio. Poi vabbè non erano partite con rivalità storiche, per dire, durante la partita di football quando appariva il risultato dei 49ers che perdevano la gente era contenta e non lo nascondeva, quindi non è vero che non si tifa mai contro, un po’ lo si fa.

I concerti
A San Francisco ho visto i Titus Andronicus e a Seattle i Death Cab For Cutie. Entrambe le location erano stupende, seppur diverse tra loro per grandezza e tipologia, il suono era perfetto e gli orari erano tali da consentire alla gente di tornare a casa comodamente col trasporto pubblico. I Titus hanno lasciato un po’ da parte l’ambizione dell’ultimo disco, suonandone solo le canzoni più immediate e attingendo poi al repertorio passato. Anche i Death Cab hanno lasciato al disco nuovo uno spazio visibile ma non amplissimo e hanno poi pescato qualcosa da ogni loro album. Tutte e due le band hanno dato il meglio e si è trattato di due live di altissima levatura. La cosa strana per me è che essendo parte di un viaggio così grande, non ho vissuto i concerti come l’evento principale come quando vado in Europa, ma come una cosa che vabbè me l’ero organizzata quindi la faccio, non avevo l’atteggiamento mentale del “madonna sono qui per questo, che roba” ed è stato bello viversi i live in modo rilassato e sereno.

Conclusione
Sono stato davvero bene ed è stata una cosa che ho fatto benissimo a fare. Ovviamente ora sono qui a chiedermi se vorrò farla ancora l’anno prossimo e ammetto che al momento ho un po’ di dubbi. Appena tornato ero convinto che l’avrei fatta anche nel 2016, ora invece sono molto più incerto. Devo risparmiare soldini per altre cose, in primis un laptop decente che il mio ormai è un catrame ambulante, e se penso a cosa voglio fare in Europa c’è già un sacco di roba. Certo ho visto che posso anche prenotare i voli un po’ più avanti rispetto a quando l’ho fatto stavolta, che tanto il prezzo è quasi uguale, quindi posso rimandare la decisione. Se decido per un altro viaggione, le opzioni sono diverse: New York, che in quanto a skyline e a panorami urbani sul mare credo sia imbattibile, oppure andare in qualche altro stadio importante di football a respirare l’atmosfera che c’è lì, mi vengono in mente Green Bay e Pittsburgh, solo che dovrei pensare a cosa fare nei giorni in cui non si gioca, oppure mi è venuta un sacco di voglia di godermi la natura in Canada. Vedremo quando avrò comprato il laptop quanto mi rimarrà e cosa sentirò di voler fare. In ogni caso se non faccio un altro viaggio così l’anno prossimo ne farò altri in futuro, questo è stato il primo e sicuramente non l’ultimo.