La fine della strada – edizione 2012

Per il quarto anno consecutivo (qui, qui e qui le esperienze precedenti), sono andato all’end Of The Road Festival, il mio festival prediletto. E ho passato nuovamente uno dei migliori weekend lunghi che si possano trascorrere in assoluto. La bellezza della location e del paesaggio circostante, la gentilezza dello staff e dei trader (con in testa sempre la ragazza del falafel che mi riconosce ogni anno, dopo quattro anni ci siamo anche detti come ci chiamiamo, addirittura), la qualità sia della lineup in sé che della gente che assiste ai concerti, nel senso di giusto atteggiamento e zero comportamenti fastidiosi, le varie attività di contorno rispetto ai concerti e i set segreti nel boschetto e di notte, l’organizzazione impeccabile in tutti gli aspetti: sono sempre stati questi i punti di forza dell’evento e per questi l’ho sempre ritenuto un evento perfetto. Ebbene, da quest’anno non posso più utilizzare questo aggettivo da solo, ma devo almeno accompagnarlo con un quasi: non è più un festival perfetto, ma è quasi perfetto. Che va sempre bene eh, però se ripenso a quando il quasi non serviva…

Perché ci devo mettere quel quasi? Perché, semplicemente, alcuni di questi aspetti positivi iniziano a mostrare dei buchi, piccoli ma visibili. Il più importante di questi è il comportamento del pubblico. Se prima tutti avevano l’atteggiamento corretto e rispettoso degli artisti sul palco, stavolta non è stato affatto raro trovare gente che parlava ad alta voce dei cavoli propri anche nei momenti in cui era richiesto silenzio. Insomma, né più né meno che i peggiori presenzialisti italiani. La cosa è stata piuttosto fastidiosa un po’ di per sé e un po’ perché era un fenomeno davvero sconosciuto lì: l’anno scorso c’era qualcuno che lo faceva nelle retrovie, quest’anno era un fenomeno molto più diffuso, seppur minoritario. Un altro atteggiamento fastidioso dei presenti è stato quello di rovinare le decorazioni e le installazioni d’arte nella zona del boschetto: sono sempre stati uno dei fiori all’occhiello del festival e vedere semi vandalizzato un lavoro così attento e che mostra la voglia di dare un valore aggiunto è stato molto brutto.

Poi l’organizzazione impeccabile qualche pecca l’ha avuta. Cose di poco conto, per carità, però ci sono state. Patti Smith, ottima, davvero un grande show da vera rocker il suo, ha suonato per dieci minuti in più di quanto le fosse consentito, così i Grandaddy, che venivano dopo di lei e che erano headliner, sono partiti un quarto d’ora dopo e, setlist alla mano, hanno suonato tre canzoni in meno. Ora ok il diverso peso nella storia della musica dei due protagonisti, ma che un headliner si veda ridotto il tempo a disposizione dallo sforamento di uno dei set precedenti è francamente ridicolo. Poi, a un bel momento invece di Peter Broderick sul palco vediamo una band di dubbia qualità. Di solito, in casi come questi, l’organizzazione metteva un bel foglio informativo all’ingresso del relativo palco per spiegare alla gente. Qui, niente, e abbiamo scoperto della cancellazione solo perché i miei amici avevano il press upgrade e hanno chiesto all’addetto stampa. Infine, le docce. Uno potrebbe dire, ai festival grandi non le hai, quindi prendi quello che c’è, ma io dico, il vantaggio di un festival piccolo è avere servizi aggiuntivi come, appunto, le docce, quindi queste ci devono essere e devono essere organizzate bene. Invece ce n’erano solo 12, per 10mila persone, e la domenica 4 di esse avevano solo l’acqua fredda. Morale, alle otto meno un quarto di mattina ho dovuto fare un’ora e mezza di coda per fare la doccia. E gli anni scorsi, quando succedevano problemi del genere, c’erano lì gli steward a segnalarli a chi di dovere, quest’anno niente steward alle docce (perché ne avevano meno, e ne avevano meno per le condizioni assurde che hanno messo per poter fare lo steward, non vele spiego se non non si finisce più ma sappiate che è così) ed ecco il risultato. Ripeto, problemi che sarebbero ritenuti trascurabili in altri contesti, ma lì hanno un loro peso e soprattutto non se n’era mai vista nemmeno l’ombra.

Infine la lineup in sé. Che ci fosse grande qualità in molti gruppi era ovvio anche solo leggendo il cartellone. Ma una delle cose belle dell’End Of The Road era anche essere certi che ci si sarebbe innamorati di molte delle band che non si conoscevano. Quest’annom invece, non è stato così: sarò stato afigato io, ma dei gruppi posizionati ai primi posti dei rispettivi palchi ogni giorno e che io non conoscevo, sono stato impressionato solo dai Savages e dagli Shivers. Dietro questi due ci sono giusto i Deep Dark Woods e i Moulettes che mi sono piaciucchiati, gli Outfit che ho trovato decenti e poi nulla più, nulla di quello che non conoscevo mi ha convinto e quasi sempre mi ha fatto scappare via dopo poche canzoni. Direte non è poco, due gruppi che intendi seguire e altri due che comunque hai ascoltato con piacere, va bene, ma anche qui le quantità gli anni scorsi erano molto più alte.

Quindi, sono insoddisfatto? Certo che no, come si può essere insoddisfatti da un festival quasi perfetto, da uno dei migliori weekend lunghi che l’Europa mette a disposizione, almeno per quello che sono i miei interessi. Tornerò, certo che tornerò, l’ho promesso a Holly, la ragazza del falafel e quando all’End Of The Road prometti qualcosa a qualcuno, la mantieni, sempre. Anche se più di qualcuno dei presenti a questa edizione non se lo meriterebbe, che venissero mantenute le promesse ricevute, e anche se so che, in tutti gli anni a venire, il ricordo delle prime tre edizioni sarà sempre migliore di tutte quelle successive. Che comunque mi daranno ottimi ricordi e ottimi momenti anche loro.

Qui i concerti divisi per giudizio da 1 a 10, nei pari merito scrivo i gruppi in ordine cronologico di come si sono esibiti.

9+
Grandaddy

9
Alabama Shakes

8,5
John Grant
Anna Calvi
Grizzly Bear

8
Jonathan Wilson
Lanterns On The Lake
Beach House
Antlers
Savages
Richard Buckner
Patti Smith

7,5
Peggy Sue
The Shivers
Woods

7+
Poor Moon

7
Futureheads
The Deep Dark Woods
Moulettes

6,5
Abi Wade

6
Outfit

5 (tutti per il repertorio, non per come hanno suonato, suonavano anche bene ma proprio non mi sono piaciute le canzoni)
Lawrence Arabia
Dark Dark Dark
The Lost Brothers
Perfume Genius

Ascoltati da lontano e/o per poco tempo e ritenuti dall’inutile alla merda
King Charles
Zun Zun Egui
Hooray For The Riff Raff

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Pubblicato il settembre 4, 2012 su Uncategorized. Aggiungi ai preferiti il collegamento . 3 commenti.

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